Edgar Allan Poe
Vito Lubelli

Ho avuto l'occasione di leggere o rileggere, grazie alla pubblicazione della Gazzetta del Mezzogiorno, i racconti di Edgar Allan Poe. Senza sperticare elogi superflui, condivido l'uso dell'appellativo Maestro che La Porta utilizza per Poe. Il massiccio e costante narrare in prima persona, innanzitutto, conduce direttamente nelle viscere del protagonista di ogni singolo racconto, tra le sistematiche inondazioni di quel vino dannato che hanno ucciso Poe (rendendolo immortale) e ubriacano noi lettori alla sua mercè. La presenza dell'alcolismo nei personaggi di Poe, infatti, è la prima cifra della perdizione che caratterizza tutta la sua opera e la sua stessa vita. Anzi spesso l'alcol è il primo fattore che porta alla distruzione.
Tuttavia è riduttivo motivare l'opera di Poe solo da questo punto di vista. Una grande qualità dello scrittore di Boston è stata quella di finalizzare materie apparentemente innocue come la filosofia e la psicologia, attraverso la costruzione di grandi sistemi ed eccellenti dialoghi, ad esigenze narrative di mistero e terrore: Poe ha piegato la filosofia alla supremazia della morte, la poesia al volere degli eccessi, la razionalità al predominio delle tenebre. Senza per questo (e qui è la grandezza di Poe) perdere per un attimo la lucidità del discorso e la maestosità delle sue parole, restando al tempo stesso poeta ed uomo di eccessi, razionale e tenebroso, filosofo e nostro becchino.
Poe è quello scrittore che ti attira in trappola nelle pieghe dei suoi racconti, ti costringe a leggere, senza poterti fermare, fino alla penultima riga e poi TI AMMAZZA quando ormai sei in apnea: l'ultimo verso è il culmine di una tensione che non conosci fino a che non provi la bastonata finale, il singhiozzo, la parola lugubre che non lascia spazio neanche ad un urlo, ma te lo soffoca in gola strozzandoti.
Subito dopo, sei pronto, inconsapevole (o no?) ma con dannazione volutamente autodistruttiva (come il protagonista de Il gatto nero), a rovinarti con le tue stesse mani, ignorando l'insignificante richiamo di quel recesso della tua mente che ti consiglia di chiudere il libro e provare a dormire. E ti rituffi.
Infine, per tastare la potenza di Edgar Poe nella realtà, esci per strada alle due della notte: la città è deserta e, con una buona dose di fantasia, spettrale. Prendi la persona che ti accompagna in questa folle notturna inspiegabile passeggiata e raccontale accuratamente, come Poe ha fatto con te, della fine agghiacciante dell'ultimo personaggio conosciuto. Se questa persona non si spaventa, probabilmente uno dei due è già morto.

VITO LUBELLI sul blog di Ariosto

 

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