| Grosso
guaio a Chinatown

L’America è uno strano paese. Vi si produce di tutto, dalle
cose intelligenti a quelle un po’ meno…e la peculiarità
fondamentale degli americani, è quella di apprezzare maggiormente
le trovate un po’ più stupidotte (tanto per fare un po’
di nomi: Matrix Reloaded e Revolutions, Hulk, Terminator 3, Donnie Darko,
etc.), snobbando ampiamente esperimenti un po’ più interessanti.
Ciò vale anche per il settore cinema che, ogni anno, sforna puntualmente
il suo solito grosso numero di pellicole, brillanti o meno. Ricchi produttori
finanziano ogni genere di film e, quelli che incassano di più,
solitamente, sono sempre destinati a diventare oggetto di serializzazione,
e quindi conseguentemente di franchise: il classico caso del “blockbuster
movie”…ma, per mandare avanti questa grossa catena di produzione
dedicata al mercato di facile consumo (chiamiamolo così…),
la potente Hollywood nella stragrande maggioranza dei casi, assolda e
finanzia con ingenti quantità di denaro i classici registucoli
alle prime armi, assicurandosi così il pieno controllo sulle loro
“volontà” autoriali (la qualità non è
di casa, quindi non la cito neanche…).

I cosiddetti “shooters”, sono così incaricati di trasporre
con mezzo filmico ogni minimo desiderio di guadagno da parte dei maggiori
studios hollywoodiani (un esempio su tutti, Michael Bay) che, con formule
ormai collaudate e fisse, si assicurano facili ed immani guadagni. Naturalmente,
i film così realizzati sono pregni di tutto, tranne che dell’elemento
fondamentale, ovvero la firma del proprio autore (essendo stata ogni loro
volontà annullata dalle imposizioni della major…si è
ormai perso totalmente quel bel concetto di “cinema stylo”,
introdotto ai tempi dal ribelle cinema francese).
Non è il caso di John Carpenter che, insieme ad ormai pochi illustri
colleghi, è uno dei rari casi di regista semi-indipendente ad avere
il pieno controllo sulla propria opera, imponendole un collaudato marchio
di qualità autoriale. Che lavori per una major o no.
Dagli esordi, Carpenter inizia a farsi strada nell’industria hollywoodiana
e la sua carriera conosce una rapida impennata con una serie di ottime
pellicole, tra cui è doveroso citare Distretto

13: Le brigate della morte (1976), Halloween (1978), Fuga da N.Y. (1981),
La Cosa (1982), Christine (1983), Starman (1984), fino al 1986, quando
la Twentieth gli commissiona la regia del bizzarro Grosso Guaio a Chinatown.
Essendo egli da sempre un amante degli scritti di H.P.Lovecraft, Carpenter
conosce in quel periodo anche un vivo e sentito interesse per argomenti
inerenti la meccanica quantistica (lo confermerà successivamente
in quasi tutte le sue opere, a partire da Il Signore del Male dell’anno
seguente) e ciò lo porta ad apprezzare molto l’adattamento
di W.D.Richter sceneggiato da Goldman e Weinstein. La storia vede come
protagonisti la coppia formata dal gaglioffo spaccone Kurt Russell (qui
alla sua terza e divertita collaborazione con il regista) e dall’amico
cinese Dennis Dun, la cui futura moglie è rapita per esser donata
al metafisico signore degli inferi David Lo Pan, il cui più grande
desiderio è quello di riacquistare una consistenza materiale, essendogli
questa stata negata da un incantesimo migliaia di anni prima ad opera
di un imperatore che

egli stesso aveva osato sfidare. Inutile aggiungere che lo svilupparsi
della trama, veda coinvolti continui passaggi tra varie dimensioni (e
quindi realtà): da un malfamato vicolo, ci spostiamo nell’inferno
degli scorticati vivi, assistiamo a fenomeni paranormali di ogni tipo
in un bordello, veniamo nuovamente scaraventati nell’inferno dei
peccatori a testa in giù…e così via. Non c’è
nulla da spiegare: nel sottosuolo, sotto uno spesso strato di realtà,
si sviluppa in lungo e in largo tutto un universo parallelo, intriso di
credenze popolari cinesi in cui si ‘vaneggia’ dell’esistenza
di molteplici inferni, un microcosmo popolato da creature d’ogni
genere, umane e non…la leggenda prende così forma in uno
strano labirinto del quale non si può non restare affascinati.
E Carpenter conosce bene questi meccanismi. Secondo la sua migliore tradizione,
ogni minima spiegazione è messa al bando e, allo spettatore non
resta che accettare ciò che il regista gli propone: un fantastico
viaggio allucinante alla scoperta del meraviglioso che si cela dietro
la più banale delle realtà. Il film, alla sua uscita, non
fu compreso appieno, e si rivelò quindi un grosso insuccesso di
critica e pubblico: ciò, naturalmente, sancì un profondo
distacco tra Carpenter e le major (con le quali tornerà a lavorare
in futuro, seppur sporadicamente), e lo

porterà negli anni successivi a realizzare ottimi prodotti con
budget molto più contenuti (cito nuovamente il suo capolavoro in
assoluto, ossia Il Signore del Male). Il film, comunque, è scoppiettante
e, a distanza di anni, non ha perso la sua forza. Più lo guardo
e più mi piace (lo faccio da circa 15 anni…quando l’ho
visto per la prima volta ero un bambino…inutile dire che mi abbia
arricchito ed influenzato molto…). Tra i due protagonisti (ma parlo
anche anche degli attori di contorno) vige un’ottima intesa; molto
belle anche le musiche, realizzate in associazione con l’abituale
amico e collaboratore Alan Howarth; da vedere e da rivedere le eleganti
coreografie dei combattimenti (a cura di Jeff Imada)…parliamo del
1986 e in giro non esistevano molte pellicole così….
Un film da riscoprire e da apprezzare, perché quando si và
al cinema non c’è niente di meglio che farsi trascinare dalla
spensieratezza e dalla follia dilagante di un film come Grosso guaio a
Chinatown. Ovviamente, nella migliore tradizione di questo geniale regista,
ogni spiegazione è rigorosamente taciuta…e questo non può
che apportare fascino ulteriore al tutto!.
Mistero e irrazionalità, d’altronde, vanno a braccetto…quella
che si chiama una perfetta intesa di coppia. Voto: 7 ½
GROSSO GUAIO A CHINATOWN
(John Carpenter’s Big Trouble in Little China, USA, 1986, 99’)
Regia: John Carpenter;
Cast: Kurt Russell, Kim Cattral, Dennis Dun, James Hong, VictorWong, Kate
Burton;
Musica: John Carpenter, Alan Howarth; Montaggio: Edward A. Warschilka,
Steve Mirkovich, Mark Warner;
Fotografia: Dean Cundey; Sceneggiatura: Gary Goldman, David Z. Weinstein,
W.D.Richter; Produzione: Keith Barish, Paul Monash, Larry Franco. |