Mario Desiati

Vita precaria e amore eterno

19 Maggio a Noci

20 Maggio a Lecce/Fondoverri

Associazione ROSSO DI SERA

a NOCI
Venerdì 19 maggio 2006, alle ore 19
presso la Sala Cappuccini (Parrocchia SS. Nome di Gesù)

"Vita precaria e amore eterno"

di Mario Desiati

(Mondadori Editore)

Introdurrà Vittorino Curci

§

Associazione Culturale Fondo Verri

Stagione 2006 / I Presìdi del libro _ Lecce
Fondo Verri - Presidi del libro
della Provincia di Lecce

[la formazione del giovane sentire]

Sabato 20 maggio 2006 dalle ore 19.30

Elisabetta Liguori e Rossano Astremo

presentano

Mario Desiati

Vita precaria e amore eterno (2006 Mondadori)

In mostra: Opere di Luigi Massari
Suoni: Tiziano Serra

Presidi del libro Associazione Culturale Fondo Verri, Via Santa Maria del Paradiso n°8 - 73100 Lecce – tel.fax 0832 304522,e.mail: fondoverri@tiscali.it ? http://fondoverri.splinder.com

 

scrivono di "Vita precaria e amore eterno" di Mario Desiati

Elisabetta Liguori_Le passioni dell’uomo (Bibliosofia.net)

Mauro Marino (Leparoledidentro)

Elisabetta Liguori_Le passioni dell’uomo (Bibliosofia.net)

Che ne sarà di loro? Un senso di disperazione e dolcezza assale chi legge questo splendido libro: la storia di una lenta eutanasia, quella di un’intera generazione di uomini ancora capaci, seppellita dai suoi stessi sogni. Questo libro è il grido di chi ancora sopravvive, nonostante tutto, ma lo fa sull’orlo doloroso di un baratro; rappresentazione letteraria del generale stupore dinanzi al passato ed al futuro di tutti, ugualmente sviliti da un osceno presente, che nega ogni passione.
Il protagonista della vicenda narrata, tal Martino Bux, per l’appunto è uomo stupito, spaventato da tutto, praticamente così dolorante ed incredulo, da non aver il coraggio di alzare la testa verso il cielo. A leggere questo secondo romanzo del giovane Mario Desiati, c’è da averne paura. Sia del passato che del futuro, intendo. Viene da augurarsi che non di realismo sociale si tratti, ma piuttosto di una nuova letteratura del grottesco, e che, la sua di scrittore, sia solo sana provocazione.
Non c’è nulla di più doloroso e innaturale, infatti, di uno sguardo indotto ad appuntarsi ad una giovinezza sprecata, irrisa, calpestata, messa in mostra come un bell’orologio rotto al polso.
La narrazione di Desiati parte in sordina, ricostruisce la vita del protagonista per piccoli passi, poi si fa sempre più grave, rabbiosa, fino a giungere al presente, un presente fatto di alloggi instabili, di nefandezze e allucinazioni, di basse rivalità tra bestie piccole e affamate, di sogni deprezzati a manie, di diversità senza composizione, di odio razziale, di degrado e inettitudine biliosa.
Tutto questo spreco umano è narrato sempre in punta di rivolta. Sembra che la guerra civile sia dietro l’angolo; vicinissima, se ne sente il primo gorgogliare minaccioso e appare come l’odioso preludio di una sconfitta inevitabile. Un libro tragico quindi, più che crudele, ma con il guizzo di mille piccole rivelazioni divertite e divertenti, che preparano alla battaglia finale.
All’inizio Martino compie, con l’intera famiglia, il viaggio speranzoso, quello di tanti prima e dopo di lui, da Sigonella alla metropoli romana. Purtroppo non c’è alcuna fortuna ad accoglierli. La città parla chiaro sin dall’inizio del percorso: nessuna illusione è destinata a durare nella Roma sovrana e matrigna.
Questo libro non è mera denuncia sociale.
Questo è un libro scritto in discesa libera, con un finale a sorpresa.
Devo dirlo, però: la fine di questo romanzo non mi ha sorpreso affatto. Ve n’è invece indizio esplicito sin dall’inizio del libro: ogni inciampo irrisolto di un’esistenza vissuta al ritmo di pochi, sudati ed incerti euro, prepara a quella conclusione.
Non rivelerò qui l’ultima scena del libro, non posso, ma lo dico con fermezza: non poteva che essere quella. Perfetta. Quello di Desiati è infatti un libro spumeggiante, autentico quanto logico, crudelmente ironico, di grande leggibilità, che molto ha a che fare con il concetto di morte. Qui la morte, in qualche modo, coincide con l’iniziale concepimento di tutta la storia. Perché quando una vita è posta di fronte alla più totale precarietà esistenziale, sentimentale, ambientale e lavorativa, non possono che derivarne pensieri di morte, oltre che di vendetta. E la morte che spetta a tutti, con questo Desiati diventa addirittura spettacolare.
Direi anzi che, chi legge, ha nettissima l’impressione di assistere, al fianco dello stesso protagonista del libro, al proiettarsi di una pellicola alla cui rigida regia nulla può essere aggiunto o tolto.
Roma fa da fondale sublime, inespugnabile, multicolor, incomprensibile, scarsamente bilanciata dai ricordi di un sud tra i più irriducibili, o da quelli tracciati dalla traiettoria obbligata e laida degli aerei da guerra. La verità sociale è quella: dissennata e bieca, davanti alla quale il giovane Martin Bux può soltanto imprecare, inveire, sputare saliva, edificare propositi suicidi o di atroce rappresaglia, ma nulla più di questo. Proprio come in sala gli spettatori più eccitabili.
Del resto la scelta di questo nome da fumetto per un quasi trentenne in cerca di identità stabile, non è casuale. Desiati l’ha disegnato così: Martin Bux è il frutto di un altrui segno; eroe sgangherato, inerme, a cui nessuna scelta concreta è concessa.
Meno che mai quella di salvare il mondo.
In questo secondo romanzo di Desiati tutto è reale e concreto, tranne il suo ultimo paladino.
Per questa ragione, si sta in tre: il lettore, l’eroe principale e la di lui madre, la donna fragile che ha visto la faccia della morte e scrive lettere ai defunti, ad assistere insieme ad una tragica commedia.
L’eco della sommossa che, sin dall’inizio del libro, farfuglia sinistra, è solo un effetto sonoro ben riuscito, prodotto da un ottimo rumorista in sala di registrazione.
Il pregio di questo libro a mio avviso sta proprio in questo: nell’avere saputo fondere, così abilmente, la materia realistica a quella letteraria, verità e illusione, realtà e finzione, mescolando i piani di lettura in un linguaggio immediato, forte, attualissimo, di grande movimento, che non galleggia, ma affonda nelle coscienze.
Questa generazione vana di trentenni, condannata allo sfruttamento precario di un call center per 12 ore al giorno, ridotta ad un branco senza altra certezza, che non sia la misura esatta degli angusti recinti dell’invidia, del desiderio frustato, resta comunque, a lettura ultimata, incredibilmente viva.
Come mai? Che sia merito proprio della forza del fumetto che ci portiamo dietro per reazione?
O forse sopravvive, più semplicemente, grazie all’amore.
Lavoro e amore. Se il lavoro fa la libertà di un uomo, riempie il sacco della sua identità in transito, dà il ritmo al vivere; la sua assenza gli nega il futuro, ne impedisce il cambiamento. E se l’assenza di lavoro crea distonie tra movimento e pausa, tra il desiderio e la sua negazione; allora l’amore, l’amore, l’amore. Ritorna l’amore e resta come alternativa, come direzione.
Di generazione in generazione, curioso, l’amore permane come idea forte che soccorre.
Lei è bellissima, lirica, corvina, volitiva, ultraterrena. Lei è più di un’idea. Lei è corpo.
Come in ogni fumetto, l’eroe, che sia sfigato o meno, ha la sua bella da proteggere. In genere, è migliore di lui. Proteggerla non è facile. A volte impossibile.
Lei non è donna, non è giorno, non è trasalimenti, va ben oltre le astrazioni e si deposita in una parola neutra, fatta di due sillabe. Due sillabe che colleghi a due gambe dritte come staffili, due seni rotondi come forme di latte cagliato e due occhi neri come una notte impercorribile. TO –NI
Desiati in questa costruzione, è autore efficacissimo. Il prototipo di amore che ha creato, per il quale modifica anche i colori del suo linguaggio narrativo, si stacca dalla verità, diventando pura letteratura. Quell’amore è la bocca rossa che in copertina ingoia anche la merda che il mondo continua a produrre a badilate. Una bocca forte che va oltre la morte, anzi: che se ne dimentica.
Lui e lei sono diversi. Lei è positiva, generosa, carica di energie, almeno quanto lui appare deluso, passivo, bugiardo. Lui proletario, lei borghese. Lui rozzo, lei raffinata. Lui terra, lei arte. Lui fintamente cieco, lei inutilmente ottimista.
Questa diversità è l’unica forza che potrebbe rendere nuove tutte le cose. Una diversità quasi politica, intrisa di relazioni, di uomini, donne, rapporti, contrasti, errori. Questa diversità è il valore aggiunto alla narrazione; tutto ciò per cui varrebbe la pena lottare davvero o arrendersi.
Se, anche solo per un attimo, gli aerei lo permettessero, smettendo di fare rumore.

 

Mauro Marino (Leparoledidentro)

Mario Desiati continua a tracciare tra il politico e il letterario, paesaggi d’inquieta vita; una geografia di luoghi traversati dai paradossi della Storia che hanno “fatto davvero grande questa italiaorrenda”. I tempi bui della strategia della tensione, l’ottantacinque di Abu Abbas e dell’ ‘orgoglio’ italiano, la guerra del Golfo e la seconda in Iraq con le bandiere della pace che invadono Roma, Ustica, il Cermis, l’invadenza americana e ‘l’antico’ suono delle bombe su San Lorenzo. Martin Bux il suo contributo di bambino alla Guerra Fredda lo ha dato: inconsapevole, gli occhi persi al cielo a inseguire scie d’aerei. In quella temperie ha formato il suo sguardo, la sua sensibilità, accudito la ferita, tenuto in caldo il dolore. Abitava a Castiglioni, un paese nuovo, costruito dal nulla dopo un grande terremoto, a due passi da Sigonella, frontiera del Patto Atlantico in Sicilia. Con gli aerei, le caserme, i missili patriot e i radar. I loro vortici goffi facevano il suo cielo. I fischi e la semina di onde elettromagnetiche nella campagna ferita, seccata dalla paura. Territorio usurpato, violentato, tolto alla sua gente, straniato e straniante nel suo non corrispondere alla natura, alla sua tempra.

Poi la fuga a Roma. Cinica, violenta, minacciosa che ti fa a sua somiglianza col Laurentino, mostruoso luogo della deficienza italiana, quartiere irrisolto che accoglie la tragica parabola della Bux family, le visioni della madre e la svelante, solitaria “grappa” di suo padre. E San Lorenzo il graffio metropolitano d’una Roma che somiglia a Saturno circondata da anelli d’asfalto per improbabili decolli. Ecco, un decollo, la chiave d’ una vita violenta che, come quell’ altra, ha i toni e i colori di una soggezione metropolitana che taglia le gambe, toglie il fiato all’urlo di chi inatteso alla vita, desidera, vorrebbe, neanche più sogna. Una vita per forza violenta, d’una violenza che rode dentro, macera, conduce alla lucida follia di chi non vuole perdere l’unico affetto, l’unico rifugio di vera costruzione: l’amore. Qui c’è Toni, l’altra che completa, ti porta dove per indole non sei, ti riempie nel desiderio del corpo e in quella solidarietà del sentirsi uno, unico nel due. Eterno amore in una vita precaria, in una storia senza prospettiva abitata da fantasmi tesi nel tentativo, nel non so del quotidiano.

 
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