Libreria Libris - Kappa Vu edizioni SABATO 24 FEBBRAIO – ORE 17.30 Il finimento del Paese
(SCRITTORE) "Un romanzo bello, intenso, duro e anche scorbutico, ma è
quello che ci vuole. Quel sole dell'ottobrata, quegli umili odori, quel
mondo tutto o quasi di sonnambuli feriti e degni di pietà. Testo
così splendido sull'Ors di Pani, per le pagine su Pasolini, sul
pensare non forte o autoritario ma autorevole", così Claudio
Magris definisce sinteticamente questo romanzo, che è accompagnato
anche da due scritti di Mario Rigoni Stern e Marosia Castaldi, e sulla
cui fascetta si legge: “Dalla Carnia globalizzata la metafora dell’Italiano
contemporaneo”; un romanzo che narra anche il farsi della narrazione,
coinvolgendo il lettore, come un investigatore, a seguire le varie tracce
e a tirare i fili di un raccontare apparentemente frammentario, anche
per il plurilinguismo, pluristilismo e commistione dei generi che lo connota,
in realtà sostenuto da un solido impianto costruttivo. Più
che un protagonista, Italico Deodati, abbiamo un personaggio centrale,
in bilico tra essere e non essere, che ritorna nella sua terra, la Carnia,
che ha la stessa precaria identità; ormai homeless, alloggia in
una stanza d’albergo, dal nome metaforico, Roma, che permette sia
di ripercorrere criticamente la cultura locale sia di metaforizzare la
condizione dell’Italia contemporanea, rivisitata, anche in forme
paradossali, nella sua contraddittoria storia novecentesca. Con l’aiuto
di Camunio, Mindonio e Memo, personificazioni dell’istinto, della
ragione e della memoria, Italico riscopre la sessualità –
sereno e trasparente erotismo di un caleidoscopio di figure femminili,
alcune, indimenticabili, come Arlette. Una serie di repentini movimenti
psicologici e culturali, che trasportano il lettore a Budapest, Zurigo,
Trieste, Bosnia, inserendo il problema dell’identità nazionale
italiana in un contesto internazionale, attraversando Urbino, il simbolo
della bellezza e del civismo passato, creando una forte frizione tra antica
bellezza civile e l’odierno degrado del Paese rivelato anche dalla
condizione dei bambini e dei giovani. Un romanzo local-globale, in cui
il tema dell’identità individuale e collettiva viene affrontato
con forte impegno etico-civile, problematicamente e senza indulgenze folkloriche
e localistiche, anzi, con una scrittura, che sorprende continuamente il
lettore con repentini cambiamenti e impasti diversi di registri, di ritmi
e di generi. Un romanzo tragicomico, intenso e beffardo, disperato e sarcastico,
enigmatico e ingenuo come la vita. Un romanzo che incuriosisce il lettore
fin dall’inizio, in quanto si apre con una Prefazione del Ghost-writer,
per cui ci si pone la domanda: ma il romanzo chi l’ha scritto: Dorigo,
Italico o il Ghost? Oppure tutti e tre insieme? Chi è il Ghost?
L’ispirazione, una forza superiore, che utilizza lo scrittore per
i suoi fini? Il lettore partecipa, quindi, sollecitato nella sua intelligenza
critica, anche ad un romanzo parallelo: la favola magica e tragica della
creazione letteraria, che alla fin fine rappresenta il farsi e disfarsi
degli interrogativi esistenziali, che si pongono tutti gli uomini e che
lo scrittore racconta nelle sue forme e dal suo punto di vista. Un triplice
‘finimento’, dunque: come fine, termine di un’idealità
d’Italia; come briglie, guida, reggimento politico; come ornamento,
ricchezza artistica e spirituale, sempre presenti come contraltare del
degrado e della massificazione attuale: il Bello non come mero evento
estetico, ma come fattore di incivilimento e cultura, la qualità
della polis, la nostalgia della quale è simboleggiata dalla presenza
costante della/e piazza/e, oggi vuota/e, un tempo luogo di incontro, di
scambio comunicativo, di civile costruttivo confronto. |
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