THE AMITYVILLE HORROR

Chissà perché agli americani, specialmente in ambito cinematografico, piace tanto creare, coccolare e successivamente distruggere il mito della famiglia e (s)parlare conseguentemente dei papà che, da un momento all’altro, impugnano il loro bel fucile a pompa (o un’accetta…a seconda dei casi) e fanno fuori tutto il parentado…che si tratti di una commediola o di un sano film dell’orrore…non lo capiremo mai.
Questo, fondamentalmente, è il riassunto in un paio di righe dell’ultima pellicola di Andrew Douglas. Ebbene si! In primo luogo, dopo ben 8 pellicole dedicate alla villa di Amityville, in pochi sentivano l’esigenza dell’ennesimo film; in secondo luogo, se speravate finalmente di vedere un film in cui fosse la casa la vera protagonista, vi sbagliate: a lungo andare, è il classico racconto del posto pseudo-infestato che ha pericolosi influssi sulla debole psiche del bravo e buon marito.
Alla classica mogliettina coraggiosa e combattiva tocca mettere in salvo la prole. Oltretutto, in tutto questo calderone, per giustificare al meglio l’intera serie di eventi, ci mancava anche la solita solfa sulle origini della villa e sulla presenza di un predicatore di sorta dedito a sacrifici umani, torture e suicidi di massa.
Vi ricorda qualcosa? Diciamo che Kosar si diverte a disseminare lungo il cammino simpatiche citazioni di pellicole quali Hellraiser (con tanto di uncini nel corpo…alla faccia della non violenza
teorizzata da Bay!), Poltergeist 2 ed inevitabili modelli alla Shining. Per essere buono le voglio chiamare ‘citazioni’, ma so benissimo che così non è, data la generale banalità dell’opera.
Partendo dall’omonima e non eccelsa pellicola diretta da Stuart Rosenberg nel 1979 e tenendo conto del libro di Jay Ansen (che ispirò il film di Rosenberg) circa i terribili 28 giorni vissuti dalla famiglia Lutz nella famosa villa infestata, The Amityville Horror promette molto, senza tuttavia mantenere tutto. Innanzitutto, vien da chiedersi se questi film dell’ ‘orrore’ ora li facciano tutti così, con un classico ed infantile meccanismo di botta è risposta che dovrebbe accontentare e soddisfare il pubblico! Poi ci si domanda perché per celare un’evidentissima carenza di idee, questi registucoli disorientino il pubblico nel modo più scorretto in assoluto, ovvero facendo un larghissimo uso dell’effettaccio audio-sorpresa? Non è stupido? Certo, in quei 2 secondi si salta sulla sedia, ma poi, in seguito, la sconfortante banalità dell’intreccio fagocita anche quei pochi e brevi momenti in cui il film riesce a dare il ‘meglio di sé’. Capisco che la parte audio abbia la sua importanza in un film, ma è anche vero che la struttura effettistico-musicale da sola non basti a reggere l’intero apparato.


La storia di riferimento sarebbe stata interessante se trattata in modo più attento e delicato: Douglas, messi da parte fantasmi e affini, si diverte a presentarci la solita casa buia con la solita cantina sudicia, il tutto illuminato dalla solita finta fotografia sporca e fintamente tirata a lucido; ci fa sobbalzare sulla poltrona tramite effetti audio sparati e, in altri momenti, cerca di stupirci con le classiche sequenze orrorifiche in puro stile ‘videoclipparo’ (si chiamano ‘sequenza inferno’).
Ma, forse, nessuno gli ha detto che ormai la migliore Hollywood ci ha ben abituati a questo tipo di trattamento. Il compito del film del classico film dell’orrore, sarebbe principalmente quello di turbare e di far sorgere nella mente un qualche timore che possa permanere anche dopo la proiezione…si torna a casa, ma ci si sente ancora non del tutto al sicuro…i nuovi film dell’orrore non lasciano spazio al pensiero e, l’unica cosa che ci resti dopo la visione, è un sano senso di nausea (per il ‘già visto’) misto ad un buon mal di testa (specialmente per il volume dell’effettistica).
Blair Witch Project docet…
Risultato finale: da una parte il film sembra la classica equazione matematica, in cui tutti gli elementi hanno un preciso e sistematico ordine; alla fine dei conti, la pellicola regala quella stessa emozione che ci dia il sapere in anticipo quanto faccia 2+2; dall’altra, a fine visione siamo convinti di aver assistito al tipico saggio di fine anno di uno dei tanti studenti di una scuola di cinema:
un film manierista da primo della classe…e, invece di ‘basato su una storia vera’, il giusto leit motiv di una pellicola del genere credo possa essere ‘guarda come sono bravo!’.
Ora ad Hollywood i film li concepiscono così: o sono idioti loro o siamo imbecilli noi.
La sceneggiatura la firma Scott Kosar, già autore di quell’altro ‘remake-capolavoro’ di The Texas Chainsaw Massacre. Mi chiedo una cosa: ma perché Michael Bay si ostina a rifare film altrui?
E sono anche peggiori degli originali! Capisco che non abbia una sola buona idea e che forse se non fa il classico film da bulletto-fighettino-tamarro-bovaro americano non sia in pace con sé stesso…ma allora perché non impara a fare altro e sta a guardare da chi il mestiere lo conosce veramente? Per far vedere che ormai anche lui fa parte del vasto olimpo im-produttivo hollywoodiano? E poi è veramente convinto di ciò che dice o forse non capisce bene il significato dei termini? È davvero contrario alla violenza? Dai film che finanzia (e che dirige) non si direbbe…e pensare che ha già in cantiere il prequel (IL PREQUEL???? Poi sarebbe il Prequel del Remake….assurdo!) di The Texas Chainsaw Massacre e il remake di The Hitcher (noooooooooo!!!!!!!) !!!!!!!! Fermatelo!!!!!!! Come dice Reynolds nel film ‘Why houses don’t kill people? People kill people’…il vero problema non sono le ville infestate…il guaio principale lo rappresentano registi-‘produttori’ quali Michael Bay & Co. che, con i loro filmettini mediocri, infestano tragicamente le sale di tutto il mondo!.

Qualche curiosità storica al riguardo.

In America hanno la pessima e pericolosa abitudine di spacciare per storie vere, pellicole ISPIRATE a singoli episodi di cronaca…era già accaduto per The Texas Chainsaw Massacre, il cui fulcro ruotava attorno alla famiglia di cannibali che non lasciano più andare via dei malcapitati…tuttavia, la pellicola capostipite trovava la sua capacità creativa nel riadattare alcuni episodi di cronaca nera risalenti agli anni ’50, che ebbero come protagonista il serial killer Ed Gein. Ma il film del ’79 non era comunque basato su una storia vera…per il remake del 2003 si è scelta la stessa condotta di pensiero e, con lo slogan ‘da una storia vera’ regista e produttori hanno furbescamente attirato nelle sale un gran quantitativo di gente; la stessa cosa si è verificata con The Amityville Horror che trova la sua forza nel narrare i tragici e misteriosi avvenimenti che si svolsero la notte del 13 novembre 1974: Ronald DeFeo jr., figlio di Ronald DeFeo sr. e Louise DeFeo, carica un fucile e toglie la vita a tutti i membri della propria famiglia sparando su di essi. Successivamente, internato in un manicomio, egli sosterrà di esser stato guidato da voci demoniache che gli ordinarono di compiere il massacro. Da qui la tesi della casa infestata da presenze malefiche (teoria confermata poi da svariati ghost-hunters) e il punto di partenza per lo sviluppo del libro-inchiesta di Jay Ansen.
· Un’altra versione degli avvenimenti, ci racconta però un diverso e più razionale sviluppo della storia: entrambi i coniugi DeFeo avevano molteplici legami con il mondo dei sindacati e della malavita. Dopo il massacro, la tesi più probabile fu quella di un regolamento di conti. Durante la sparatoria, oltretutto, nessuno nel vicinato sentì nulla (o preferì farlo...). Le autorità scientifiche, sul posto, ipotizzarono addirittura il coinvolgimento nella strage di altre due persone;
· Ma, nel 1986, Bob Keeler intervistò Ronald DeFeo jr. e questi rivelò un’altra e sorprendente versione dei fatti: DeFeo parlò di una situazione familiare abbastanza tragica, e affermò che a compiere il massacro sarebbe stata addirittura la madre aiutata a sua volta da Dawn, la figlia più giovane. Quest’ultima, durante un furioso litigio con il padre, impugnò il fucile e sparò al padre. La madre, sconvolta da ciò, prese l’arma dalle mani della figlia, uccise ‘definitivamente’ il consorte, sparò a Dawn, agli altri figli ed infine si suicidò. Richard asserì d’essersi salvato perché era nello scantinato con un suo amico, un tale Richard Romondoe.
· A suggerire e confermare la tesi della ‘non colpevolezza’ del figlio maggiore, v’è un’altra prova: durante le indagini venne ritrovata della polvere da sparo sui vestiti della ragazza; quest’ultima litigava spesso con il padre e il vicinato in più d’un occasione assistette a tali violente baruffe. Quando le fu vietato di recarsi in Florida con il proprio ragazzo, William Davidge, la ragazza ‘impazzì’ e diede sfogo ai pesanti accumuli di alcol e droga di cui era solita far uso: la ragazza ‘assunse’ un certo Augusto Degenaro e alcuni suoi amici perché facessero fuori tutta la propria famiglia, eccetto Richard, perché faceva parte del diabolico piano.

· Di Amityville esistono numerose pellicole, ma non tutti le conoscono:

1. Amityville Horror (Stuart Rosenberg, 1979);
2. Amityville II: The Possession (Damiano Damiani, 1982);
3. Amityville 3-D (Richard Fleischer, 1983);
4. Amityville: The Evil Escapes (Sandor Stern, 1989);
5. The Amityville Curse (Tom Berry, 1990);
6. Amityville 1992: It’s About Time (Tony Randel, 1992);
7. Amityville: A New Generation (John Murlowski, 1993);
8. Amityville: Dollhouse (Steve White, 1996).

In definitiva, quando si parla di verità, sarebbe ideale ascoltare più pareri al riguardo, non fermarsi unicamente all’apparenza e non spacciare per vero qualcosa che magari è assai lontano dall’esser tale. Voto: 5

THE AMITYVILLE HORROR
(Id., USA, 2005, 90’)
Regia: Andrew Douglas;
Cast: Ryan Reynolds, Melissa George, Jesse James, Jimmy Bennett, Philip Baker Hall, Isabel Conner, Brendan Donaldson; Musica: Clay Duncan, Jonathan Flood, Steve Jablonsky; Sceneggiatura: Scott Kosar; Montaggio: Roger Barton, Christian Wagner;
Fotografia: Peter Lyons Collister; Produzione: Radar Pictures Inc./Platinum Dunes/Dimension Films/Metro-Goldwyn-Mayer.

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