Pietro Berra
Maria Corti

Al Carlasc, la casa materna di Pellio Intelvi dove trascorreva metà dell’estate - a settembre scendeva in quella paterna di Maglie, nel Salento leccese - Maria Corti non aveva il computer, ma soltanto una “Lettera 32”. Era abitudine e comodità, non rifiuto della tecnologia. Purtroppo, verrebbe da dire col senno del poi, perché se l’avesse rifiutata, non sarebbero andati persi 3 o 4 capitoli del libro sugli amori tragici di grandi donne del passato cui stava lavorando, quando la morte la colse di sorpresa il 22 febbraio 2002, 86enne con l’animo di una bambina, ancora curiosa di tutto. Quelle pagine, infatti, furono inghiottite dal computer che teneva nella sua residenza milanese, come racconta Elisabetta Matelli, docente dell’Università Cattolica, in una delle testimonianze raccolte in un numero monografico della rivista L’Immaginazione, edita dai salentini Manni. Attorno a questo fascicolo di ricordi in prosa e versi (da Alda Merini a Umberto Eco, da Alberto Arbasino a Nanni Balestrini) e ad alcune plaquette di poesie e opere d’arte a lei dedicate, stampate dal lariano Alberto Casiraghi, ruota l’incontro in programma oggi a Pellio. Un modo per portare avanti la “pulcinata” (presentazione dei librini delle edizioni Pulcinoelefante) promossa dalla stessa scrittrice filologa nelle ultime estati intelvesi, allargandola a intellettuali dell’opposto estremo d’Italia, che lei aveva nel cuore al punto da farsi riprodurre un particolare del mosaico pavimentale di Otranto e appenderlo al Carlasc.
Il Salento era per la Corti una grande fonte di ispirazione letteraria: là ha ambientato i suoi romanzi più belli, L’ora di tutti e Il canto delle sirene. Del Salento amava i colori, la storia e le leggende, dallo sbarco di Enea all’invasione dei turchi, e il grico, dialetto affine alla lingua d’Omero parlato dagli anziani di un pugno di comuni dell’interno. Pellio era il buen retiro, dove poteva scrivere tranquilla. Troppo tranquilla, a volte, perché un po’ le dispiaceva il distacco dei «valligiani» che conoscevano soltanto «la filosofia dei danée», come li aveva descritti proprio in una capitolo del Canto delle sirene, dimentichi dei loro insigni avi, i Maestri Comacini. La chiamavano la «tusa della pora Celestina», la mamma scomparsa quando aveva nove anni. Lei si sforzava di prenderlo per un segno di affetto e amava la loro Valle non meno del mare pugliese, che aveva incantato il papà ingegnere, sceso per costruire una ferrovia e mai più tornato alle nebbie di Milano.
Per noi è il momento di tornare alla testimonianza della Matelli. «Cara Maria -
scrive -, non ci fu alcun commiato tra noi due quando venerdì sera 15 febbraio
dello scorso anni ci salutammo sulla porta della tua casa tirando le fila degli ultimi pensieri: mi avevi parlato dei tuoi femminili “Amori fatali” che erano in lavorazione, cercai di rassicurarti che avremmo trovato una soluzione alla perdita del file del libro per cui mi avevi chiesto aiuto. (...) Era accaduto che quel pomeriggio, mentre scrivevi, all’improvviso tutto il testo fosse diventato nero e poi sparito davanti ai tuoi occhi, e per questo tu avevi spento. e poi riacceso il computer nella speranza che rispuntasse fuori... invece niente da fare». «Altre volte ero riuscita a recuperarti alcune pagine che sembravano perdute, ma quella sera no - forse io ero troppo stanca - non mi era stato proprio possibile». E così «tutto il lavoro di quel giorno era svanito» e ora «ci rimangono di te le pagine stampate», mentre «quelle scritte, ma per noi ora prive di segni intellegibili», e quelle «ancora da scrivere, le hai portate con te, nella dimensione degli infiniti mondi possibili». Un altro libro ha rischiato di scomparire con la Corti. Non suo, ma di una delle sue ultime scoperte da grande talent scout. Lo racconta, sempre su Immaginazione, l’autore Giuseppe Curonici, già direttore della Biblioteca cantonale di Lugano e critico d’arte: «Maria Corti accettò di leggere ciò che che le sottoponevo. In versioni successive lesse quattro romanzi diversi. Le andava bene che contenesseroanche una tematica filosofica, ma mi invitava, ora paziente e ora irritata, alla concisione». Alla fine gli disse: «Questo te lo faccio pubblicare io». Appena in tempo, perché «poi avvenne una coincidenza incredibile, che - scrive Curonici - mi lasciò sgomento. L’accordo con l’editore (Interlinea, ndr) venne stipulato mentre Maria Corti stava morendo. Non lo sapevamo ». L’interruzione del Parsifal dopo il primo atto, questo il titolo del romanzo, è stato uno dei suoi tanti generosi lasciti. Anche stavolta aveva visto giusto: si è aggiudicato il Premio Bagutta opera prima nel 2002. Pure la poesia sarà protagonista oggi a Pellio. E Giuliana Coppola (fondatrice dell’Associazione per la salvaguardia del patrimonio artistico e culturale salentino voluta dalla Corti al pari della gemella intelvese Appacuvi), lancerà una raccolta di firme per chiedere a Einaudi di ristampare un poeta magliese, Salvatore Toma, che Maria fece pubblicare postumo nel ’99 (era morto nel 1987, a 36 anni, distrutto dall’alcol) ed ora è introvabile (da domani la petizione si potrà sottoscrivere al Punto Einaudi di Como). Leggeranno liriche dedicate al grande «scrittore» (così la Corti amava essere definita «pur non portando barba») Franco Loi, Fabio Pusterla e altri amici. Franco Spazzi ne declamerà una in dialetto lanzese che parla della sua casa-castello, il Carlasc: «Mi piace perdermi - è la traduzione - / curioso, / dentro il cancello / e là, / nella conca del tempo, / la meridiana inclina».

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