E' stato presentato il 4 giugno presso il Palazzo Marchesale di Sternatia (LE), il testo di Giovanni Santese "Amore lavati che ti porto a ballere", edito dai tipi di Luca Pensa Editore.

 

Amore lavati che ti porto a ballare, Giovanni Santese

Venerdì 4 Giugno 2004, Palazzo Marchesale, Sternatia

di Luciano Pagano

Ci sono tanti modi per esordire. Si può esordire a venti anni con un libro di poesie, essere presi dalla vita e dall'euforia delle buone letture e poi smettere di scrivere, fare dell'altro. Oppure si può essere presi dalla vita, presi e spostati da una parte all'altra, da un'esperienza all'altra, e nel frattempo registrare sulla nostra pelle quello che ci accade. Dalla pelle passare alla pagina, corpo di carta e lì registrare gli avvenimenti, soltanto quando ci lasciano qualcosa, quando incidono il nostro corpo, quando portiamo su noi i nostri segni e i nostri segni sulla carta. Giovanni Santese, nato nel 1963 esordisce con un libro di versi, un libro di circa 160 pagine da quale possiamo comprendere molte cose circa questa seconda via della scrittura, specialmente in un periodo nel quale pubblicare non è divenuto per nulla cosa difficile, se per pubblicare si intende "avere l'oggetto libro". Alla presentazione di quest'opera, erano presenti il sottoscritto, Stefano Donno, curatore della collana nella quale il testo è stato pubblicato e Rossano Astremo. Giovanni Santese ha raccontato la sua versione della genesi di questo testo. La sua prima intenzione, una volta collezionati i testi che lo compongono, era quella di trovare un editore che gli permettesse di fare il libro a modo suo, senza nessun tipo di vincolo nè sul testo nè sulla forma, il che potrebbe sembrare evidente, ad una prima lettura, per gli argomenti trattati in certi testi. Non è così, il problema era forse un altro, forse quel che cercava Giovanni Santese, dopo aver vissuto e scritto la sua vita (fino a questo momento) in versi, quello che appunto cercava era una forma 'umana' di rapporto che andasse ad investire anche la pubblicazione in se stessa. Il sapore bukowskiano di alcune poesie lascia subito il passo, dopo una prima impressione, alla materia della poesia di Santese, materia incredibilmente attuale, l'autore attinge alla vita giorno dopo giorno, a tutte le delusioni, all'accorgersi che la sincerità di alcune persone maschera ipocrisia e interesse, un canto amaro elevato per chi non ce l'ha fatta, per chi si è perso, per i perdenti che si sono fermati, stremati di fronte alla mancanza di valori del mondo che li circondava. Il mondo è questo scenario sul cui palco si affollano pappa, arrivisti, finti giovani, finti simpatici, dove "fuori piove, / anche se piovesse in casa / probabilmente non me ne accorgerei". Nelle poesie di Santese, però, non compare la resa. Non ci si arrende mai, una situazione, anche la più tragica, diventa l'occasione di una considerazione cinica e ironica allo stesso tempo. Presi così, questi testi, che l'autore definisce 'racconti' più che poesie, acquistano un livello di leggibilità elevato, un libro, quello di Santese che si legge e soprattutto si rilegge in fretta, le cui storie, però, rimangono impresse. La presentazione di "Amore lavati che ti porto a ballare" acquista un ritmo in crescendo, nel quale l'autore comincia, senza leggere un verso, a descrivere le circostanze nelle quali alcune di queste poesie sono state composte, e in effetti per questo libro molto più di una presentazione ci vorrebbe una lettura ad alta voce, tanto per sottolineare che si può risolvere in ironia anche il dramma personale più serio, se c'è serietà, come certe volte può accadere che un libro, scritto con l'intenzione di fare colpo con il suo linguaggio o addirittura fare ridere non conduca a nulla, ma non è questo il caso. Quel che Giovanni Santese, vuol comunicare attraverso la scrittura sono quelli che lui definisce 'valori', la semplicità di qualcosa che oramai sembra perduto e che lui si auspica di comunicare proprio con racconti ed episodi dove, paradossalmente, i valori sembrano scappar via, a causa del desiderio di profitto dei vari protagonisti. La presentazione, cui hanno preso parte un centinaio di persone, è terminata con un reading estemporaneo, dove io, Stefano Donno e Rossano Astremo, abbiamo letto le poesie di Giovanni che ci sono piaciute di più. Alcune poesie le inseriamo qui sotto, augurandovi buona lettura.

 

Giovanni Santese, Amore lavati che ti porto a ballare, Luca Pensa Editore, ISBN 88-89267-06-2, € 8,50

A Gennaro

Un corpo rantolante posato su un letto
gli occhi a guardare la vita andarsene
le lacrime.
Chissà se sapevi quando attraversavi i binari
che quella sarebbe stata l’ultima volta,
seduto al bar, in bicicletta, l’ultima birra,
l’ultimo gesto dignitoso, quello di non chiedere aiuto.
Non so se ti ho amato, ma ti ho compreso sino in fondo
tutte le volte che hai provato a non sbagliare
tutte le volte che ahimè non ce l’hai fatta.
Caro amico mio ti voglio dire che mi mancherà tutto di te,
mi mancheranno tutte le cose che facevi,
perché mi mancherai tu,
anima solitaria che cercava rifugio dentro altre anime
talvolta assenti talvolta stanche.
Caro amico mio, so che quel posto ti starà stretto
perché nessuna canzone è scritta con note stonate
perché il tuo spartito è rimasto scritto a metà.

Autostoppisti

Non è facile
trovare degli autostoppisti
la notte di Capodanno.
Andavano a Milano, li avrei lasciati a Bologna.
Il ragazzo sembrava un po’ stracciato
le due ragazze avevano gli occhialetti tondi
quindi un’aria intelligente.
Mi sono subito fidato e li ho fatti salire.
Possiamo fumare? Chiese con aria imbarazzata
il ragazzo che sembrava stracciato.
“Certo” risposi con aria indifferente.
Si saranno fumati 70 spinelli
di libano giallo schifosissimo
da Bari a Bologna,
e la macchina ad ogni sosta
sembrava prendesse fuoco
dal fumo che ne usciva.
I ragazzi
sembrava parlassero
un linguaggio che io non conoscevo.
E difatti parlavano di società sbagliata,
di maschilismo, sciovinismo, recupero sociale,
capitalismo e lotta di massa, tutte cose rimaste
al dopo ’68 e ormai fuori moda.
Hanno provato anche a dire
che io non potevo capire,
che il loro viaggio era giusto, perché voluto
in piena coscienza.
Ho annuito. Milano.
Non so perché li ho accompagnati
forse mi facevano pena.
Valli a capire ‘sti giovani.
Fumare il libano giallo
fa venire la cirrosi epatica.
Tiro fuori dal manubrio una canna di nero buono
che avevo imboscato, l’accendo
e con aria soddisfatta, me ne torno a Bologna.

La morte la mia

Le mie lenzuola
ingiallite
la maglia
sporca di vomito
i movimenti
rallentati
le mie visioni doppie
le dita bruciacchiate
da una sigaretta accesa
le mie riviste porno
una siringa sporca
per terra
il mio viso
paonazzo
i miei occhi immobili
il mio corpo freddo
la morte
la mia
che mi guarda
in paziente attesa
farmi l’ultimo buco.

Gigetto e Michela

Si sposava dopo 5 anni di carcere.
La moglie, di molto più giovane
di lui,
l’aveva atteso con pazienza, e amore suppongo.
Ricordo grandi fasti
vestiti gessati
e i grossi anelli al mignolo destro.
Messa cantata
e grandi macchine blu
fino al ristorante.
Eh sì, fu proprio una gran bella cerimonia.
Se non fosse che alla domanda
“Vuoi tu in sposa Michela”
Gigetto rispondeva
“Parlo solo in presenza del mio avvocato”.

La Notte della Taranta

Sentire l’anima vibrare
attraverso le note martellanti
di una interminabile PIZZICA
guardare dietro palpebre spente
attraversare quel caldo denso
odore di pelle sudata
respirare quel fumo acre denso
fortemente carico di umori e
di mille incubi diversamente colorati
evitare la lingua di fuoco
sputato da una donna con le palle
rimanere ipnotizzato da mille piedi nudi
sopra caviglie sottili lasciate
scoperte da ampi vestiti di lino bianco
che ballano inseguendo l’orgasmo
lasciarmi fotografare insieme a mille
teste anonime tenute a ritmo da mani
che battono forte su pelli di daino morto
accettare di essere souvenir in un’anonima cornice
nella casa di un’anonima coppia
in ricordo di un’indimenticabile vacanza salentina
accarezzare un cane dal pelo soffice e pulito
parlare con il suo padrone vistosamente sporco
allontanarmi a causa del forte odore di sudore tossico
finanziare dei ragazzi di “qualcosa per mangiare”
finanziare dei ragazzi di “qualcosa per bere”
finanziare dei ragazzi di “qualcosa per cortesia”
vedere tutti i miei soldi andare “in fumo”
accorgermi che è cambiato il gruppo
notare che la musica è la stessa
rispondere garbatamente a chi mi dice:
“..certo Lecce non è Milano ma noi questo
casino ce lo sogniamo!”
Cercare un bagno per svuotare il pessimo vino
rispettare la fila per pisciare dietro un muro
desiderare di baciare una donna che balla
fuori dal gruppo con i capelli bagnati e fasciarle il viso
sentire il suo profumo invadermi il corpo
insieme ad un forte impeto sessuale
godere degli effetti dell’alcool
ancora prima di doverlo vomitare
cercare fra le bancarell edi prodotti etnici
fermando l’attenzione su un libro:
“CHE GUEVARA – Il mito, l’erore”
comprare “Con il tempo e con la paglia”
di Cesare De Santis poeta salentino
spiegare ad un gruppo di ragazzi entusiasti
che non potranno gustarsi
il meraviglioso Barocco leccese
non perché è finito ma perché
lo stesso non è un vino
sentire gli artisti dal palco ringraziare i soliti Politici
“Per aver permesso tutto questo
ed in particolare l’Assessore”
pensare a quel poeta caro Sepùlveda quando scriveva:
“Soffia sul fuoco perché non si spenga
attizzalo perché brillino le braci
e poi alimentalo con legna secca perché i tizzoni
ed il calore della nostr acultura…restino vivi”.
Constatare con rammarico
quanti tizzoni e calore sprecati.
Andarmene.