| CHRISTIANE F. –
NOI I RAGAZZI DELLO ZOO DI BERLINO





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Germania. 1978. Due giornalisti del settimanale “Stern”,
Kai Hermann e Horst Rieck, decidono
di concentrare la propria attenzione sul preoccupante e dilagante fenomeno
sociale circa la gioventù berlinese dell’epoca e il diretto
coinvolgimento di quest’ultima in squallidi e tristi ambiti quali
prostituzione e uso di droghe.
I due iniziano ad intervistare Christiane Vera Felscherinow,
una ragazza con un passato da tossica, dapprima registrandone le conversazioni
con un magnetofono e poi trascrivendone successivamente il contenuto su
carta; il lavoro sarebbe dovuto durare più o meno un paio d’ore,
ma il tutto si trasforma ben presto un imponente lavoro di ricerca durato
oltre due mesi.
Ed ecco che nasce così il memorabile libro-diario-inchiesta più
letto degli ultimi vent’anni: Christiane F. – Wir
Kinder Vom Banhhof Zoo: il volume esce in tutte le librerie,
diviene ben presto un best seller e scatena immediatamente l’attenzione
di insegnanti, medici e operatori sociali.
Naturalmente, il cinema non è esente dall’interessarsi ad
un tale successo letterario e si decide così di mettere in cantiere
la trasposizione filmica delle crude pagine (tra)scritte da Hermann e
Rieck. Nel 1981 arriva nelle sale cinematografiche di tutto il mondo quella
pellicola che, da allora, non ha mai smesso di far parlare di sè,
di commuovere, scandalizzare, disgustare e far pensare…
Christiane F. – Noi i Ragazzi dello Zoo di Berlino
diviene immediatamente il film fenomeno dell’anno meritandosi, anche
a distanza di tanto tempo, appellativi quali ‘memorabile’,
‘cult’ e ‘must’.
‘Piscio e merda dappertutto'…è
così che si apre la drammatica storia di Christiane che, a soli
13 anni, inizia lentamente ad addentrarsi nella terribile e crudele spirale
della droga e della prostituzione. Inutile aggiungere che, nel film come
nella realtà, molti dei suoi amici non riescano a farcela; Christiane,
al contrario, dopo innumerevoli tentativi atti a smettere di drogarsi,
ci riesce definitivamente ricoverandosi in una clinica.
Fondamentalmente, Christiane F. non è solo un
film puramente incentrato sulle vicende di una gioventù che allora
vagava squallidamente negli ancora più indigenti ritrovi berlinesi;
la pellicola, da una parte, diviene un vivido documento storico che ci
permette di osservare il rovescio della medaglia di quei tanto osannati
e luccicanti anni ’80, afflitti però da tremendi mali allora
sconosciuti quali, un esempio su tutti, l’AIDS;
dall’altra, il film ci parla di un’intera generazione allo
sbando, di ragazzi lasciati a sé stessi, adolescenti privi di quell’affetto
che forse, se ci fosse stato, avrebbe contribuito a rendere migliori le
esistenze di questo giovane popolo senza ideali e avrebbe in qualche modo
arrestato questo immorale, feroce ed irresponsabile volere autodistruttivo.
Christiane F. è forse anche questo: un film sull’affetto
e sul dialogo mancato…si parla di ragazzi e, indirettamente, si
accusa anche la controparte adulta, totalmente incapace di star dietro
a questa incerta e confusa prole. Christiane (Natja Brunkhorst), in mancanza
di un vero e proprio supporto materno – nel film i genitori sono
divorziati e la ragazzina vive con la madre -, trova il proprio io in
un tetro mondo interiore ed esteriore, popolato da luminose rock-star
come David Bowie con la propria musica, e da sperduti e fantasmagorici
coetani quali Babsi, Axel, Atze, Detlef (Thomas Haustein), il tutto sorretto
dalla quotidiana e costosa assunzione di droga, fondamentale biglietto
d’entrata per accedere a tale folle universo…ma, una volta
entrati, è quasi impossibile uscirne…e chi ci riesce, pagherà
csro tutto ciò, portando comunque per sempre dentro di sé
i segni di questa faticosissima, incessante e maledetta ‘guerra’.
Grazie alla sporca e cupa fotografia quasi documentaristica di Jürgen
Jürges e di Justus Pankau, il regista ci
conduce in un cammino esasperato, alla scoperta di una plumbea Berlino
da incubo in cui, lo splendore di una città, da sempre osannata
ed esaltata per l’esasperato e rinomato perfezionismo (e perfezione),
subisce qui un duro e drastico colpo, mostrandoci invece il sistema nella
sua interezza (e bassezza) e tutte le microfalle che possano subdolamente
celarsi in un così avanzato, ‘civile’ e super-organizzato
modus vivendi…il degrado e l’orrore sono - incredibilmente,
ma vero - all’ordine del giorno e alla portata di tutti, in rinomati
e frequentati posti quali stazioni metropolitane, bagni pubblici e locali
notturni di grido.
Molte le scene di sicuro impatto visivo e morale che non possono certamente
lasciare indifferenti: memorabile la sequenza in cui il gruppo di giovani
corrono in galleria lanciandosi a terra e ‘rotolando’ in preda
ad uno sbarazzino spirito euforico; tristemente degne di ricordo anche
la scena in cui Christiane usa lo sciacquone del water per ‘pulire’
una siringa e la terribile sequenza dell’astinenza, simulata dai
due bravissimi protagonisti, Natja Brunkhorst e Thomas
Haustein.
Gli attori, tutti rigorosamente
non professionisti, sono di una bravura eccezionale, soprattutto se si
considera il ruolo loro affidato e la considerevole giovane età
d’ognuno d’essi (per simulare la dipendenza dalla droga, Edel
chiese a tutti i ragazzi di assumere un’espressione facciale abbastanza
assonnata). Molte delle ‘comparse’ che si drogano nei bagni
pubblici, lo fanno sul serio: regista e troupe preferirono assoldare molti
drogati e pagarli come comparse per quella scena, piuttosto che cacciarli
dal ‘set’, destinandoli a prostituzione certa.
La vera Christiane ora ha un figlio e vive nei pressi di Berlino-Spandau;
anche Detlef, l’amico della ragazza, vive attualmente a Berlino
con la propria compagna ed è assolutamente pulito; egli afferma,
oltretutto, che in passato, tra lui e la ragazza non vi fosse mai stato
amore, ma che solo la droga mantenesse saldo il loro rapporto. Naturalmente,
il giovane considera la storia del Bahnhof Zoo un ‘peccato di gioventù’.
Al film collaborano David Bowie e Brian Eno,
che ne firmano la colonna sonora insieme al compositore Jürgen
Knieper. La pellicola vinse il primo premio al 'Montreal World
Film Festival' ed al 'Germany Golden Screen' nel 1981.
La versione che circola in Italia dura circa 125’, ma sono certo
dell’esistenza di un’altra edizione da 135’ disponibile
sul mercato tedesco (dato che il formato video è sempre PAL, non
credo che la differenza risieda nella diversa velocità di avanzamento
dei fotogrammi, come per esempio avviene nel caso del formato NTSC).
Non solo un film di denuncia sulla droga e sui devastanti effetti ch’essa
possa avere, ma anche un’amara ed istruttiva parabola sulla vita,
sulla morte, sul coraggio di vivere e di ricominciare a farlo, e sulle
fondamentali e sostanziali difficoltà che un adolescente possa
incontrare nel tentativo d’instaurare un dialogo e un rapporto decente
con le persone a lui più care e vicine: i propri genitori. Il problema
forse non è la droga…il problema, magari, è da ricercarsi
altrove. Voto: 8
CHRISTIANE
F. – NOI I RAGAZZI DELLO ZOO DI BERLINO
(Christiane F. – Wir Kinder vom Bahnhof Zoo, Rft, 1981, 138’)
Regia: Uli Edel;
Cast: Natja Brunkhorst, Thomas Haustein, Jens Kuphal, Peggy Russiek, David
Bowie, Lothar Chamski, Rainer Woelk, Uwe Diderich, Christiane Reichelt;
Musica: Jürgen Knieper, David Bowie, Brian Eno; Montaggio: Jane Seitz;
Fotografia: Jürgen Jürges, Justus Pankau; Sceneggiatura: Herman
Weigel;
Produzione: CLV/Maran Film/Popular/Solaris Film.
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