| Million dollar baby

Eastwood è uno di quei registi vecchio stampo a cui piace ancora
ammaliare i suoi fans con una bella storia, accompagnando il suo pubblico
in un percorso mai banale, fatto di sofferenza, grazia e amarezza…il
tutto condito da uno stile che si giova di armonia e semplicità.
Da sempre sinonimo di garanzia, il buon vecchio Clint ci riprova ancora
una volta, facendo nuovamente colpo con questo suo ultimo Million Dollar
Baby. Dopo il bellissimo e crepuscolare ‘Gli Spietati’ (Unforgiven,
1992), Eastwood ha forse conosciuto un periodo un po’ d’ombra
realizzando opere minori quali ‘Potere Assoluto’ (Absolute
Power, 1997), ‘Fino a Prova contraria’ (True Crime, 1999),
l’ibrido ‘Space Cowboys’ (Id., 2000), ‘Debito
di sangue’ (Blood Work, 2002) fino al 2003, anno in cui realizza
lo strombazzato e (secondo me e alcuni miei amici) sopravvalutato ‘Mystic
River’…bella la prova attoriale, ma al film manca qualcosa:
un tocco di leggerezza in più e soprattutto un minimo di ritmo
non avrebbero certo guastato ad un racconto incentrato esclusivamente
su un pesante dramma verbale che non passa certo inosservato (non parliamo
poi del finale…assolutamente poco convincente).
Poi, Eastwood decide di mettere mano ad un racconto del bravo e compianto
F.X. Toole e ne affida la stesura dello script a Paul Haggis, esperto
sceneggiatore di serie televisive quali ‘L.A. Law’ e ‘Due
South’: ciò che ne vien fuori, è un prodotto assolutamente
perfetto, sotto molteplici punti di vista…quella che definirei con
piacere ‘una punta di diamante’ nella filmografia dell’ex-texano
dagli occhi di ghiaccio.

Partendo dal racconto “La ragazzina da un milione di dollari”
(presente nel volume ‘Rope Burns: Stories From the Corner’),
Eastwood confeziona con sensibilità e disillusione un’opera
con una forza d’animo rara di questi tempi: forse due ore e passa
non bastano a descrivere da una parte la maturazione del difficile rapporto
che viene a crearsi tra la giovane e combattiva ‘recluta’
(Swank) e il cinico e stanco allenatore/mentore (Eastwood) e, dall’altra,
l’inaspettato e drammatico evolversi degli eventi che porteranno
infine i due rispettivi personaggi a prendere ognuno delle sofferte e
vitali decisioni per loro stessi e per l’altro. Quasi come una nota
biografica, così come a Eastwood calza perfettamente il proprio
ruolo di allenatore, così alla Swank và l’indiscutibile
merito di regalarci una meravigliosa caratterizzazione di un personaggio

all’apparenza debole e delicato, ma in realtà forte e determinato.
Così, la partecipazione fisica ed emotiva si entrambi, è
assolutamente in sintonia con gli eventi della vita di Toole: egli non
fu mai un pugile, ma tuttavia sul ring ci è salito a quarant’anni
e per pura passione…e per pura passione ci è rimasto; ha
vinto e ha perso, ha fatto l’allenatore, il massaggiatore, il secondo
e il fermasangue, ha rincuorato i suoi pugili tra un ring e l’altro,
ha asciugato il loro sudore e ha tamponato le loro ferite, li ha sentiti
soffrire, li ha visti trionfare e li ha soccorsi dopo che erano finiti
al tappeto. Se questo non è poco. Ad ogni modo, l’ex ispettore
Callahan è cresciuto: sotto una dura corazza di

freddezza e cinismo, batte il cuore solitario di un uomo, un’anima
alla ricerca di una propria identità, di qualcosa di più
importante di un paio di guantoni da boxe…e la controparte arriva
all'improvviso, nei panni di una vivace ragazzina la cui unica passione
è quella di salire sul ring e di restarci a lungo…ma perché
ciò accada, lei ha bisogno di qualcuno che la segua, un buon manager
e allenatore…e chi meglio del (non si direbbe mai) paterno Frankie
Dunn? Così, per una strana coincidenza, questi due personaggi si
ritrovano a condividere vicendevolmente le proprie esistenze, la propria
felicità e i propri dilemmi…due generazioni diverse, due
realtà separate da una sostanziale differenza (specialmente d’età),
ma un estremo e fondamentale bisogno comune: trovare qualcuno a cui voler
bene…e da cui farsi voler bene…che si tratti di un’agguerrita
ragazzetta o di uno scettico e introverso ‘veterano’.
E alla fine, i conti tornano. La morale di Eastwood non ci molla un istante,
confermandoci quanto sia importante avere una passione che ci possa spingere
a credere fermamente in qualcosa (o in qualcuno), sino al punto da dedicare
la propria esistenza a questa unica e fondamentale causa: ed è
proprio questo tipo di argomentazione che

permette al misurato Clint di parlarci con estrema onestà di delicate
questioni etiche (come l’eutanasia) e morali (la fondamentale inutilità
della religione), senza mai nè scadere di tono, nè di ricorrere
a fastidiosi clichè e didascalismi di fondo.
Magnifiche le interpretazioni, a partire da una battagliera e sincera
Swank (a conferma che il premio Oscar per ‘Boys Don’t Cry’
non fu un caso…), a finire al perfettamente in tono (e sottotono)
Morgan Freeman, qui totalmente a suo agio con un ruolo estremamente sommesso,
ma lucido…e al grande sopracitato regista/interprete di questo film
che, con Million Dollar Baby, riesce ancora una volta a confermare la
propria saggezza, raccontandoci una piccola storia con grande lirismo
e un’emotività davvero da pochi. Curatissima la fotografia
(Tom Stern), impeccabile il montaggio, specie nelle scene sul ring (Joel
Cox) e intimiste e rarefatte le musiche (dello stesso Eastwood).
Per dirla in breve, consiglio vivamente a chiunque di visionare al più
presto questa (vera) ultima pellicola di un sempre più abile e
completo Eastwood. Voto: 8 ½
MILLION DOLLAR BABY
(Id., USA, 2004, 137’)
Regia: Clint Eastwood;
Cast: Clint Eastwood, Hilary Swank, Morgan Freeman, Jay Baruchel, Mike
Colter, Lucia Rijker, Brian F. O’Byrne;
Musica: Clint Eastwood (Arrangiate da Lennie Niehaus); Montaggio: Joel
Cox;
Fotografia: Tom Stern; Sceneggiatura: Paul Haggis;
Produzione: Warner Bros./Lakeshore Entertainment/Malpaso Production/Albert
S. Ruddy Productions.
|