Giovedì 18 marzo, alle ore 20 presso il convento degli Agostiniani a Melpignano è andata in scena la performance musicale "Più de la vita", un one-man-show in cui Michele Sambin coadiuvato dall'impianto elettronico di un digital delay ci ha condotti in un mirabile "teatro dell'ascolto" ruzantiano.


Michele Sambin: paesaggio, voce, respiro.

“Ombra, tu crei la cosa”
Guido Ceronetti

Abbiamo scelto questo verso per l’exergo di questo intervento perché è quello che più si addice alla descrizione di quanto è accaduto a Melpignano, la sera del 18 marzo scorso. Sulla scena un leggio, al suo fianco un apparato effettistico, playback e delay, Michele Sambin viene appena illuminato da un bagliore, il suo volto nel buio, la sua voce comincia a raccontare, dopo nemmeno un secondo lo scarto: la voce non racconta più, il suono non è più la voce, il suono è l’aria, nel mescolio di playback e delay (su cui si aggiungeranno i fiati suonati dallo stesso Sambin) l’attore crea il luogo. La voce non segue più il racconto, o meglio, l’ambiente e il racconto proseguono paralleli, nella creazione scissa che proviene dalla voce. La stanza diviene un paesaggio popolato dal latrato di cani, dalle urla della caccia, così simile ad una battaglia, poi il silenzio. L’impressione è la stessa che danno le immagini che affollano i sogni, oppure gli incubi. Ecco la morte, il nocchiero traghettatore. Michele Sambin porta lo spettatore in un vortice di suoni e situazioni che nascono e si chiudono nell’attimo di un repentino sussurro. Il silenzio esplode in un assolo di corpo/ciaramella frenetico, culminante in una raffica di schegge acute. E ancora un sussurro. La lettera, il punto di partenza, il pretesto da Ruzante, raccontato in un pavanese afferrabile e sostenuto.
Al termine dello spettacolo rivolgiamo a Michele Sambin alcune domande, e dato che sulle primissime battute dello spettacolo, prima di essere coinvolti dal suo svolgimento, il pensiero è corso ad un altro interprete che ha fatto abbondante utilizzo del playback e dell’amplificazione (ci riferiamo a Carmelo Bene) cominciamo con una domanda su quest’argomento, sui rapporti teorico/pratici tra il teatro di Sambin e quello di Bene. Premettiamo subito Carmelo Bene ha in più punti della sua opera scritto del suo ‘contatto’ con i tecnici e dell’interesse più che per la tecnica del verso detto (nel senso di ‘recitato’) anche per la tecnologia. Michele Sambin in questo senso spinge quest’ipotesi all’estremo, manipolando dal vivo e in scena i vari effetti che creano il paesaggio tramite la sua voce. Questo utilizza del mezzo, sicuramente figlio di una pratica assidua, è confermato dalla risposta che ci viene data: ‘la mia ricerca è incominciata più meno negli stessi anni, malgrado io sia partito direttamente con l’utilizzo di questi mezzi, alcune idee erano nell’aria, a prescindere dal voler dare un’esatta datazione di certe espressioni, ho cominciato ad utilizzare questi strumenti fin dai miei primi lavori”. E in effetti l’equilibrio si gioca su più piani, quello dell’attore e del musicista e quello del musicista e costruttore di immagini video, che in questa ‘dimensione’ ruzantiana non sono previsti (è previsto l’utilizzo di un suono in surround). Ritornando col discorso a Carmelo Bene, Michele Sambin precisa anche questo un secondo aspetto, quello del video. Nella produzione di Sambin l’utilizzo del video è l’altra costante su cui misurarsi, in un altro luogo lo stesso si è autodefinito “un pittore che si esprime con i suoni, un musicista che suona segni pittorici”, lo spartito è un dipinto di immagini che si rincorrono, una presenza inscindibile nel corso degli anni e non paragonabile, proprio in virtù di questa ‘estensione’ alla differente e precisa concentrazione nel tempo della ricerca filmica di Carmelo Bene, del quale Sambin sottolinea la bellezza e importanza nell’utilizzo dell’immagine “solarizzata”, con riferimento a Salomè.
Una cosa è certa, la tecnologia è solo una parte del “misterioso meccanismo” e in questo frammento di suono le parti più irte di tecniscismo sono, paradossalmente, quelle dove più è presente l’attore, la sua voce, il suo fiato, il suo respiro.
Vi rimandiamo al forum “I TEATRI D’ASCOLTO” all’interno del sito www.teatron.org dove insieme a Carlo Infante e ad altri interessanti interlocutori potrete alimentare il dibattito attorno ai temi dell’arte, il teatro e i nuovi media.

Luciano Pagano