Voci al servizio, nessuna eccedenza,
sobrietà di presenze e forte tensione alla missione data: far
festa alla Notte. Tutto ‘in alto’ nell’arrangiamento,
sottile e fine nella valorizzazione delle attitudini vocali ed esecutive.
Per questo grazie Ambrogio (!), maestro-giullare d’una compagnia
‘densa’, dove il senso intimo della cultura matrice trova
respiro contemporaneo. La lingua, il nostro canto, che sorge e risorge,
come morso e rimorso, sconta il tempo e la sua gloria nel confronto
con la grande tradizione della canzone popolare mediterranea ed europea.
Questa è l’esperienza della Notte della Taranta. Occasione,
spunto di crescita e di consapevolezza. Non sono ammesse critiche e
riduzioni di fronte a questo volume di suono e di coralità, alla
danza che ruota sul palco a braccia larghe, che accoglie energia, la
svolge e la dona in amore. “Nel mezzo del cammin di nostra vita”,
questa “selva oscura” ha necessità di riconsiderare
ciò che è perso, ciò che è rimosso nell’epoca
lunga dell’egoismo economico. Epoca in disfacimento, in affanno
valoriale, in caduta, che solo nel nutrimento delle culture può
trovare risorgenza, motivi ideali, dinamiche relazionali capaci di liberare
quegli intimi nessi che coniugano critica sociale e speranza. (Che cos’è
un canto, una danza, se non la poetica che muove dal corpo per darsi
motore di cambiamento?). Chi sottrae deve spiegare quale energia è
in grado di attivare in favore della crescita territoriale, in qualità
e in spettro capace di muovere l’esperienza in divenire, di offrire
qualità di confronto e di maieutica viva. Questo è nel
rapporto tra il concertatore e l’ensemble. Questo tra la ‘loro’
musica e il pubblico. Melodie e ritmi in assonanze che sollecitano e
smuovono la voglia dell’osare, del mischiarsi, del meticciarsi.
Il desiderio della conservazione del ‘purismo’ deve, nel
confronto con la contemporaneità, saper modificare traiettorie
e finalità, centrare la comunicazione per farla efficace, essenziale
e significativa. Questo era il compito creativo di un cantore antico,
lo stesso di un giovane musicista che diviene oggi interprete di tradizione
e coniuga sensibilità musicali differenti per portare sé
al mondo. Non sono ammesse critiche a chi con il lavoro costruisce la
maturità di una scena, che non è solo della pizzica e
della canzone tradizionale. Nella stessa sera a Siena, i Negramaro presentano
un progetto dedicato a quella città, in un festival che ha come
direttore artistico Mauro Pagani; la tournee nazionale dei Sud Sound
System è interrotta per la loro presenza sul palco di Melpignano;
mentre per due anni consecutivi la canzone d’autore salentina
è stata premiata al Tenco (Alessio Lega e Sud Sound System).
E’ la musica il traino, la musa che più ispira questo scoglio
che sappiamo Terra d’Otranto. In gamma larga di voci che si costruiscono
insieme e in autonomia, nel lavoro sottile del cercare, del crescere
contatti, nel provarsi quotidiano. Dove il ‘femminile’ passa
il testimone dal dolore tarantato all’orgoglio che canta e muove,
nell’accordo di voci che sanno per intero ciò che è
stato, ciò che è da pagare al riscatto di quella malinconia
portata a terra nello sbattimento del ballo. Spieghi, chi sottrae, come
fare a ‘scazzecarne’ settantamila, senza i mantici d’organetto
e i tom della batteria che inseguono il sibilo dei sonagli. Solo così
la figghia te lu re può scampare al suo destino di morte per
alzarsi dal suo incedere di lamento, per farsi grido nella voce ritrovata
al Salento di Pino Ingrosso. Una canzone che sorge nel riscatto del
cuore, nell’incinta del divenire, del farsi della novità
d’una ‘amara terra’ che sempre ha coltivato poesia
e qualità di sentire. Un femminile voce e coro, la pizzica della
leggerezza, dell’incanto mai formalizzato, libero nel confronto
con le tensioni di altri modi ‘tamurriati’, trattenuti e
sempre estremamente figurati. Qui sta il senso della qualità
culturale del Salento, la sua cifra, la sua particolarità. Leggerezza
dell’affidarsi e del darsi, del “…a che ci vuole male…
io gli voglio bene” (Pino Zimba), del “beddru è l’amore
e ci lu sape fare” del tarantolato Don Rico, che con “difendila,
la terra è toa, amala e difendila” riporta nella ‘campagna
salentina’ il battere d’un cuore capace di lotte. Il maschile
del ‘rispetto’ e ‘delli massicci’ oggi è
il Sud che ha fatto Sistema con il Sound, in difesa del territorio,
nelle parole che cantano trovando la forza di atti capaci di farsi carico
del futuro nel suo pieno di bellezza e di possibilità.