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uno sguardo su poesia e letteratura

Gianluca Conte

Passivo/Ossessivo

Quelo che cerchio E solo un asintoto.

D’improvviso la tromba delle scale a percussione. Rullo a tamburo battente.
Vedo un mucchio di gomitoli sparsi come coriandoli colorati. Un piccolo quadrifoglio di pezza macchiato di caffè sporge dal tavolo. È festa.
Come non ricordare quei momenti. Difficile scordare. Il gusto, il sapore del tempo che fu. Scarpe vecchie e calzini bucati. Accaldato ma contento. Tieni una rosa. Sei bella come la più bella delle rose. Mio fiore.
Che pagliacciata. Nasi rossi di vergogna. Linee elettriche in fermentazione. Praticamente, chi sei.
L’altra sera ti ho cercata, ma non c’eri. Ho pensato che ti stavi sfondando di canne. Sbagliavo?
I soldi ce li hai. Comprami.
Quelle note sul pentagramma non so leggerle. Do re. Prendi appunti, così da ricordare al momento giusto. Una giostra mi catapulta ad afferrare drappi-premio. Un giro mezzo euro. Conveniente, al giorno d’oggi.
Finalmente soli.
Sei passato in farmacia. Hai preso l’occorrente. Bravo. Ci sei. Ora. O mai più.
Ti aspettavo da un bel po’. Spero che vada tutto bene. Quello che stiamo per fare ha del rischioso. Sensi.
Non inganni l’aria trasandata. Lui è come sai. E lui sa quel che dice. Prendi tempo, anche se non ce l’hai.
Le tue urla non lo muovono a pietà. Lui è abituato alla sofferenza. Stile truce e buone maniere lo distinguono. L’ho visto solo una volta, ma l’ho capito. Non ti servirà a niente voltare lo sguardo. A niente.
Quando entri nel buio sai come uscirne. C’è qualcuno che trova sempre la strada. Seduto sulla sedia di plastica sente una specie di formicolio che gli accarezza il sedere. Piccoli pezzetti di pulviscolo gli entrano nel naso. Un prurito gli da eccitazione. Economia.
Qualcosa deve pur mangiare. Che non sia carne. Una dieta equilibrata può dare risultati fantastici. Provaci.
Le continue interruzioni a cui mi sottopongo credo siano il sintomo di un disagio grave. Uscirne con poco, sarebbe una gran cosa. Ho sempre tenuto alla larga la fluidità, scontandone le conseguenze. Essere accettato, potrei.
Vedersi apprezzato.
“Apprezzato”.
Mi ha sempre sconvolto il senso che di questa parola ne ho tratto.
Io la vedo così: apprezzato: dare il prezzo a qualcosa.
È questo che voglio essere? Un prezzo? Un’etichetta? Un codice a barre?
E se provi a farti certi pensieri dicono che ormai è retorica.
Re-to-ri-ca.
Sembro sincero se ti dico che non sopporto le umiliazioni continue cui mi sottoponi. Appena adempiuto il mio dovere di uomo – meschino eufemismo – lasci che la mia parte di piacere si prosciughi come acqua piovana sulla terra arsa. Anche la sostituzione della sigaretta dopo è passata. Crisi isteriche, doppiaggi mal riusciti, fotogrammi quasi sbiaditi, strisce di fumetto. E tu che ti prodighi per me.
Lascia perdere la borsetta piena di cianfrusaglie eterne. Cercami, almeno una volta nella vita, cercami.
Ho voluto tenerti un piccolo posto nel mio cuore. Un posto dove solo tu puoi entrare. E già mi hanno accusato di essere elitario. Di porre distinzioni. Di avere preferenze. Se ti descrivo non mi crederanno mai. Nessuno crede nessuno. Mai. Se ti dicono che ti credono, mentono. Lo fanno per interesse. Credimi. Non puoi non credermi. Ciò che ho pensato di te è meglio che tu non lo sappia. È sconveniente per una ragazza dabbene. Quei movimenti strani intorno a casa tua. Pensi davvero che avresti potuto farla franca? Mi sono accorto subito di te. Il mio tipo sei tu. Io ti guardavo, e nel guardarti eri già mia. Chiamandoti ti ho posseduta. Ma non voglio possedere. Ti voglio, ma non so come. E debbo confrontarmi nel forum delle maledizioni. Come un letto disfatto che al mattino simboleggia l’arrembaggio della notte in bianco. Io, lasciato lì, all’angolo delle occasioni. Per il tempo che verrà. Amen.
Io, pio uomo. Io, donatore di me stesso e punitore di facezie. Io, non ho paura.
Non bisogna aver paura. Che ti credi, che hai paura, che ti credi che ti lasceranno andare?
Caro mio, sai quanti ne hanno visti come te. A decine. Tu non sei altro che uno fra i tanti. Già sentita questa, eh? Lo so. Non posso farmene una meraviglia. Proprio non posso.
La verità, amico. La verità. Te la estorceranno con ogni mezzo a loro disposizione. Che ti credi, che non lo sanno? Lo sanno, lo sanno. Sanno da dove vieni. Da quale fatiscente sobborgo hai staccato le tue natiche con le pezze attaccate. Vedi le loro uniformi? Sono blu come la profondità delle anime che calpestano ogni giorno. Ogni giorno sempre peggio quaggiù. Hai finito, amico, hai finito. Kaaaputt.
Sesto giorno del sesto mese. Quale sventura hai portato. Quale putiferio. Io, che orgoglioso me la sbattevo in tutte le posizioni, ora soccombo delle mie imprese. Erotomania viscerale assassina.
Che tragedia. Che spasso. Ho giocato con i sentimenti delle persone, ed ora, in questo campo di concentramento costruito su misura per me, piango. Finalmente piango di me stesso.
Se tutta la vita che verrà sarà così godrò molto. Energie vitali sobbalzano in mio aiuto.
È difficile cancellare il male. È difficile.
Un regalo per me. Un’abatjour.
Una piccola, piccolissima luce soffusa che ombreggia lieve. Un gatto. Una moquette. Carta da parati. La mia psicologa mi ha consigliato ambienti accoglienti e rilassanti. Schizoide.
Ho studiato molto per arrivare fin dove sono arrivato. Di tempo ne è passato sui libri. Quelle parole ora risuonano come versi dall’oltretomba. Che ti credi… che ti credi.
Il passato non passa mai del tutto. Colla. Colla di quelle che attaccano tutto, pure le azioni degli uomini.
Ac-ir-ot-er.
Una cassaforte con combinazione a rotazione. Numeri da ricordare. 555645.
È questa la cosa da fare. Tergiversare potrebbe innervosirli. Una volta lì sarai solo. Dovrai cavartela con le tue forze. Nessuno potrà aiutarti. Tra poco verrà giù. E allora sarai tu di fronte a.
Tu di fronte a.
È una di quelle cose che uno non pensa mai possano avvenire. È una di quelle cose che accadono sempre agli altri e mai a noi. Come la morte.
Ma questa volta è peggio.
Di fronte a.
555645.
Un semplice sbaglio, un minuscolo svarione e sei fottuto amico. Che ti credi.
Le ventose sul mio cranio cominciano a scaldarsi e quell’odore acre di pomata antiaderente mi rende eccessivamente nervoso. Come potrò mantenere la calma... È necessario che io stia calmo.
Ho tutto sull’agendina. Tutto.
Hai mai pensato, amico, che se qualcuno ci mette le mani su, per te si mette male? Si mette male. Mette male. Se qualcuno ci mette le mani sopra. Si mette male. Mette male.
Il tubetto di pastiglie aveva dato fondo. Io avevo dato fondo. A5.
Codice alfanumerico. A5. 555645.
Numeri.
Sto per andare in fibrillazione. Una scarica di adrenalina portata all’inverosimile. Pile elettriche da 1.5 e 9 volt. Anni 70. Anni 80. Un maglione con disegni invernali. Renne. Cervi. Stelle di Natale.
Una stella cometa. Un albero di Natale. Regali.
Post-mortem.
Un rintocco di palesi virtù. Io in camicia e papillon. Uno spezzato che era una meraviglia. Arrosto di anatra.
Un becchino, ti dico. Un becchino. Con quelle scarpe da iettatore. E quel pizzetto mefistofelico. Guai a te.
Il buon contadino taglia una mela con coltello. Indossa una coppola e una camicia di fustagno. Vicino a lui un piccolo cane meticcio.
Sintonizza la frequenza della radio. Presto. Stanno per arrivare. Prendi tutto quello che devi prendere.
Una penna di gallina. Un calamaro. Una tartaruga di peluche più grande di te da bambino. Cose.
Finirò questa notte? Puoi dirmelo? La fine. Uno non ci pensa mai per davvero. È una cosa troppo e-stranea.
La radiolina. Rossa con la banda di frequenza scorrevole. Sintonizza. Di nuovo. Sintonizzati.
È da anni che non dormo. Maledetta insonnia. Ho provato di tutto. Camomilla. Valeriana. Oppiacei. Ma niente da fare. Sarò uno di quei casi cronici che non c’è niente da fare. Ma debbo sbrigarmi. Sta per venire giù.

Così parlò la locusta

Angherie verdi come macchinine giocattolo.
Tenera infanzia volutamente lasciata a imputridire.
Tra le bombe e un bignè alla crema chantilly ce ne corre, mi hanno informato al megafono.
In queste strette viuzze e cunicoli di pietra giallastra vedo mille facce luccicanti di monili e bancarelle sorrette dalle pene a venire. L’aria umida e solforosa mi avvolge i polmoni, rendendomi ad ogni passo più ansimante.
Soffoco di troppa grazia. Una grazia affamata e inutilmente lusingata da grasse materie prime occidentali.
Bei bambini che fate con quella palla? Vi piace giocare eh? Venite, venite, ho qualcosa per voi. Del cioccolato militare. Magliette verdi e calzoni mimetici. Stelle e medaglie sgargianti mi offuscano la mente.
Ce l’hai un ghiacciolo al limone? ----- queste domande stancano.
Prenditi una giornata di riposo, se vuoi.
Se vuoi, puoi farlo. Fallo.
Il puzzo delle feci squagliate al sole si alza a strombazzare il passaggio dei militi.
Dove vanno così di corsa?! Dove vanno?!
Sapesse il cielo.
Questo bianco mi sconvolge. Non lo sopporto più. Candore bellico.
Bazar. Ostie Immacolate. Pecco, e so di peccare.
Deflagrazione.
Un’esplosione di sapori d’ostrica e limone di Sicilia, che come ha fatto ad arrivare così ad oriente non lo so.
Prendimi quel secchio.
Eccolo.
Prendimi la vanga.
Eccola.
Scavo questa fossa per te.
Te la sto scavando con tutto l’amore che posso.
Non l’ho mai fatto per nessuno. Ma per te lo voglio fare.
Com’è che si dice in questi casi… ora pro nobis.
Un cicaleccio ignominioso mi ha svegliato – tra le tende – questa mattina.
È mezzogiorno.
Il sole è già alto. Più alto di quanto avresti voluto mai immaginare.
Il calore, qui, fende la pelle e dischiude scenari di cervelli imbevuti di cherosene.
Tra le case bianchissime e quelle giallastre oggi c’è uno strano gemellaggio.
Oggi tutto può accadere, mi comunicano.
C’è un muro divisorio. Separa corpi e teste.
Cavoli acidi. Mi gridano al megafono. Cavoli acidi.
I feriti hanno finito di urlare. Le cuciture sono fatte. Medicazioni tedesche. Mitteleuropee.
Disinfettanti e bende sterilizzate: agite, è il vostro turno, ora. Bayer-ente.
Medici e infermiere. Avanti e indietro, sopra e sotto. Copula. Cosce di infermiera. Sesso a buon mercato.
Chi va, chi viene.
Grottescamente tuo, Arma.
Una palla gialla e liscia percorre il muro divisorio in senso orizzontale.
Guarda, c’è un buco nel muro.
Si preannunciano cose strane. Il vento soffia più veloce oggi. Oggi c’è da tremare.
Apro questa scatoletta di pelati giunta fin qui dal sudItalia. Napoli. Bella Napoli. Crudescenza di passato al pomodoro. La giusta percentuale di latta per un uomo. “Stai attento, scotta”.
Il secchio.
La vanga.
Ormai sindacalizzati.
C’è un tempo per morire?! Dico, morire contenti?!
È per te che lavoro.
Non l’avevo mai fatto prima. Per nessun altro.
Nuda terra per te nudo. Tu, nudo per me.
Dietro una palla c’è sempre un bambino, mi informano al megafono.
Mio piccolo amico. Sapessi chi sono!
Vengo dalla radura, dalla caducità delle foglie.
Posso vedere. È il mio tormento.
Una matita spuntata e un foglio lacero.
“Scrivi”. La maestra mi ha dato i compiti per casa.
La maestra è morta. Io sono morto.
Il giorno in cui siete venuti per la prima volta.
Eterno ritorno.

NEMESI

È maledettamente bello sapere che ti troverò lì. È maledettamente bello sapere che mi aspetterai. Sempre. Non intendo privarmi di nulla. Lo sai. Dieci anni fa non hai evitato di conoscermi. Peccato. Chissà: non conoscersi. Delle volte il vento trasporta lontano i nostri sogni, se ne abbiamo. Chiuso nella mia periferia, fatico a starti dietro. Tu, così diverso. Tu, così all’avanguardia. Anni luce lontano da me, dai miei sogni. Quelli di prima, sì. Non credevo che ci saremmo rincontrati. Ma lo speravo. Mi tiene in vita questo mio non accettarmi mai fino in fondo. Odio. Ancora odio.
C’è un albero che cresce sulla strada, sull’asfalto. Te ne rendi conto?
Pelle dura.
Erpice.
Che sia meglio o peggio di prima, cosa importa in fondo… viviamo. Per ora.
La pretesa di avere alloro per cucinare a puntino la minestra non è mai svanita. Nonostante tutto.
Compagno di destino, animale grossolano. Ne è passato di vino da quelle gole. Scogliera scoscesa.
Io i miei ricordi li custodisco bene. Io. Troppo bene. Ma non mi possiedono. No.
Camminando su e giù per ore e ore puoi darti ragione in mille modi. Ma hai torto. Forse.
Vedere due froci che amoreggiano scandalizza ancora o ci fa sorridere sotto i baffi. Altro che alternatività.
Fumare non si fa più di nascosto.
Accettare la legna per inchiodarci su la nostra vita non mi sembra il massimo della libidine. Eppure si fa. Come l’ago di una siringa buca una camera d’aria. Un pedale di bicicletta consumato ai lati. La catena sgrassata che perde i denti per strada. I freni funzionano male. Nonsenso.
Sentieri raschiati a fondo e mai implorati in nostra difesa. Comunità estinte per nulla. Questa è una verità.
L’altra non la conosceremo mai. Beatitudine celeste. Astri del cielo.
Quando a febbraio il tempo è da neve qualcuno dice che l’estate sarà calda. I mandorli lanciano strambe sillabe monocordi come rimproveri alle ortiche. Anche i vegetali soffrono, mi dicono.
Vedi, tu lo puoi fare. Puoi privarti di qualche piacere senza esserne costernato. Puoi vivere alla giornata. Puoi lasciare la casa dei tuoi e avventurarti in una vita burrascosa piena di imprevisti. L’incertezza ti culla. Ami l’incertezza.
La lunghezza delle cose ammazza.
Ho detto che avrei posto le basi per un miglioramento radicale della mia esistenza: GODERE.
Ho detto che avrei posto le basi per un miglioramento radicale della mia esistenza: FOTTERE.
Sentirmi vivo può essere oneroso per qualcuno.
Che di tutto il selvaggio che c’è in giro sia io a dettare legge, seppur in filigrana, è incredibile!
Posso fingere in qualsiasi momento. Male.
La mia salute mentale non è peggiore di qualsiasi altro uomo. Sbagliano a dire che il primo passo verso l’igiene cerebrale è l’ammettere di essere pazzo.
Problema: esiste la pazzia? Forse. Ma se esiste, di sicuro non si capisce chi è il medico e chi l’ammalato. Vecchiume psicofisico. Trovata meschina.
Annaffiando piante grasse si può andare incontro a dei giudizi poco lusinghieri.
Non puoi annaffiare delle piante grasse…
Ora io vi dico che prenderò un cactus, gli praticherò un buco proprio sulla zucca, ci metterò dentro un tubicino che trasporta acqua e lo farò bere. Mischierò delle sostanze vitaminiche alla semplice acqua di sorgente presa dalla fonte d’alta quota. Creerò il super-cactus. Alla pari delle cosmoverdure o verdure galattiche. La guerra dei mondi. Dottore sto male. Faccia qualcosa la prego. Ho figli da mantenere. E un lavoro misero. Debbo fare la spesa tutti i santi giorni. Non si arriva a fine mese.
Antennas.
Fulmini.
Grrrssh….. grrrrsssccchh…….
TV.
Topo : formaggio = uomo : ad alcune delle ultime lettere dell’alfabeto.
La razionalità odierna non ha nulla da invidiare alle più oscure e misteriose forze del passato. Non mi sento affatto fuori luogo tra di voi. Non mi sento più folle di voi. Anzi.
Sapete dove trovarmi. In particolare – tu – lo sai.
Ma non esagerare.

 

 

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