Pasolini dopo Pasolini:
gioventù incivile


di Davide Nota

PASOLINI DOPO PASOLINI: GIOVENTU' INCIVILE
di Davide Nota



Le fondamenta culturali, politiche ed estetiche che hanno accompagnato e giustificato l'ultimo ventennio di storia e letteratura nazionali sono cadute, spazzate via dalla violenza storica globale e dall'urgenza di ristabilire quanto prima un contatto reale e diretto con il mondo.
Del miracolo promesso, non solo italiano, di una way of life all'insegna di uno spensierato qualunquismo etnocentrico restano brandelli e polveri sotto le macerie di Ground Zero, Madrid, Londra.
La condizione psicologica ed esistenziale, soprattutto per quanto riguarda la nuova gioventù, cui appartengo, non è meno devastata e catastrofica della situazione economica reale, divergente non poco dalle sue rappresentazioni mediatiche o virtuali, parte dell'irreale spensieratezza casalinga cui siamo costretti.
Il quieto vivere degli ultimi venti, venticinque anni (il cosiddetto ritorno al privato, o meglio: la stagnazione nel privato) è stato chiaramente accompagnato dalla sua rappresentazione estetico-letteraria: il quieto scrivere, da La parola innamorata del 1978 alle ultime antologie 2004/2005: Manacorda, Piccini, Cortellessa.
Un sistematico smantellamentoo critico-accademico, di esperienze di pensiero e proposta sperimentali, di contaminazione tra poesia e realtà, quali quelle de Il politecnico, Officina, Lengua. O di vere e proprie negazioni di cittadinanza nella polis della letteratura ufficiale nei confronti di autori aperti alla contaminazione linguistica ed ideologica, allo sguardo relativo antropologico, al dialogo continuo con la vita reale, e non chiusi come li si vorrebbe: Roberto Roversi, Cesare Viviani, Gianni D'Elia, Giancarlo Sissa, tra i vivi. Pier Paolo Pasolini, umiliato e offeso anche da vivo, continuamente, dalla nostra bassa critica, e poesia, nazionali.

Ho già parlato dei tabù, a livello di poetica stretta, imposti dalla critica nazionali soprattutto alle nuove voci, sotto forma di ricatti editoriali, che anch'io tra i tanti ho subito e che a maggior ragione denuncio pubblicamente.
Ripeto, perchè è importante capire il meccanismo delle pregiudiziali accademiche, per poterle d'ora in poi combatterle assieme, perchè questo trentennale pasoliniano non sia vano: tabù estetici, nell'immaginario, nella restaurata separazione dei concetti di poetico e di impoetico, cioè di letteratura e realtà. Tabù linguistici, costruiti attorno a una lingua media, scritta, letteraria, irrispettosa di ogni sperimentalismo plurilinguistico o per lo meno volgare basso, parlato.
E tabù contenutistici, i peggiori, poichè senza giustificazioni minime o scusanti critiche che dir si voglia: puri e semplici divieti arbitrari di trattare materiali storici, filosofici o politici.
E il paradosso è che questa critica universitaria-accademica che si vuole quasi per autodefinizione formalista, cioè interessata alla semplice riuscita del verso, è in realtà mossa, nel suo giudizio, quasi esclusivamente dai contenuti e dalle tematiche del testo: altro che forma!

Da dove nascono questi tabù? Inizialmente da scelte personali, rispettabili ed anche interessanti, quali quelle del bravo Milo De Angelis, che poi la critica e l'accademia hanno trasformato in luoghi comuni estetici, cioè in poetiche dominanti, intolleranti e quindi intollerabili.
Da un'autoreclusione nel privato e nel casalingo interessante in quanto rappresentazione di una patologia storica (e non penso solo a De Angelis, ma anche e soprattutto a Dario Bellezza, vero maestro della tragedia domestica, o anche al D'Elia di Segreta) si è passati alla poetica privatista, epurando la poesia da ogni contraddizione esistenziale e storica: ed ecco l'estetica della nostra seconda repubblica, tra individualismo provinciale e qualunquismo.

Il 2001 è stato l'anno del tragico risveglio.
La storia e la politica hanno invaso violentemente le trincee casalinghe e i bunker domestici. Prima con la morte in diretta del ragazzo Carlo Giuliani, pochi mesi dopo con lo sterminio a reti unificate di Ground Zero. Ora con i bollettini di guerra quotidiani.
Nonostante le menzogne di Stato è chiaro (percepibile e percepito dall'inconscio collettivo) il dramma storico, epocale, globale, cui assistiamo, direbbe amaramente Pasolini: per privilegio d'anagrafe.
Ed altrettanto chiaro è come il quieto vivere e il quieto scrivere (la poesia scolastica del disimpegno) appartengano già ad un passato fallimentare, pur nella loro arroganza e superbia.
Nonostante, ripeto, le menzogne di Stato dei politici e dei critici letterari, la realtà politica e la necessità poetica sono ben diverse da quelle prospettate nel ventennio massmediale 1980-2000.
Ha scritto Roberto Roversi, in un ricordo appunto dedicato a Pier Paolo Pasolini ("Pasolini nella memoria"), di fronte all'inizio della seconda guerra mondiale: "eravamo, in quel momento della nostra giovinezza, fuori dal mondo". Non c'era più tempo da perdere dietro disquisizioni accademiche.
Ecco, neanche ora c'è più tempo da perdere dietro la critica nazionale.

La nuova generazione poetica italiana, cui appartengo, lo sa bene, ed è la prima, paradossalmente, ad accorgersi dell'importanza di un autore come Pasolini e di una linea come quella che da Il politecnico di Vittorini, passando per l'Officina bolognese arriva a Lengua, di D'Elia, alla Bassa stagione, o all'ultimo bellissimo libro di Sissa, Manuale d'insonnia, fino al poco più che trentenne Flavio Santi, con i suoi Aset e Il ragazzo X.
Lo sa bene perchè è la prima, l'unica, ad avere vissuto integralmente il vuoto civile, ad avere convissuto sin dalla prima infanzia con l'atroce niente di tutti i giorni.
Ad essersi identificata, a livello di immaginario pop, con il suicida Kurt Cobain, anti-icona da non sottovalutare assolutamente a livello antropologico.
Ad avere vissuto sulla propria pelle inerme, adolescente, il peso della storia nostra ultima, la sua cordiale invisibile violenza.
La disperazione desolata delle periferie della provincia italiana è anch'essa l'altra faccia della medaglia che si vuole nascondere, occultare, come ogni errore collaterale di qualche strategia machiavellica.

La gru è una rivista, o meglio, un foglio autoprodotto fondato da me, Daniele De Angelis (che è un bravo giovane poeta di Ascoli Piceno), Riccardo Fabiani e Gianluca Pulsoni, tutti nati nei primi anni '80: foglio quadrimestrale di poesia e realtà.
Siamo partiti proprio dall'esigenza frustrata di comunicare e rappresentare questa nostra realtà e verità.
Abbiamo sollevato diverse questioni, a partire dalla necessità di un ritorno alla poesia del vero esistenziale e storico, al superamento delle poetiche privatiste e del frammento confessionale, abbiamo avanzato alcuni dubbi linguistici, criticato apertamente la comunicazione e prospettato nel poema neo-volgare o gergale un orizzonte estetico e un'adeguata forma di resistenza poetica all'invasione del pensiero massmediale.
Sebbene partiti dal nulla, con pochissimi fondi, dalla provincia sudmarchigiana, siamo riusciti a coagulare attorno alla rivista gli interessi e le sensibilità di un folto gruppo di poeti, tra i venti e i trent'anni, da tutt'Italia.
Cosa vuol dire tutto questo?
Che le cose non stanno cambiando. Che le cose sono già cambiate.
Al di là delle menzogne critiche e delle rappresentazioni antologiche ufficiali, un movimento vivo, periferico, una non ufficiale giovane linea incivile esiste e si muove, in Italia, e credo sia questa promessa un bel modo per ricordare e ringraziare Pier Paolo Pasolini a trent'anni dal suo omicidio di Stato.

 
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