| The
Ring Two

La lunga tradizione dei film “Ringu” ha origine in Giappone,
quando un giorno lo scrittore Kôji Suzuki decise di dar vita alla
sua piccola e diabolica creaturina Sadako. Nasce così il film per
la televisione Ringu: Kanzen-ban (1995). L’esperimento ha un certo
successo e si decide così di farlo divenire un film vero e proprio:
tre anni dopo i dirigenti delle rispettive Kadokawa Shoten Publishing
Co. Ltd. e Omega Project affidano a Hideo Nakata la regia dell’effettivo
lungometraggio per le sale, e vede così la luce il primo Ringu
(1998). Il film gode di un successo così vasto da rendere inevitabile
la produzione di un imminente seguito e, nello stesso anno, Jôji
Iida realizza Rasen (conosciuto anche come The Spiral). La pellicola però
non gode dello stesso esito del predecessore. Contemporaneamente, dalla
Corea arriva l’istantaneo remake della pellicola di Nakata, Ring
(Ring Virus, 1999) diretto da Dong-bin Kim. Ma in patria non si perdono
minimamente d’animo e le suddette Kadokawa e Omega, ingaggiano nuovamente
il collaudato Nakata affinchè realizzi il vero sequel del fortunato
film capostipite: arriva nelle sale Ringu 2 (1999) e il successo si ripete
nuovamente. Nello stesso anno, si decide di dar vita anche a Ringu: Saishuu-shô
(Yoshihito Fukumoto, Hidetomo Matsuda, Hiroshi Nishitani), una serie televisiva
sempre incentrata sulle vicende di Sadako e composta da 12 episodi di
54 minuti l’uno.
L’infernale bambina, oramai divenuta una vera e propria icona orrorifica
del mercato cinematografico nipponico, riscuote ovunque ampi consensi
di pubblico, favorisce un ampio

fenomeno di franchise e ciò porta alla conseguente ed inevitabile
realizzazione di un ulteriore sequel del sopracitato Ringu 2: nel 2000
Norio Tsuruta dirige Ringu 0: Bâsudei che, più che un vero
e proprio sequel, è da considerarsi un prequel del primo film,
in quanto vi si narra di quello che accade prima che Sadako venga concepita.
Dopo tutto questo gran trambusto, sembra che finalmente sia finita e che
Sadako abbia trovato la pace…ma non è così! Un pomeriggio,
il produttore americano Walter Parkes assiste alla proiezione di Ringu
e, restandone assai colpito, decide prontamente di acquistare i diritti
per un remake.
Detto, fatto. Alla DreamWorks commissionano la stesura dello script alla
brava Ehren Krueger (Arlington Road, Scream 3) e la regia del primo remake
americano è affidata all’abile Gore Verbinski (Un Topolino
sotto sfratto, La Maledizione della Prima Luna).
Nel 2002 arriva nelle sale il film fenomeno dell’anno: The Ring.
Rispetto alla pellicola originale giapponese, quella americana si pregia
di uno stile fluido e magnetico in cui l’apparente lentezza, la
cupa e malinconica fotografia (Bojan Bazelli) e la minuziosa e precisa
costruzione del racconto, agiscono impercettibilmente sullo spettatore,
infondendogli una certa dose

d’inquietudine e d’angoscia che lo accompagnano durante e
dopo la visione del film (naturalmente tutto ciò è soggettivo)
…in definitiva, si può certamente affermare che la mano sicura
di Verbinski non lasci niente al caso e che il proprio operato non abbia
nulla da invidiare a quello del regista nipponico (che, da parte sua,
ha comunque realizzato un film abbastanza originale e con pochi mezzi
a disposizione). Superfluo aggiungere e ripetere che The Ring si riveli
un ulteriore colpo vincente per la DreamWorks di Spielberg. Arriva il
2005 e, dati gli incassi della pellicola, si parte con la produzione dell’inevitabile
sequel: la sceneggiatura è sempre scritta dalla Krueger, ma questa
volta il testimone della regia passa nientedimenoche proprio a Hideo Nakata,
regista di entrambi i Ringu originali. Questa volta, però, i risultati
non sono eccezionali e, se il film di Verbinski contava su una storia
poco banale e molto ben orchestrata (soprattutto dal punto di vista visivo-pittorico),
The Ring Two rivelasi essere un film assai lento, molto poco emozionante
e un tantinello raffazzonato e sbrigativo. Se nella pellicola precedente
la storia aveva una sua propria logicità, in questo secondo capitolo
Nakata preferisce abbandonarsi da una parte ad un certo non-sense, ricorrendo
(troppo) spesso al classico uso

dell’effettaccio (abilmente centellinato invece da Verbinski) atto
a creare e a sottolineare momenti di tensione, dall’altra sembra
che regista e sceneggiatrice siano estremamente confusi e che non sappiano
assolutamente quale storia narrare: nel primo film Samara era strettamente
connessa all’uso di un anonimo, ma letale vhs; qui invece la storia
cambia completamente e la bambina ha poteri soprannaturali eccezionali,
non potendo intervenire unicamente nell’ambiente onirico (???!).
…In aggiunta a ciò, ora la bimba vuole una madre e si accanisce
proprio con la sua vecchia amica giornalista (Naomi Watts) e con suo figlio
(David Dorfman)…alla lontana, ricorda un po’ la storia di
Nightmare 5…il fatto che Nakata si trovi a dirigere un sequel-remake-non
remake del proprio stesso film, suona del tutto paradossale e assurdo!
Il concetto non è semplice da chiarire a parole, ma ci provo ugualmente:
è una contraddizione in termini il fatto che Gore Verbinski, partendo
dall’operato di Nakata, sia stato abile nel realizzare un prodotto
abbastanza affascinante e che, Nakata stesso, nonostante sia l’autore
di entrambi i film originali da cui ha preso spunto Verbinski, non sia
stato capace, da una parte di surclassare l’autore americano, dall’altra
di eguagliare

sé stesso per la realizzazione di un remake di un suo stesso film!
Strano, ma vero. Verbinski-Nakata: 3-0 (visto che al regista giapponese
sono serviti ben 3 film per dire ciò che invece Verbinski ha saputo
condensare in uno solo).
Per dirla in breve, un film di cui francamente non se ne sentiva la mancanza;
tutti gli spunti provenienti dal primo capitolo, vengono qui totalmente
abbandonati o trattati con mera superficialità e, della storia
del nastro maledetto, se ne accenna brevemente per parlare poi di tutt’altro
e con molto poco stile…Oltretutto, come già dicevo in precedenza,
l’usato e abusato effetto CGI è insopportabile e, tutti quei
trucchetti ‘emotivi’ abilmente confezionati da Verbinski,
vengono qui usati sino alla nausea (non se ne può più di
vedere faccioni verdi e stravolti! Non fanno più paura se mostrati
uno di seguito all’altro in un’allegra successione! …e
poi la scena con i cervi….LA SCENA CON I CERVI!!!...). Sissy Spacek,
nella parte della

madre naturale (e pazza) di Samara (madre naturale?? Madre naturale??
Chi è questa?? E tutta la storia del primo film???) è assolutamente
sprecata ed imbarazzante. In breve, una storia molto poco interessante.
Spero che si fermino qui, anche se voci di corridoio preannunciano un
terzo The Ring, che poi dovrebbe essere a sua volta il remake di Ringu
0. Facciamo le corna. Fiacco e da dimenticare. Voto: 5-
THE RING TWO
(Id., USA, 2005, 110’)
Regia: Hideo Nakata;
Cast: Naomi Watts, Simon Baker, David Dorfman, Elizabeth Perkins, Gary
Cole, Sissy Spacek, Ryan Merriman;
Musica: Hans Zimmer, Henningh Lohner, Trevor Morris, Martin Tillman;
Montaggio: Michael N. Knue; Fotografia: Gabriel Beristain; Sceneggiatura:
Ehren Krueger;
Produzione: DreamWorks SKG/Bender-Spink Inc./MacDonald-Parkes Productions.
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