| Shining

Violenza cerebrale, violenza
macchinica, violenza animale…tutto nasce nella mente: la follia
è un elemento che appartiene a noi stessi così come l’orrore
può svilupparsi sia in bui recessi che in precisi e geometrici
ambienti, che essi siano i circuiti di un computer, che abbiano le tipiche
fattezze di un’astronave, di un’esotica giungla, o che siano
invece le spaziose, linde e illuminatissime sale di uno smisurato albergo.
Il germe si nasconde ovunque. Il germe è l’uomo stesso. Il
germe è la mente umana.
Nella poco vasta, ma brillantissima filmografia di uno dei più
geniali, osannati e memorabili autori che la storia del cinema abbia mai
conosciuto, Stanley Kubrick ci regala con Shining quello che forse rappresenta
il suo capolavoro per antonomasia, da una parte per la perfezione stilistica
raggiunta e, dall’altra, per l’efficacia della rappresentazione
di un costante e progressivo deterioramento della condizione mentale,
capace di tramutare in tragedia dapprima una situazione personale e poi,
successivamente, familiare. Partendo da un mediocre romanzucolo di Stephen
King, Kubrick ignora del tutto i giardini animati e le tante numerose
uscite fantasiose del prolifico scrittore per concentrarsi invece sul
canovaccio a lui tanto caro: l’obbiettivo fondamentale diviene quello
di mettere in scena la rappresentazione della violenza e della distruzione
dell’istituzione familiare attraverso l’uso di ben altri fantasmi
che occupano da tempo immemore il gigantesco e diabolico Overlook Hotel.
La storia è quella dello scrittore ex-alcolizzato Jack Torrance
(Nicholson) che viene assunto come guardiano invernale del suddetto albergo
per tenere attivo l’hotel durante il rigido inverno. Con sé,
nello smisurato posto, ci porta anche la moglie Wendy (Shelley Duvall)
e il figlio Danny (Danny Lloyd).

Solo che, durante la lunga permanenza, qualcosa inizia a non andare per
il verso giusto: da una parte, Danny, grazie alle proprie capacità
psichiche, ha frequenti visioni dei terribili e sanguinosi avvenimenti
che tempo addietro si svolsero in quell’albergo; dall’altra,
Jack inizia lentamente a cambiare, come se misteriose entità stessero
gradualmente impossessandosi del suo già precario equilibrio mentale.
Rifacendosi visivamente allo stile di maestri quali Fritz Lang (per le
maestose ambientazioni) e Max Ophüls (il virtuosismo senza sosta
della Mdp), Kubrick realizza con Shining un vero e proprio tour de force
psico-visivo, uno ‘studio’ sulla forma e sui contenuti che
prende in esame svariate argomentazioni, dai saggi sulla psicologia ai
romanzi ottocenteschi di genere sulle ghost stories.
Al regista interessa soprattutto far parlare le immagini, servendosi di
collaudati mezzi per raggiungere il proprio obbiettivo: lo stile asciutto
delle formali e geometriche inquadrature coincide perfettamente con le
fluide carrellate in steadycam (inventata proprio all’epoca da Garrett
Brown), tutte volte a sottolineare l’apparente tranquillità
e la perfezione maniacale che regna all’interno dell’hotel
(e nell’operato generale di Kubrick…) e che circonda i tre
personaggi, splendore apparente dietro cui però si nasconde una
totale sovversione delle più basilari regole

logistico-spazio-temporali; la geometria di fondo dello smisurato albergo,
illuminato quasi sempre a giorno, diviene ben presto una sorta di ordine
cerebrale, in cui ogni elemento è perfettamente al suo posto…come
se il controllo totale potesse fornire un qualche senso di sicurezza.
Ma, come da tradizione, il pessimismo di Kubrick insinua quel microscopico
dubbio, quella piccola scintilla che darà origine alla tragedia
perno dell’intera storia: l’omicidio, frutto di una sconvolgente
violenza cerebrale (energia potenziale) che si trasforma ben presto in
pura e spietata brutalità (energia cinetica).
È molto lo spazio dedicato al delicato rapporto padre/figlio. Kubrick
si preoccupa principalmente di far prevalere l’infanzia, la capacità
di sognare (da cui il nome dell’hotel, ‘Overlook’, guardare-oltre)
tipica dei bambini e l’inutilità di qualsiasi intellettualismo
di fondo (per quanto emblematica possa essere, la scena della fellatio
a cui assiste brevemente la Duvall, credo sia rappresentativa di questo
eterno conflitto tra i due ‘animi’). Questo continuo contrasto
è forse alla base dell’intera storia di Shining. Gli

antefatti riguardanti un ipotetico cimitero indiano di cui si afferma
l’albergo esserci edificato sopra, passano in secondo piano nel
momento in cui Torrance inizia a fare i conti con sé stesso e con
i fantasmi del proprio passato. È palese che a Kubrick interessino
ben poco le classiche leggenducole orrorifiche del genere e di questo
se ne accorge anche il più stupido degli spettatori. Ciò
che preme all’autore, è dimostrare come sia difficile stabilire
quale sia il confine che separa la normalità dalla sana follia
(egli stesso si considerava un sano-recluso in un mondo di matti). È
infestato l’albergo o è tutta un’allucinazione? E se
lo è, riguarda il singolo individuo o coinvolge un’intera
collettività? Non è semplice dare una risposta e Kubrick,
in primis, non ce la fornisce, chiudendo il film in modo assolutamente
emblematico. Allo spettatore, non resta che poter formulare un proprio
giudizio.
Il film è straordinario sotto tutti gli aspetti: gli interpreti
avrebbero meritato ciascuno il premio Oscar: Jack Nicholson, nevrotico
e schizzoide, è qui in una delle sue migliori e memorabili prove
in assoluto; Shelley Duvall, mater dolorosa, tiene testa per tutto il
film ad un furibondo Nicholson, senza però nulla invidiargli in
fatto di bravura; infine, il piccolo, ma bravo e

sofferente Danny Lloyd completa la perfezione artistica della pellicola.
Come per ogni film di Kubrick, eccellente anche la qualità tecnica:
bello il complicato montaggio (Ray Lovejoy), i costumi (della nostrana
Milena Canonero) e la luccicante fotografia (John Alcott). Geniale l’uso
della colonna sonora che, alternando brevi inserti di musica sintetizzata
(Wendy Carlos, Rachel Elkind), secondo la tradizione cara a Kubrick, fa
ampiamente uso di brani pre-composti di autori quali Béla Bartók,
Hector Berlioz, György Ligeti e Krzysztof Penderecki. Il film è
stato uno dei primi a far largo uso della Steadycam, geniale invenzione
che di lì a poco avrebbe rivoluzionato (e semplificato) il modo
di far cinema.
Per una visione completa, consiglio vivamente l’edizione integrale.
Voto: 9
Alcune curiosità sul film:
· Alla sua uscita nelle sale, il
film fu un flop. Kubrick ritirò dalla circolazione la versione
di 146’, la sforbiciò ampiamente, e lo fece riuscire, dapprima
con una durata di 144’ e, in seguito, con un altro minutaggio di
119’ (la versione che tutti conoscono). Ma anche questa soluzione
non fu quella giusta perché il film potesse andare incontro al
successo. Del film, esisterebbe anche un’ulteriore versione per
il mercato giapponese di 154’, in cui la scena dell’uccisione
di Halloran (Crothers) sarebbe più lunga e dettagliata. Ma non
ho la conferma di ciò e non l’ho mai trovata in circolazione.
· Alcuni scarti dei titoli di testa (quelli ambientati sulle montagne
rocciose), sono stati acquistati da Bud Yorkin e da Jerry Perenchio e
riutilizzati poi per la sequenza finale della prima versione di Blade
Runner (quella con il commento fuori campo, tanto per intenderci). Successivamente,
Scott ha rieditato il film, tagliando quella sequenza (Blade Runner –
The Director’s Cut);

· Anne Jackson compare nei titoli di testa, ma è del tutto
assente nella versione da 119’: c’è invece nella parte
iniziale dell’edizione da 144’ ed è la dottoressa che
visita Danny all’inizio del film;
· Nel film compare anche il nome di Tony Burton (Larry Durkin),
ma dell’attore nell’edizione di 119’ neanche l’ombra.
La sua scena è presente nella versione integrale, quando Halloran,
dall’aeroporto, lo chiama alla sua stazione di servizio;
· Nella versione integrale merita maggiore attenzione anche il
personaggio di Shelley Duvall e il suo rapporto con il bambino: nell’edizione
accorciata, il suo ruolo è abbastanza marginale (questo dovuto
anche ai contrasti che si crearono sul set tra regista e attrice) e Kubrick
si concentra maggiormente sul rapporto padre-figlio;
· Sempre nella (primissima) edizione, alla fine del film Ullman
(Barry Nelson) andava a trovare Danny in ospedale, regalandogli una palla
da tennis gialla, la stessa che rotola verso il ragazzino quando egli
gioca da solo nel corridoio dell’hotel. Kubrick ha tagliato definitivamente
questa scena che non è presente neanche nella versione da 144’;
· La versione da 144’, naturalmente, contiene numerose aggiunte.
Elencarle tutte sarebbe lungo ed estenuante. In Italia è pressocchè
impossibile reperire il film in versione integrale: la nostrana versione
su dvd contiene la pellicola con un minutaggio di 119’ più
il documentario di Viviane Kubrick. All’estero, lo stesso dvd dà
la possibilità di visionare il film nella sua interezza (ma anche
il vhs…io lo trovai a Parigi…). Per chiunque avesse la videocassetta,
tenetevela stretta: è vero che su dvd la qualità video è
assai elevata, ma alcune battute finali tra madre e figlio non hanno conservato
il doppiaggio e i cartelli della scansione temporale sono in lingua originale
(a differenza del nastro). Questo è accaduto anche per altri titoli
della serie “Stanley Kubrick Collection”, quali Arancia Meccanica,
Barry Lyndon e Full Metal Jacket.

· Philip Stone, che interpreta il vecchio custode Delbert Grady,
è qui alla sua terza collaborazione con il regista (Arancia Meccanica,
1971; Barry Lyndon, 1975)…caso più unico che raro in cui
Kubrick abbia lavorato per più di una volta con uno stesso attore.
Dall’epoca di Barry Lyndon, oltretutto, Leon Vitali divenne l’assistente
personale di Kubrick.
· Nel 1997 quella mente geniale di Stephen King, non soddisfatto
del film di Kubrick, ha dato il via e ha collaborato attivamente alla
realizzazione di un’infima serie televisiva diretta da Mick Garris:
6 ORE di durata, non dice praticamente niente e l’unico senso che
abbia è quello del ridicolo. King voleva trasporre su schermo l’intero
contenuto del proprio libro, esattamente così come egli si aspettava
che Kubrick facesse…ma Stanley ci aveva visto giusto…ahimè!
Che la sua anima riposi in pace!
SHINING
(Stanley Kubrick’s The Shining, UK, 1980, 119’ Edizione Cinematografica,
154’ Edizione giapponese, 146’ Anteprima, 144’ Edizione
Americana Integrale)
Regia: Stanley
Kubrick;
Cast: Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd, Scatman Crothers, Joe
Turkel, Anne Jackson;
Musica: Wendy Carlos, Rachel Elkind; Montaggio: Ray Lovejoy;
Fotografia: John Alcott; Sceneggiatura: Diane Johnson, Stanley Kubrick;
Produzione: The Producer Circle Co./Warner Bros..
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