Canto Blues alla Deriva
 
Francis Alÿs, " Duett ", 1999, in col. with Honore D'O, 48 Biennale di Venezia - [RIPRODUZIONE PARZIALE] Ed. ESPACE 251 NORD rue Viveigns, 251 - B. 4000 Liège
[1] Francesco Sasso

Io le volevo
Io le volevo troppo
Io volevo
Io le volevo tutte vicine
Io le volevo tutte
Io le volevo fragili
Io le sognavo
Io le sognavo
Io le volevo
ed io mi educavo
ancora una volta
Io mi sogno
un grande bisogno
Piccola storia
In mille pezzi…
Mano di vernice
Nella città delle luci
Come ciò che vede i miei occhi…
Come ciò che sente il mio cuore…
… spesso non m’appartiene…
La mia piccola felicità
… vorrei a volte anche…
… Amo tanto i fiori…
… li osservo appassire
Se posso
Il mio cuore cresce giorno per giorno e fa del suo meglio…
… le erbacce…
…le rose…
Non c'è più niente…
C'è l’auto
Ci sono i miei amici
C'è il mio cane
C'è il mio vino
C’è il bidone dell'immondizia
Io l’avrei voluto
un bel mattino…
Ci sono i deserti senza domani…
E ci sono belle ragazze che piangono
Un bel mattino
C'era un fiore per te
C'era di tutto e non c'èra niente
C'era il mare lì lontano
Un bel mattino
Io non avrei voluto
Mentre è così bello quando è così semplice…
… non ricordo più bene quale dei due avesse smesso d’amare…
… Ero uscito a fumare la mia sigaretta fuori…
… a rischiararmi un poco le idee…
… si giocava tutti allo stesso gioco…
… non sapevo cosa fare…
A due passi dalla porta di casa
… mai visto
… era solo una piccola poesia:
I CANI HANNO SETE
Come se la nebbia
si fosse posata…
A mezzanotte
io ti confidai
la mia amarezza...
Nel fumo
la mia sfortuna all'angolo della piazza
Il vento sudicio
… Quando la luna è piena
Non dico niente: è mezzanotte
E io annego
nello scolo
tutto solo
Io le volevo
Io le volevo
troppo
Io volevo
Io le volevo
tutte vicine
Io le volevo tutte
Io le volevo fragili
Io le sognavo
Io le sognavo
Io le volevo
ed io mi educavo
ancora una volta
Io mi sogno
un grande
bisogno
Adesso prestami tutto
Né più né meno
Dove sei stata questa notte?
Gli altri inverni li ho smarriti
Nell’aurora odori di notte
Non nel mio sogno
Perché il tempo non cura le ferite
Stasera t’ingannerò
Stasera sciuperò tutto
Stasera sporcherò tutto
Nella mia immaginazione
Dovunque io cadrò…
Un rito d’anime belle senza cerimonie
Sensibilità e libertà
Nella dimensione della ripetizione
Senza storia
Sono pazzo
L’ ho sognato
Tutto l’essere è nella mia anatomia
Tutto continua…

[2] Luciano Pagano

continua in un vicolo senza labbra
senza canto, deiezione minuscola dell'intento,
senza te che mi ascolti e senza rabbia,
nè volto, nè parole,
c'era - è vero - un possibile verso e con esso
l'incontro e acquisirsi da sè per escrescenze,
da ogni ombra il suo contrario di bianco
'non qui', non alla terra dipinta di croci
e bande larghe, digitali, inconcludenti,
essenziale ad un buon viaggio è il suo viatico
raccomando a te tuo padre, lontano,
lui stesso a me quando ero giovane si raccomandò
regalandomi il suo vestitino
invadente "a chi t'incontra
ricorda che mi eri figlio, e io stesso
ricorderò che lo fosti, quando un giorno di meno
saremo". Non c'è più niente nel suo taccuino
prende nota della perquisizione, un coltello,
una carta per il pesce, un ritaglio dell'Unità
con su scritti due versi,
un litro di vino spuntato,
non c'è niente,
l'inizio della deriva è nello spazio allungato
di queste geografie, in un Milione dove descrivono
gli animali particolari che si affacciano sulle coste,
con i piedi ancora sporchi, nell'ipotesi di una regione ragione
ero uscito a fumare,
a fumarmene una,
è evidente che la pausa tra lo scoppio e la fiamma
fu fatale, nel corridoio del treno i passi
di chi ha il morso dell'insonnia, il catetere
dei suoi polmoni inceneriti in enne80
fu fatale per entrambi, il finestrino un poco sceso
nel ghiaccio del suo aneurisma di vento
e i sospetti collimano
allora alla deriva, fuorviando, sviando, smarginando
dieci fermate dal un filo di mare
suo nonno era in colonna coi soldati
indietreggiando per farsene un'altra
mandò avanti la coda, restò indietro
quel poco che bastò per evitare
la mina, l'ultima sigaretta in Africa, il suo carro maggiore
senza sforzo fece in tempo a generare
dal nonno ed al padre e poi il figlio
pronto alla deriva, per scappare e rifugiarsi,
non c'è verso di lui che non ricordi
benchè ne abbia scritti di peggiori
non c'è immagine stinta di memoria che non valga
più del vero

[3] Irene Leo

Valore aggiunto
a quell'attimo disgiunto
assumeva il dì
intrecciato in vicoli aspidei
d'un ricordo graffiato
da artigli di paura
e occhi fruscianti
di nera notte
e di sventure sonanti.
E premeva il disco rincorrendo
tra pentagrammi obliati
lacrime e morsi di vita.
Edera ed effluvio selvatico,
corse disperate nelle foglie morte
più vive del dinoccolato rimpianto
di un vecchio rubinetto rotto,
ed il suo pianto
plick-plock,
lacrime
infrante in vuoto secchio,
nel riflesso dell'amato viso.
E' il suo volto,
ed un sorriso,
immagine vagante
tra la fronda balenante,
d'un sentiero impervio della non-città.
Profumo guasto d'un orribile
carcassa persa oltre il muro
dell'ingenuità:
è un morto-sogno
senza tempo né età,
che ieri ansimava,
ed oggi periva lasciando
traccia di amara materialità.
Relitto epico con ali trasparenti,
si levava svanendo su per infide correnti.
-Fermalo!
Urlava la nuda e morente verità,
- Non lasciarlo abbandonato, dagli
il sole di un'altra realtà!
Ma vagante figuro bruno senza
orecchi né occhi sfuggiva
impassibile ed ottenebrato
sparendo nella nebbia blu
d'un'onda spezzata sulla
spiaggia dimenticata,
perdendo nel suo avanzare
gocce d'argento alla mercè
del mare,
speranzoso d'annegare,
senza lamento...
pronta a scordare
quel vento che a me portò
il suo grido in silenzio:
........................
.........

[4] Vito Antonio Conte

e
(per vero)
io non volevo le tue lacrime acide
non volevo il tuo ombrello
non volevo tutti i tuoi animali
e la puzza dei tuoi sogni putrefatti
NO
io non volevo
non volevo vedere l'ultimo bocciolo appassire
prima ancora di diventare un fiore
soprattutto
non volevo
quel sorriso d'aprile
caduto in un attino
la spina dorsale rotta
il midollo reciso
a soli ventiquattranni
neanche una goccia di sangue
tutto dentro
come il dolore e lo strazio...
che vuoi
cosa vuoi
cazzo vuoi
che
cosa
cazzo
vuoi
????
è un numero che non mi è mai piaciuto
come potevo parlare
come facevo a parlarti
con la poca luce rimasta
come di filo attaccato alla porta del cuore
nell'estrema deriva dei miei pensieri...
credevo di essere riuscito a dirti la mia amarezza
che non vuole decliviare in sottile tristezza
né illanguidire in leggera malinconia
te l'ho già detto
IO NON VOLEVO!?!
fumo un'altra sigaretta
adesso che il ricordo irrigidisce i sensi
di questa dannata solitudine

io
le
volevo
tutte
e
tutte
insieme
MA TALVOLTA QUALCOSA ACCADE
ANCHE SE NON LA CERCHI (...)
la mia fortuna subito dopo l'angolo di quella piazza...
piacere di conoscere te
ed i tuoi occhi verdi
mi hai detto
la tua mano calda e nervosa
ha indugiato nella mia
non ti ho detto
felice di conoscere
il tuo bel culo
l'ho pensato
soprattutto quando
te ne sei andata...
ciao occhi verdi
(mi sono sentito dire) per strada qualche giorno dopo
t'ho proposto uno scambio
i miei occhi
in cambio del tuo culo
per qualche ora
sfacciato... mi aspettavo un ceffone
invece hai accettato
ti sei persa nei miei occhi
solo che sto ancora aspettando
il tuo ritorno
per perfezionare il sinallagma...
poi (ancora una volta) mi perdo io
il viale serpentoso mi porta vicino ad un altra riva (di deriva)
lontano dal giardino dove un sole malato mi fiaccò
lontano
senza nessuna nota
lontano dal cielo dove avevamo trovato riparo
dove gli spari non giungevano più
dove urlare restava in fondo all'anima
e la mia
frustata...
di sabbia
che ora ventosa s'alza
e penetra ovunque
di sabbia
incandescente
pungente
di sabbia
che acceca la vista
e fa smarrire la via
di sabbia
che copre
le ferite di oggi
di sabbia
che scopre
il dolore di ieri
il tuo incedere
distante
il tuo viso
confuso dal tempo
ed i tuoi occhi
accesi su di me
come di sabbia
ancora

[5] Gioia Perrone

Sgranate bocche di vocali
Circuiti celebrali o di campana
(Se penso ai suoi vichi foschi
Alle bagasce incollanate
Le mani insazie di cimeli d’ombre
E giovinezza vecchia di laguna…)

Si andava disegnando musiche da banda
Ed ascoltando tremiti di piume
Reduci di pioggia
E andava aprendo la sua gabbia
Il cielo
Ma a noi non servivano voliere.

Qualcosa infondo ai culi delle strade
Che scriviamo
Che beviamo
Che pestiamo a piedi scalzi
Ci aspetta
In fondo ai culi delle strade:

Come ruote d’angeli sospese
Cassarmoniche fumanti
Vuote
Bianco-sporco
Annunciano feste gravide,
il lusso di un momento
che non urge stare a ritmo
di mondo
dove Palov lo spazzino
faccia di gitano
appare-scompare
come un mago rosseggiando
tra i filari della Lupa.

[6] Irene Leo

E pioveva,
sui pensieri,
persi in quelle strade.
E gridava.
E ragionava.
E moriva,
il SUO pensiero.
No.
Non volevo.
Non volevo più,
non le volevo
più le sue rose passite.
Smarrite le genti prima amiche.
E le ali stracciate di un gabbiano,
gocce purpuree grondanti,
ed io morivo piano,
con lui che più non c’era.
Eco.
Suono.
Orizzonti,
e più lontano la fonte
del malanno.
La banda ignara
passava,
suonava la gran cassa
il clarino,
il corno inglese,
e se ne andava
sul lastricato
antico,
roso,
bagnato.
Il mio volo è terminato?
No, non finisce veramente,
ma va oltre,
e sui tuoi occhi si posa,
vampe verdi,
fiammeggianti di vita.
Ingurgitavo senza respiro
la tua anima sopita
e muta,
non potevo altrimenti,
in quei momenti.
Risorgo adesso.
Ma rimane tutto lo stesso.(?)
Nube rigeneratrice,
fuoco distruttore,
scheggia impazzita,
fuggiasca d’ardore,
hai lasciato nelle
mie mani un invito:
“Verrò da te domani…”
Così hai detto scappando via,
lasciando tra i filari delle case basse
e sassose, il tuo profumo.
Io addito nel sole il tuo viso,
e corro contro il treno del destino
avverso, scavalco il muro
e cedo alla mercè
del nuovo giorno
che viene,
rimbombo discosto,
di ciò che è stato.
Ti pretendo pensiero
Nuovo
Dolce
E fosco.
Ma non ti conosco…
…………………….

[7] Stefano Donno

Fermati ora
Prendi fiato
Respira lento
A stento
Assapora
Penduli
I giorni i mesi gli anni
Che inchiodano
Tralicci d’assenze
Alla deriva di note ai margini
Spezzando le attese
Che ignorano gli sguardi
Che osservano solenni
Le cadute
Le abiure
Per tutte quelle sodomie
in corpo
tratte a morsi
succhiate sino al midollo
sputate a sangue
per terra
sognando la tristezza
di dormire accanto
ad uno sbatter d’ali
gonfio tronfio
di gioia
al sorgere di un sole
liquido di verminose
lacrime
gocciolanti a grumi
su pelle sporca
lavorata
tra incudine e martello

[8] Tiziano Serra

gridavano:
“tra incudine e martello! uahuah-ah-ah!
non avete via d’uscita!” …erano
quelli della malavita organizzata:
c'avrebbero presi e poi
mani e piedi
legati assieme
c'avrebbero lègati stretti e poi
legati arrotolati assieme
l'uno addosso all'altra
...qualcuno allora avrebbe chiesto dal pubblico
se conosco certi trucchi del cinema per liberarci:
"-basta muoversi piano in su e in giù-
dice il protagonista maschile-
l'ho visto fare sul canale della Fox
da un illusionista"
"basta fare su e giù come le onde del mare:"
...spiegare alla platea che non è vero!
spiegare poi la verità
senz'altro capiranno i giovanotti
coi riccioli pieni di bruscolini
senz'altro capiranno le ragazze
fanno gruppi-sorrisini in prima fila
senz'altro lo capiranno
il mio concetto di eternità
senz'altro capiranno
ma tu,
ragazza che mi leghi
ragazza che ti legano addossammè
lo capisci?
lo capisci?
lo capisci?
mi hai guardato negli occhi?
hai mai guardato (negli occhi) l'eternità...
in un istante solo

[9] Vito Antonio Conte

pensieri errabondi
momenti svaniti
intuizioni sospese
emozioni che non bastano mai
e soprattutto le parole di quegli attimi
non annotate e che poi dimentico...

SCREZIATA RIARSA CREPATA TERRA L'ANIMA MIA

volevo nient'altro che la pioggia

e come di evento prodigioso

(finalmente)

prima dell'alba
fino all'alba
e tutto il giorno
fino a sera
e tutta sera

PIOGGIA

fitta come solo di pioggia
sottile come di capelli
insistente come di spot subliminale
rassicurante come di carezza
benefica come di mani sapienti sul corpo stanco
ritmo continuo di pioggia
e di pioggia
buona per i prati
buona per giuocare col tuo viso acceso
nell'aria rimasta calda...

sotto la pioggia
cadenzando movimento e respiro
insieme alla pioggia
che ora vorrei
non smettese più...

seguo sempre una bianca scia
bianca
stagliata nell'azzurro altrove
azzurro
segnata dall'ultimo volo noto
esaltata dal giallo di quest'ora
giallo
fin dove la vista pu? ed oltre
nell'immaginario di un tardo mattino
di lievi alte ondulose e già ombrose dune
nel sapore di sale vicino
che colloca dopo la curva delle ginestre
un momento a lungo fermentato
andato e mai completamente scordato
che sa di te
e di ricordo...

di quanto ti volevo

(pari alla mia indifferenza)

perchè più non sei
da quando hai sputato sul mio andare free
malcelato limite il tuo
e
(mi costringi a ripeterlo)
non volevo il rancido vomito della tua fuga
intanto che il respiro dei miei giorni
scivolava di deriva in deriva
su piane desolate
verso l'ignoto non voluto eppure cercato
per toccare il mistero di un colore indefinibile
sempre quello
mai uguale...

recuperare i contorni...

sprofondare fino alla matrice originaria
in cui morte e vita si sfiorano...

catturare la luce nell'assenza di luce

portare tra voi il colore che mancava
dopo averlo a lungo carezzato
sull'albero di carrubo...

lì me ne sono restato
nutrendomi del suo frutto agrodolce e delizia
mentre tutto continuava a scorrere
senza alcuna apparente novità
e quando la pioggia è arrivata
i miei piedi hanno sentito
ancora la terra umida

i miei sensi inebriati dalprofumo
dell'erba appena tagliata
la cupezza è diventata capriola
cucuruzzula come di eco di lingue

COME DI ECO

suono che giunge dal paese
la banda regala ancora note polverose e amene

scendo percorrendo il letto del torrente

poi ti vedo
appari fugace sull'uscio
mi sorridi
sarei entrato di sicuro
se solo avessi saputo
ch'eri sola e soltanto per me
senza nessun segno
sarei salito sino alla stanza spoglia
come di danza dionisio di foglia
le tue ciglia
sul mio ormai stanco andare...

[10] Gioia Perrone

"La salsapariglia selvaggia delle labbra
l’ama la lucerta nelle crepe anguste
ed io distratta come se miracolo non avvenisse
non mi arrivasse ai piedi il sangue
e fossi solo scritture in piena
piena-viva-senza un fianco da afferrare,
senza oggetto che mi incarni
il vizietto di eternizzare…
Che tra i denti tu già una salamanna
come un’estate ovoidale giallo ambra:
( omino che corri via affrettato e bianco,
Alice pianta tutto e ti insegue non curante
di angiolini androgini dagli occhi reticenti
e tra i capelli dita, e bottigline molotov
con annesse pergamene amorose! )
Annesso e non concesso che ci si debba impigliare
nelle lotte dei corvi
nelle guerriglie di telefoni notturni
nei non so senza meta (come di rubino rosso d’anello al dito, l’attesa)
Come senza sosta o sostanza
e senza possibilità di fiacca nelle labbra, sulle labbra
un lavor?o di nomi
e sogni-ghiaccioli
nella canicola-insonnia."

[11] Irene Leo

All’orizzonte tendevo
la mia mano.
E tu?
Non c’eri più.
Udivo la melodia
salire piano,
melodia di gocce
e lacrime amare.
Intonava un canto,
la tua voce.
Spezzavo i miei legacci,
per scappar lontano,
abbandonato
nei confini-sconfinati
di follia.
Suppurava
la ferita.
Non volevo più.
Ma tu eri ancora qui.
Non ti cercavo più.
Ma tu non eri andata via.
Non ti amavo più.
Ma era una fandonia.
E’ la mia unica allegria
il saperti di nessuno.
Tu sei mia,
vana Spes.
Ira e mutamento,
gioia e poi un lamento.
Apro gli occhi,
finalmente,
il sonno è cessato.
Il soliloquio
del mattino,
è ora meeting di pensieri.
Tu sei viva,
sei qui,
mi volto e sei vicina,
ti guardo e non sei tu…
Sono io,
solo io…
E la ferita stilla ancora.
E la rabbia cresce piano.
Allungo nella tenebra la mano.
Dove sei?
Vieni da me.
Non andare,
non lasciarmi andare.
Scivolo leggero sul baratro tedioso,
vivo di briciole lasciate sul cuscino,
m’ubriaco nella tua assenza,
muoio nel mattino,
di te solo l’essenza,
e una candela spenta…
Corde di chitarra,
che la memoria
fa vibrare,
parole intonate,
alla deriva.
Il tuo canto,
la tua voce…
cerco ancora
la tua luce….

[12] Francesco Sasso

Attizzo vorace la vita
Con dita sporche di dolore
Ventre gonfio, cariato dente
Sputo via il sapore e il rancora
Deformo, spezzo, curvo il rumore
Come corpo sulla viva brace
Ché io son buffone sbonzo nella festa
Dell'Amore


Fine della prima parte
giugno 2005


Seconda Parte
"Alla deriva"

alla deriva del fiume
matteo chiarello

è andata la prima...
come è andata questa notte di passeggio
sentivo, sentivi l'arpeggio dei tronchi
tratra, tratra sulla pietra
in effluvio a narici
ad orecchi
colpivano stanco il poeta
lenivano tappi
di germi
con vermi
alleati.
Non proferivo parola
mentre piangevi
e gridavi il tuo strazio
a quel fiume
che innumeri giorni ci ha visti.
Non colsi l'istante
l'ultimo ,utile a parlare.
Da domani ,dicevi,
non esisti, non mi uccidi
nè mi strazi.
Da domani non mi vivi
ne vedrai più i miei seni.
E' così che l'uccisi e m'uccise
in quel modo di tacere
con occhi brilli
in quel chiudermi i ginocchi
coi bracci.
Nel tragico è racchiuso il segreto
nel tragico
nel tragico
nel tra gi co
poetare di silenzi
e vederti sparire
nella tua veste bianca con borsetta
giù pel fiume

(cronotopie)
rossano astremo

nel momento dell'inutile crocifissione
i lager si snodano tra le carni.
non è surrealtà quella che nell'iniettarsi
della consuetudine tocca i talloni,
ma è sostanza di catrame che come riflesso
di raggi solari su cocci di vetro rotto
s'appiglia agli abiti cedendo al surrogato
delle visioni karmiche.
come è inutile srotolarsi tra le pieghe
di lastre di tufo barocco, come è
inutile sventrarsi le budella per intercettare
lo schifo che siamo, come è inutile
sperimentare la concordanza di versi vuoti
nel ritmo, nel ritmo, nel ritmo.
Florilegio di scostanti incursione nell'immateriale,
dove il tempo sembra assotigliarsi,
e lo spazio è reso omogeneo, tutto uguale,
non più le differenze di pelle, urina, stato,
religioni, merda sottile, palle diagonali,
coiti perplessi, sfinteri agonizzanti,
non più il diverso che s'intinge nella brocca
del diverso, solo puzza di linee in cordoglio,
solo puzza di cerchiature in accatto,
solo puzza di segmenti in delirio,
solo spazio e tempo sfarinati,
solo spazio e tempo sagomati,
solo spazio e tempo smerigliati,
questo canto vorrei fosse onirico,
questo canto vorrei fosse onirico,
questo canto vorrei non terminasse mai,
perché per ogni fine c'è un pizzico di morte che m'assale.


Nell'incesso
Davide D'Elia

È lui l’ardore,
il flato che s’abbatte
divampa in seno ascoso,
nell’incesso;
non sfugge alcuno, afflato che sovrasta..
Un canto ardente e tumido d’ardesia
un parnaso sognato,
un sogno artato.
Di questo canto è pregna la deriva
di chi s’abbatte in consono di rima
ed il verseggio erompe in guizzi di calure.
Ed egli vaga in crocevia stellati
ebbro si staglia, sfuma, si dibatte
di chi s’avvampa in cerca di certezza
di chi trasogna un volto,
una carezza.
Oh dolce canto! Oh duraturo!
Ti sfido all’infinito
al nulla,
all’arrembaggio;
nel sogno voli il giorno, la dolcezza
e in diritambo sgoli all’incertezza.
Spavalda, chiara, ardita d’impunito,
non v’è uno scampo intorno,
alcuno è certo,
non v’è figura , forma, né sembiante
chi dà di gola strida, sfoggi,
avvivi la parola.
Tra ulivi vorrei cingerti negli arti
fra avvampi udirti in vento
e tramontana amarti.
Vagarti sui tratturi,
udirti in versi
vorrei anelarti in volo,
in nebulosa averti.
Gorgheggio che risveglia l’assopito
Ululo pazzo, fomento di vaneggio.
Sull’arenaria spola è la parola.
Vagheggio dei Poeti: è qui l’abbaglio?
Di ciò che è la tua sorte,
il tuo ragguaglio.

Navigando alla deriva
Irene Leo


Oltre lo specchio
di travagliata vita,
non m’avrai
come trofeo,
come cammeo.
Non m’avrai tra le tue vittime
consenzienti.
Scortico i tormenti.
Piccole schegge
buttate vie,
questo resta di ciò
che è stato,
dello specchio che ho frantumato.
Io rido di te,
non ti voglio più,
credo solo a me
e al mio navigar lontano.
Non sarò avvinazzata di
assenzio e lamento,
non sarò adulterata
dall’infame silenzio,
non sarò satura di tortura,
sarà sgombra la mia ragione
dall’arsura del meriggio.
Sarà alta, fiera, trasparente la mia mente,
occhi di lampo,
veemenza in cuore,
avida di un venusto albeggiare
accalorante di sole.
Luce che scola dolcemente
che trabocca ancora,
mentre il tuo riflesso
rifugge l’aurora.
Movevi fili immateriali con le tue mani.
Ma il tempo cessò.
Il tuo tempo è cessato.
E sarà domani.
Tu ridevi di me,
di noi.
Tu volevi me,
noi.
Tu credevi in te.
Soltanto.
Ed ora resti solo
a inneggiare un pianto,
ed io canto il
mio volo di farfalla,
nel ceruleum di
orizzonte nuovo.
Nonostante il procelloso presente,
screziato di bruma,
nonostante il vento infiammi
naumachie latenti,
nonostante il tempo passato
ancori e freni la navigazione,
si muove veloce e va oltre la leggera nave.
Spiega la vela maestra,
vorace d’impulsi eolici novelli,
di correnti marine da infrangere.
Nel suo avanzare
in pieno mare,
intonano i flutti impetuosi
motivi inopinati,
accomodati.
Improvvisata,
la melodia diafana
e lieve si scolora
per aree lontane,
tremando e danzando.
La senti?
La ascolti ancora?
Non è un pianto,
ma un fiero canto…

canto blues annegato alla deriva
matteo (kar)

dal pianto si leva
il canto di farfalla
vittoriosa.
Dai silenzi,
torture
di spine a carne insolita
agli oltraggi.
Solo
accanto al fiume
bastonato
d'acqua che scorre
che se ne fotte.
Te ne vai
e solo lì io grido
al vento il nome tuo
quando non senti
allora sfido
lastre d'acqua
freddata da' silenzi
Recise le radici ,
arsa la terra
fatta di secche
a dividerci,
la pelle
si mescola
e rinnova
odori freschi
e fluidi.
Ch'umidi panneggi
vi proteggano
la vita che nasce
rinasce
di sè si cresce e muta
in divenir di corpo
e cicatrici
sorrisi e lamenti.

infligge tormenti
il primo al secondo
il secondo al primo
tormenti gratuiti
che lenti in adombrarsi d'altro
sfuggono al controllo.
Si fa pavone l'uomo
pavon la donna
Si consuma la lite perpetua
alla deriva de sensi
del cuore
dell'essere che umano
si distingue
emerge
dalle stasi metastatiche
e metastasiane rigide
quando nel vaneggiare tuo
nel ricomporti
diventi creatrice
d'assorti e benpinti
linguaggi.
Nessuno vuole morte
e fiumi rossi
nessuno vuol silenzi(io si)
eppur ci stanno.
E allora canto
e aspetto il tuo,
cercare le parole,
il mio, rompere i silenzi
per non chiudermi a nocciòlo
con gli arti le foglie
i suoni spenti.

Per librarmi con te
in volo
ci voleva poco sforzo
te che eri le mie ali
oggi recise
te che riempivi
in timbri allegri
i grigi e i bianchi..
te che il fiume portò
via senza parole
te che piangevi
te che mi manchi.

Canto Blues alla Deriva in London
Francesco Sasso

Ore 8.51 London
Aldgate East, Moorgate e Liverpool Street...
Mio rifugio e mia fortezza
Ore 8.56 London
Piccadilly Line...
Mio rifugio e mia fortezza
Ore 9.17 London
Edgware Road...
Mio rifugio e mia fortezza
Ore 9.47 London
Autobus number 30, Tavistock Place...
Mio rifugio e mia fortezza

Morte
Mio rifugio mia fortezza
Mie genitrici miei progenitori miei fratelli mie sorelle miei amici
Fa delle fiamme guizzanti
Tuoi ministri
Fa che la pelle bruci per ore
Ché i miei occhi disprezzeranno i miei nemici
Fa che i fiumi riacquistino livore
Sono orfano in un campo di profughi
Nella vecchiaia darò frutti
Anch’io da oggi sono orfano in London
Nella vecchiaia darò frutti
Non concederò sonno e ristoro a questi miei occhi
Zampilla oramai nuovo oro in pozzo d’odio
Mio rifugio mia fortezza

canti, mancanze, porpora e fiumi
Irene leo

Manca la mia voce
come il sale
su aperte ferite,
come il vermiglio sterilizzante
su ogni cicatrice.
Manco nel tuo mondo,
manco nei tuoi pensieri.
Ma non si può tornare
al passato,
non si può tornare a ieri.
Tutto è già stato.
Ho sperimentato
ogni variazione
della tua sonata di vita.
Ogni la, ogni fa diesis,
ogni nota è ormai sbiadita.
La veste bianca è alla deriva
della corrente, che tutto abbraccia,
ora mi vesto di colori recisi
alla viva natura,
rinnego il bianco e il nero,
il grigio nefandezze,
e le tue pochezze.
Solo d’azzurro è la mia veste
come quel cielo agreste,
come il riflesso delle passate primavere.
Ma ora in queste scagliole d’estate
il mio viso è di già consunto di sole.
E perisce ogni malinconia,
il vento la ingoia
portandosela via.
Dimenticale le mie ali,
ed io dimenticherò la mia ancora terrena.
Ed io sempre più in alto fino a scomparire,
e tu sempre più in quelle terra arsa fino a morire.
Ed io,
acqua che dal cielo ascese,
riempirò da lontano le secche del tuo cuore,
che in aride terre il suo destino pose.
Non si può scordare,
ma solo smettere d’amare.
Non si può rinnegare la presente vita,
ma rigiocare un’altra partita.
E ti mancherò come sale,
ma mano arriverà che
asciugherà la tua ferita,
ed io sarà già smarrita
dalla tua mente,
e la mia ombra
sarà di già svanita.
Dinanzi a te un altro
bianco lino,
ma non io,
io sarò lontana,
tu sarai lontano…
Continuerò a navigare
per altri porti,
altre genti,
altri sorrisi
da incontrare,
altri pianti
ed altri canti.
Ma non fu il fiume,
fosti tu,
a fare il resto,
ed ora niente sarà
mai lo stesso…
Fiume
ora rosso di
orrorre e terrore
ora fosco
di anime perse.
Ora il silenzio
ha cancellato
la vita,
ora la strada
è di nuovo in salita.
Chiedo un canto,
un canto unitario
e grande,
un canto
per non dimenticare...
un canto che mi dica tanto,
che consoli il pianto.
C'è bisogno di tornare ad amare...
C'è il bisogno di non scordare...

derivAzione
angelo ciciriello

Diluisco l'orgoglio (perché preferisco non pensare di perderlo) sul manto stradale
nero di fuoco e di periferia che lo rende palude
e fatico a seguire la mia strada e le sue derivazioni
il mio obiettivo,un ricordo o solo un angolo di pace.
Si liquefa la coscienza ammutolita della sua sorte
e incatenare parole,le une alle altre,
per allestire un canto, una poesia, una preghiera, un ultimo lamento
per fermarne la deriva e che mi porti alla mèta
senza perdermi ancora,
no,proprio non mi riesce.
E lento è il cammino nel peregrinare del tempo,
non più mio.
Perdo pezzi di pelle
coi muscoli uncinati ai bordi delle strade
surriscaldati dallo sforzo che li smolla,
li affloscia vampirizzandoli
con la mia pena che sale verso il cielo
come questo calore bituminoso di un sole impietoso
coi raggi che trasformano tutto in cancelli,prigioni ,confini
con l'infinito alla deriva;
e nessuna nuvola in cielo,
nè un uccello,
un grido ad àncora a cui aggrapparmi
e scivolare nell'azzurro del cielo,
nell'azzurro del mare,
mi passa accanto a cui aggrapparmi:
scivolo ancora lungo i bordi impreparato.
Sono sempre più prigioniero e senza voce
vi vedo appeso ad una croce
e un calvario è ora la mia strada,
nemica nonostante tre striscie bianche
indicano una possibile salvezza da ogni deriva.
Ad ogni passante,
agli erranti che non amano le mète
ma solo il cuore profondo di una asfaltata
che si perde lontano.
Niente mi impedisce di fermarmi
eppure macino chilometri
divoro pensieri e periferie
ma sono su uan sorta di tapis rulant
e da nessuna parte va il mio camino
nessuna direzione o altezza decisa
prende il mio canto
perchè nel nero si sprofonda
nel nero si soffre,
nel nero si muore.
Il nero divora le suole delle scarpe
allo stesso modo di come si consuma il mio essere
che seppure sfinito non riesce
a smettere
e tornare a vivere.Tutto intorno
appare ciò che non è
e a rallenty celebro
la funzione della mia vita.
Strada o fiume
un'altalena sui bordi
ne fa ilverso
dondolando all'infinito
per quest'anima nomade.

Marrakech
Blu

Aria calda e immota,
dalla finestra una tendina cerca la via di fuga
abbandonata all’impercettibile rèfilo d’agosto.

Nel vicolo odore di salse acri,
riso e pollo bollito
ed il dileggio solitario di un peloso randagio.

Da lontano arrivano lievi le sfiatate
di un sax, tocchi di pianoforte…
m’affaccio senza pretendere,
senza guardare oltre.

Forse sono ancora assonnato,
di certo… solo!
Carta sullo scrittoio, vuota di neri…
e carta nel cestino,
rannicchiata di vergogna.

Aria calda di Marrakech
Nuvole di stoffe variopinte
a far da cielo a minareti rossi d’argilla
ed al tuo ricordo bianco di tempo.

A questo punto del viaggio
Luciano Pagano

dimmi fratello allora come finì il tuo viaggio
dimmi fratello a che punto sei rimasto
e sciolto come un crine l’incunabolo dell’ombra
si prostra a quel cenacolo
degl’individui loschi
i manipoli di chi ti vuole vivo
per miracolo
se mendichi il sapore delle favole:
qui non c’è amore e l’affetto è sbuffo di vento;
qui ci si siede, qui si aspetta invano
che il circolo organizzi in chiuse torride
la secca
dell’ingegno, qui mi somigli
ché cerchi redenzioni e fuochi fragili
col rosso che consegue e che quei pochi
sanno,
come che del sapere fai partecipi
le sole donne
al fianco i soli uomini.

ma quale amore quale poco abbraccio
ti avvinghia
se non sei partecipe
di mano abbandonata
del battere
che rende un suono solo?
per te mi sono reso in questo
scapito
e il gesto non suffice non è cosa,
per te mi diedi a spettri
dentro ai sonni
e il sonno non è cosa,
non ti rende
nel peso di una condizione forte.

evadere è la cifra del veicolo.
evadere per quanto sia possibile
gettarsi al seme
perdere quel poco
se speri che nel cambio delle recite
diventi e renda cosa quest’immagine:
io contro vento
io contro le macchine
io contro l’ingranaggio che moltiplico
le smorfie
quasi come téndine
ti spaccio neve calda
mi rettifico.
qui per questo spettro trova il bilico
che sa,
qui la tua lancia vibra
nel percuotere
me.
che mi volesti fianco di battaglia.

io non è qui da tempo
io dimentica…
e le case preferite i tuguri divennero i segnali di un impero
che domandava ai suoi scommettitori
non le ragioni
non i commentari di tanta gloria in statue
da decidere…
tu mi scegliesti ferro in mezzo ai ferri,
tu domandasti fuoco in mezzo ai lampi,
ma io
senza particole
all’incanto
ti diedi suoni
al suono disinvolti,
perciò non ti dispiace
quel che vedi.
perché se vedi bene oltre quel fremito
non troverai più me
non il binario ti cerca
non il viaggio.

più me ne scappo e più ne resto avvinto,
più si cancella il segno
e più si marca
l’alone,
il sacro il sole tempo sterile.

questi figli ho nominato ad uno ad uno
fino a che l’ubriacarsi venne facile.
questa terra percorsa palmo e salmo
fino a che l’ubriacarsi venne facile.

la replica percuote nel ricordo
l’immagine.

sepolto in un futuro che commuove
a stento
le damine
quando cantano.

se muove ancora un canto questo accendersi
rosso fatto di ‘o’ che se tentennano
è segno,
come tutto è segno,

non simbolo di te

ma solo segno.

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Canto Blues alla Deriva nasce
da un'idea di Francesco Sasso e Luciano Pagano,
che prende corpo con l'apporto di tutti gli scrittori che
hanno voluto prendere parte a questo poema
cercando di costruire un unico canto,
tassello dopo tassello,
un testo che parla di tutte le nostre partenze,
delle nostre fughe, delle nostre radici,
delle nostre aspirazioni.
Un poema alla deriva, come è giusto che sia.

Il "Canto Blues alla Deriva" nasce
ufficialmente il 19 marzo del 2005,
alle ore 11:17, quando viene inserito
il primo frammento, scritto
da Francesco Sasso. Ogni settimana,
Francesco e Luciano hanno letto i materiali
pervenuti in redazione, e hanno deciso
quali frammenti inserire per fare
in modo che l'unica regola da seguire,
la continuità, sia rispettata nella
stesura del "Canto Blues alla Deriva".

Aderiscono all'iniziativa, venendo pubblicati
periodicamente sulla pagina del "Canto Blues alla Deriva"
diversi poeti, a cui vanno i nostri ringraziamenti,
soprattutto per la costanza dimostrata nel leggere,
di volta in volta, il testo in progress
prima di inviare un nuovo frammento.

Un poema collettivo che nasce da tutte
le nostre voci che si sono incontrate in rete,
Francesco Sasso, Luciano Pagano,
Irene Leo, Gioia Perrone,
Vito Antonio Conte, Tiziano Serra,
Stefano Donno

Si possono avere identità differenti
e nello stesso tempo concorrere alla
tessitura di una stessa trama poetica?
"Canto Blues alla Deriva" è il nostro tentativo
di compiere un esperimento simile,
il primo che abbiamo tentato insieme.
Approfittiamo di questa pagina per augurarvi
buona lettura e per ringraziarvi di averci
affiancato in questo tentativo.

La stesura della prima parte del "Canto Blues alla Deriva"
consta dei primi 12 frammenti ed è stata
conclusa in concomitanza con l'uscita del numero 17
di Musicaos.it, esattamente tre mesi dopo
l'inizio di questa esperienza.

Da quel momento in poi prende inizio la
stesura della seconda parte del
"Canto Blues alla Deriva"
. Alla quale sono
invitati a partecipare tutti gli autori, lettori
e collaboratori che troveranno interessante
mettersi in gioco e prendere parte alla stesura
di questo poema collattivo alla deriva.

aggiornamento 10 settembre 2005

è terminata la stesura della seconda parte del Canto Blues alla Deriva, adesso abbiamo intenzione di proseguire con la terza parte, che avrà un tema differente dalle prime due, il tema della stesura della terza parte del Canto Blues alla Deriva sarà La deriva/le derive del pensiero. Nei prossimi giorni, su questa pagina, troverete alcune considerazioni preliminari sulla prosecuzione del Canto Blues alla Deriva, alcuni indizi di lavorazione, pensieri in corso a cura mia e di Francesco Sasso.

aggiornamento 18 ottobre 2005

anche la stesura della terza parte del Canto Blues alla Deriva si è conclusa, stiamo raccogliendo ed ordinando i frammenti scritti per la terza parte, gli autori che hanno preso parte al Canto Blues alla Deriva saranno contattati in questi giorni e avvisati su come si svolgerà la fase conclusiva della stesura e chiusura del Canto Blues alla Deriva, ringraziamo le dieci persone, dodici insieme a Francesco e me, che ci hanno creduto e accompagnato in questa avventura che è durata esattamente 7 mesi. A presto, su questa pagina, per le informazioni relativa alla versione definitiva del Canto Blues alla Deriva.

Luciano Pagano



AVVISO PER CHI HA PARTECIPATO ALLA
STESURA DELLA PRIMA PARTE & SECONDA PARTE
del "Canto Blues alla Deriva"
NON E' NECESSARIO INVIARE VIA EMAIL IL MATERIALE COME IN PRECEDENZA.

PER AGGIUNGERE IL TUO FRAMMENTO ALLA STESURA DELLA SECONDA PARTE DEL "CANTO BLUES ALLA DERIVA" TI BASTA ANDARE SULLA PAGINA DEGLI INSERIMENTI

CLICCANDO QUI

INSERISCI IL TUO NOME e COGNOME o NICKNAME, il tuo indirizzo email e il tuo URL (facoltativo), e IL FRAMMENTO CHE VUOI AGGIUNGERE.

I frammenti che verranno ritenuti validi e attinenti
alla prosecuzione del testo, verranno inseriti
su questa pagina periodicamente, dopo essere stati
letti dai redattori del
"Canto Blues alla Deriva"

ISCRIVETEVI e PARTECIPATE
ai FORUM di Musicaos.it, c'è una discussione nel forum
dedicata al "Canto Blues alla Deriva".

Il forum sul "Canto Blues alla Deriva" servirà
a tenerci in contatto per capire quale direzione
dare alla prosecuzione del lavoro.


 

Hanno preso parte alla stesura del "Canto Blues alla Deriva":

Francesco Sasso
Luciano Pagano
Irene Leo
Vito Antonio Conte
Gioia Perrone
Stefano Donno
Tiziano Serra
Matteo Chiarello
Rossano Astremo
Davide D'Elia
Angelo Ciciriello
Blu

 

 

 

 


Aggiornamento 1 Dicembre 2005

Il Canto Blues alla Deriva è terminato su questa pagina potete continuare a leggere l'inizio, il canto adesso consta di cinque parti, stiamo lavorando in questi giorni alla versione definitiva del lavoro, sulla homepage e nella newsletter vi daremo le coordinate per muovervi in questo lavoro, un poema collettivo che ci ha visti tutti impegnati dal marzo del 2005 a oggi. Ringraziamo nuovamente tutti coloro che hanno collaborato alla stesura del Canto Blues alla Deriva, con la costanza e la dedizione, credendoci. Arrivederci a presto.