Elisabetta Liguori
ZERINOL AD ISTAMBUL

1° Giorno - 11 marzo 2004

Nevica a Milano. Atterriamo su mille rotoli di morbidezza, mentre ricoverano Bossi a Gallarate e neanch’io, lo giuro, mi sento molto bene. La coincidenza per Istanbul, dopo un’ora circa, nel carnascialesco scalo internazionale. Mi spalmo sulla carezza di un divano rosso mattone, fissando il vecchio e saggio bagaglio a mano, nella mano di mio marito, ‘che “non sai mai che fine fanno le valige in volo” ed ha voluto una replica in concentrato di tutto il necessario per sopravvivere. Ho un marito prudente. Peccato che il suo tesserino targato Ministero della Giustizia non sia valido per l’espatrio in Turchia. - No Schengen – c’è scritto a tradimento al terminal per il controllo di frontiera dei documenti e la carta d’identità è scaduta un anno fa. Eppure ci avevano assicurato il contrario. Il fatto è che Istanbul è un panino diviso a metà, in cui la fetta di prosciutto è rimasta da una parte, mentre dall’altra solo pane secco e nero. Da una parte l’Europa, dall’altra l’Asia. In mezzo la trasformazione che solo una lunga permanenza può cogliere. No Schengen, per indecisione storica.
Un poliziotto originario di Bari ci dice che si può risolvere il problema con una scappata a Gallarate, comune poco distante dall’aeroporto, per farsi fare un documento espresso. Ci vuole solo un fax con il nullaosta dal comune di appartenenza. Una scappata. Un fax. Sorride e fa spallucce. Il mio prudente marito accende le luci d’emergenza; lui, che offre grandi prestazioni sulla breve distanza, dice che in un ora si può fare e cerca un taxi. Io sono catatonica per lo stupore ed il tappo al naso, mentre faccio due conti per capire quanta moneta rischio di buttare al vento tornandomene a casa a curarmi. Sei foto formato tessera per il mio uomo, bombarolo preso all’amo, con l’occhio moscio, mistificatore. A Gallarate le impiegate sono efficientissime. Sia lode a Bossi nel triste giorno. Mio marito lascia scorrere i minuti, reggendo il telefonino contro l’orecchio, mentre si diffonde un odore acre di panini al sesamo dal fornaio lì accanto. “Sì, un fax al più presto, per cortesia. Avrei bisogno di far in fretta. Sì, mi parte l’aereo.”: all’anagrafe di Cavallino sono spiazzati; Istanbul è una brutta cartolina. Ma il mio maritino ha le idee chiare, anche se trema di adrenalina, sotto la neve, quando mi raggiunge nel taxi con il documento in mano.
Tanto l’aereo è in ritardo a causa dei disagi atmosferici. Sudore al vento, ma perdere tempo e salute rientra tra i costi di una vacanza.
Ad Istanbul invece piove. Ci sono troppi gabbiani. Dal becco dei grandi pescatori vengono fuori strilli di sirena. Andiamo con una Peugeot, in crisi da ruggine e trascuratezza, verso la parte vecchia della città, costeggiando il mare. Rovine ovunque, come una grande svendita di bellezze cadute in ristrettezza. I gabbiani ci seguono fino all’albergo. E’ grigio il percorso; i palazzi hanno le finestre in frantumi; gli uomini hanno i baffi, tutti; hanno i capelli fin sulla fronte: prepotenti, crespi; non colgo calvizie.
In una coppa in silver sul bancone ci sono vagonate di caramelle all’eucalipto. Mentre mio marito si presenta in inglese al direttore dell’albergo, io ne prendo una manciata generosa e me le infilo in tasca. La gola mi si sta accartocciando a causa di un sciopero del respiro imprevisto.
Le camere migliori sono per i fumatori. Capisco il perché delle caramelle per la gola. Per gli altri virtuosi solo vista all’interno di un cortile bagnato. Scegliamo la zona fumatori e ci guardiamo intorno: nessuno che fuma da turco, niente cicche in terra. Si può fare.
Oltre la tenda alla finestra c’è la Moschea Blu. S’agita una corona di spine in volo intorno dei sei, esagerati, minareti. Sono gabbiani affamati, così scatto la prima foto.
Accendiamo la televisione ed a sorpresa dilaga Madrid come una ferita aperta. Solo immagini frettolose; non capiamo un tubo, fino a quando non troviamo un canale italiano. Stiamo in silenzio per dieci minuti, in pizzo al letto, su una coperta con i colori grezzi dell’Anatolia; poi chiamo casa. Quando in famiglia si parlava del nostro viaggio ad Istanbul, i parenti storcevano il naso. Rischio attentati, dicevano, zona calda. Ma è Madrid che brucia l’11 marzo e cambia il palinsesto televisivo.
A cena ho i brividi. Non so se è la febbre o la buccia che viene via, nella bocca del leone. Di sera ci sono solo uomini in strada e qualche coppia che ho intravisto in aereo, tra un bacio e l’altro. Comunque pochi umani: camminano a faccia in giù. I tram invece sono stracolmi di gente, in piedi con un braccio in alto, come sotto invisibile minaccia. Seguono binari ferrosi, che li portano chissà dove, in Asia, oltre il mare, in un altro pianeta. La città vecchia, forse, la notte si svuota come un salvadanaio rotto. Cerchiamo un posto dove mangiare qualcosa, ma ci infiliamo nella strada sbagliata, seguendo anche noi la traccia dei tram, di un cantiere vuoto e dei veli di strass per la danza del ventre, come schiaffi di colore, appesi ai fili, davanti ad una bottega che sta per chiudere. Alla fine del pasto, il conto è pieno di zeri, imbarazzante, per questa ragione il cameriere ci anticipa, portandoci una calcolatrice grande un palmo, con numeri per presbiti. Dice che nel 2005 elimineranno tutte quelle cifre inutili e che saranno più vicini all’Europa. Sorride, ma gli manca un dente. Un inglese solitario, intanto, beve birra nel tavolo di fronte, l’unico occupato, e mi fissa ebbro, con la nebbia nelle pupille. Peccato: mio marito gli da le spalle.
Birra, Zerinol ed una purga piccante in cui galleggiano pezzi di pollo e peperoni. Cucina mediterranea con aneliti di avanguardia anglosassone. Cambiamo gli euro e mi faccio i conti almeno tre volte, di cui una senza che il cameriere mi veda, ma tanto non gli importa della figuraccia, lui è contento di ritrovarsi moneta seria tra le dita, di quella che suona, rotolando sul tavolo.
Porco cane che freddo che fa in strada! E’ una notte che si rattrista di più ad ogni secondo, come quella di chi vive un lutto. Mio marito dice che è colpa dell’ora tarda, che rallenta i battiti, e l’unica salvezza è dormire; è certo che domani sarà diverso. Ma io li guardo gli esseri in giro, i pochi, e nelle loro facce non c’è nessuna attesa.
In camera è ancora Madrid, ma si spengono i riflettori sull’Eta. Vanno a dormire anche i gabbiani con il cuore in affanno.

2° Giorno - 12 marzo 2004

Lo Zerinol non fa effetto, ma tengo bene ugualmente perché devo spendere tutte le mie lire turche al Gran Bazar e riportarmi a casa il solito conato da turista che si riempie le valigie di oggetti, perché non sa usare le parole. Metto due sciarpe intorno al collo e vado.
Piove sulle piume dei gabbiani già svegli. Per caso ci troviamo di fronte alla Basilica bizantina di Santa Sofia, trasformata in moschea. Da una parte si deve pur cominciare. No alla guida, no al tappeto, no alle cartoline a fisarmonica, srotolate da indovini in cappotto nero, che ti riconoscono come turista, ti fanno il filo e ti portano lo strascico fino all’ingresso al monumento, senza vergogna. Ola, ola, turista? Comprare tappeto? Italia, Spagna? Mi stupisco che si veda in faccia da dove veniamo e solo dopo un po’ mi accorgo che dalla tasca mi spunta la guida turistica rossa – La Turchia più bella -, come una bandierina. Dentro è più buio che in una tomba. Scatto cattive foto che nessuno decifrerà mai. Ci sono i mosaici di Costantinopoli che ho studiato a scuola. Foto, foto. Quattro dischi di legno del diametro inenarrabile troneggiano poco sotto la cupola, con scritte arabe che sembrano baffi d’oro di gatto. Il nome di Allah e di Maometto luccica per i merli. Sembra la sigla d’inizio del giorno del giudizio universale, un sogno di potenza spezzato sopra le nostre teste. Se cade giù uno di quei medaglioni siamo tutti morti, compresi i cinquanta giapponesi con guida ed ombrellino che passeggiano dietro di noi.
Mi siedo per prendere fiato vicino ad una enorme urna bianca per le abluzioni, il marmo del sedile intorno è liscio come un gelato, consumato dall’uso, dalla passione. I rubinetti, oggi muti, luccicano ancora mentre mi soffio il naso, cercando di non fare rumore.
Poco distante c’è la Cisterna della basilica. Scendiamo. Sotto la terra: un colonnato umido come una vecchia pila per i panni, preceduta da un cartello in inglese, che consiglia di fare attenzione a non scivolare. Un bar con quattro sedie di plastica invita al ristoro, nel brusio della moderna lingua turca dalla cadenza morente. I turchi che chiacchierano tra loro hanno il suono delle zampogne a Natale. Strisciano le voci su tonalità crescenti e poi esplodono in baritonali alterchi. Non sembrano parole traducibili, ma stati d’animo. Non c’è alcun divertimento in quelle presenze. Gracidano, gesticolano, muovono le mani, piegano la schiena, ma non sorridono. La vita sembra essere descritta distrattamente come una circostanza qualunque. Deve essere per questo che la morte ha un valore diverso.
C’è qualche pesce rosso nelle pozze d’acqua e, verso la fine del percorso, due grandi teste di medusa rovesciate sbarrano il passo. Per guardare Medusa negli occhi devi contorcerti come un serpente, come uno dei suoi serpenti. E’ tutto verde d’alga e muffa.
Alle dodici siamo di nuovo in strada ed il muezzin chiama. Nelle fontane ci sono turchi scalzi con i piedi a mollo, anche se piove.
Un arco in pietra segnala l’ingresso nell’oasi della bancarella: il Bazar. Un enorme porticato, sinistro come un labirinto, ma pieno di musica. In ogni crocicchio c’è un antica fontana di marmo e poi infinite legioni di centurioni musulmani a guardia dei negozi, pronti a far smorfie al nostro passaggio. Vieni madame. Offrono stoffa, metallo, porcellana, colori, colori, colori. Mettono i loro baffi contro la tua faccia curiosa. Alcuni vecchi giocano seriosamente a blackgammon, seduti su buffe sedioline da scuola dell’infanzia. Tintinnano esili riproduzioni del feroce saladino in vetro, in concorrenza alle marionette siciliane. Un tizio mi vende una coperta, parlando un pastice linguistico appena comprensibile. Scelgo di comprare da lui perché è vecchio, non ha i baffi ed è quasi calvo. Lo scelgo per somiglianza. Un altro, invece, mi vorrebbe far comprare un paio di jeans. Ma va! Mio marito mi scorta e tratta il prezzo. Sembra soddisfatto. Mi gira la testa alla vista di una vetrina quadrata, opaca d’unto, posta in cima ad una bicicletta che trasporta, lenta, strane forme di caramello e ciambelle di pane accatastate. Il pane è ovunque; è valuta; ai tavoli lo servono in sacchi di juta per pance larghe ed intere famiglie ci infilano la testa dentro. Dietro una colonna c’è persino l’Illy, giunto per mare con le sue quattro piante griffate di caffè.
Ci spostiamo al Bazar egiziano, quello delle spezie, quasi sul mare. Facciamo una corsa per arrivarci in tempo ed io sudo e sono pesante ormai come un’orsa. Ci sono piramidi di polveri colorate, candele e cubetti polverosi di sfumature soffici e cipriate, ammonticchiati in cesti di paglia. Quando tento di toccarne qualcosa, mio marito mi rimprovera e così mi accontento di un paio di foto, ma non saprò mai se si tratta di sostanze commestibili. I peperoni sono impiccati ai fili di ferro. Le caramelle in coppe colorate. Nessun turista; i turchi masticano insieme ai gabbiani e cercano il risparmio. Più in là, oltre le lampade accese, ci sono panche di legno con vestiti di scarsa qualità, mercanzia grigia come l’asfalto, finta pelle occidentale, che un uomo decanta a voce alta in piedi sopra ad un paracarro. Per un attimo ricorda casa mia. I nostri mercati delle pezze. Niente negozi con luci a neon. Dopo poco, mi passa accanto un pachiderma in burka e la bolla di familiarità s’infrange: è come un neo sulla pelle; diversa, ma in armonica sintonia con il resto. Ha l’ondeggiare di una piovra, che trascina con sé una bambina riccia di sei anni circa. Rapida foto.
Voglio buttarmi in mezzo agli scherzi delle 20.000 piastrelle di ceramica Irnik della moschea blu per capire. Un tenda pesante copre l’ingresso nel momento della preghiera. Celiamo le scarpe in sacchetti di plastica e navighiamo sui tappeti. I passi fanno il rumore degli sbadigli all’alba, quelli che non posso fare come vorrei, da quando mi svegliano i miei figli. La luce all’interno è quella tremula e iridescente di un acquario. Avrei voglia di mettere sulla testa qualcosa anch’io, come le altre donne, che pregano in disparte, lontano dai maschi, spesso dietro un sipario. Rimaniamo seduti un po’ sui tappeti con il silenziatore inserito, a gambe incrociate; accanto a noi qualcuno parla in spagnolo, ma non si tratta di turisti spagnoli. Parlano dell’attentato, ne sono certa, ed io allargo le orecchie, mentre fingo di leggere la guida. Peccato che abbia studiato solo inglese e pure male.
A quel punto ho bisogno di un bagno turco, il cui vapore osceno mi purifichi dal vizio, dalle tossine. Sto troppo male per proseguire e mi sento truffata dal calendario. Chiediamo informazioni ed entriamo. La porta suona di conchiglie e acqua, ma è solo fantasia. Ci accorgiamo con ritardo che il bagno è diventato oggi una rivendita di preziosi tappeti, tra i marmi, con tanto di depliant. Mi arrendo: al museo d’arte locale vacci tu.

3° Giorno – 13 marzo 2004

Ci vuole una guida del posto, qualcuno con cui parlare. Mio marito è categorico. Basta con il fai da te. Prenotiamo per il Topkapi. Ci viene a prendere in pullman un turco biondo, che ha studiato italiano e fa inchini da Gran Visir. Mio marito è eccitato, pronto all’interrogatorio politico. Finalmente. Con noi il biondo parla un a grazioso grammelot, ma quando si rivolge all’autista del pullman, incastratosi in una manovra azzardata tra file di taxi in attesa, urla comandi netti e taglienti come mannaie e dirige il traffico a singulti. Ci racconta del Palazzo verso cui stiamo andando, antica residenza dei sultani ottomani e ci parla dei gioielli che troveremo. In Spagna successa cosa molto interessante.Usa l’aggettivo in continuazione, in senso negativo ed in senso positivo, non sa cosa vuol dire per noi, non l’aiutano gli studi fatti, usa parole leggere e casuali come farfalle. Parla del terrorismo in prima persona, dice noi musulmani. Mio marito apre e chiude la bocca , ma non esce fiato. Dunque? Io gli faccio segno di farsi coraggio. E’ così che funziona nelle coppie: io ci credo e lui agisce.
Quel tipo di Berlusconi sa poco: sa che l’Italia lo ama e che si vuole portare la Turchia in unione europea. Mio marito lo informa adeguatamente e gli parla dei diritti civili.
Diritti civili?, no, non conosco questa parola. Io non capito bene. Stiamo good adesso: Turchia europea, meno inflazione dal 90% al 10%. Religione non cosa politica; diversa cosa. Ogni volta che nel mondo scoppia bomba, noi turchi perdere turisti e non essere cosa buona per noi. Questa cosa molto interessante.Il mondo diviso a metà adesso; anche Istanbul divisa a metà.
Il palazzo è un dedalo sfarzosissimo. In una attacco rabbioso di tosse catarrale, intravedo un trono tutto d’oro e smeraldi ed il famoso pugnale ritorto, con enormi gemme. Rientrati da poco in patria da una mostra a Parigi. La guida quasi applaude al loro cospetto. Sorpresa: non ci sono gioielli femminili, non ci sono vestiti femminili, ma palandrane ottocentesche per corpulenti uomini in turbante ed alabarda; non ci sono sospiri femminili in nessun dove. L’harem mi intriga ma è lontano e la guida dice che non faremo in tempo. Peccato.
I vestiti moderni delle donne turche? Scelta libera, scelta di family.Poi parla di preghiera e dice che le donne non pregano in moschea, perché hanno tempo per pregare a casa. A conferma, ci vuole portare nella moschea più grande della città, in collina; dal basso la vediamo svettare come una torta con le candeline spente, con quattro minareti, aguzzi puntaspilli.
Camminando al fianco del biondo autoctono, nessuno ci ferma per venderci tappeti; i disoccupati rispettano l’altrui lavoro. Ci frastorna un tiepido sole che s’insinua tra i ghirigori delle fontane. Senz’acqua. L’acqua, spiega, posta a fluire rumorosamente vicino alle stanze del potere, serviva in passato a celarne i segreti, a velarne le ragioni. I turchi to speak poco poco, piano, piano. Ma non è vero.
I curdi. Noi non problem con i curdi. Mio marito non molla. Non vuole dare un pezzo di terra turca ai curdi, per il resto tutto bene con curdi. E ride. Come dite in italiano? Minoranze.
E’ facile non capirsi. Errori di calcolo. Racconta dell’attentato in Turchia che invece di colpire il cuore commerciale inglese, ha fatto fuori solo lavoratori turchi. Ride di nuovo. Minoranze. Molto interessante.
Compro per 500.000 di lire turche un bottiglietta di minerale, perché ormai non sono più in grado di respirare. Dei bambini lì vicino vogliono cambiarmi una banconota da venti euro in monete, ma dov’è la fregatura? Qui nessuno usa monete. Non è distante c’è un’antica scuola in cui si insegna il Corano. Ormai non è più obbligatorio per nessuno, ma se si vuole intraprendere la corriera religiosa bisogna studiare. Si studia senza scarpe. Fuori dalle aule ci sono cento paia di mocassini in fila. Mentre curiosiamo, suona la campanella. Non ha un suono arabo. Inseguo con la macchina fotografica un ragazzo in vestito tipico per poi accorgermi che è il garzone di un ristorante e sta andando a fare la spesa.
La sera in stazione c’è lo spettacolo dei Dervisci. Ci voglio andare. Non è il caso: sembri un pesce; ma ti sei vista? Stai male. Io ci voglio andare. Si fa tardi; è umido. Ci voglio andare. I gabbiani sembrano avvoltoi. Secondo me portano sfortuna. Mentre quelli ballano, c’è poca gente in stazione. Qualche treno ed una voce da lumaca svena gli altoparlanti. Ci sediamo su piastrelle in maiolica sotto una volta a botte. Lanterne dai colori caldi mirano dal basso verso l’alto. Comincia la preghiera fatta di flauti e tamburi; ossessivi. I ballerini in bianco hanno in testa dei tronchi mozzi e sembrano indirizzarsi al centro esatto del soffitto per forza centrifuga o al centro del mio cervello vuoto. E’ una preghiera che ti strapazza, che ti rovescia, mentre la vita e i suoi pensieri semplici si allontanano. Sembra creata per dimenticare, ma non risarcisce come vorrebbe. Seguono proclami di pace ed applausi. Le ombre proiettate sui muri sono da manuale. Alla fine troviamo banchetti che vendono ceramiche e brossure del nostro albergo: in una coppa un derviscio ruota accanto ad una bella signorina nuda, sdraiata ai suoi piedi. Amenità.

4° Giorno – 14 marzo 2004

Senza una sola notte delle mille e una notte, si rientra in Italia. E pensare che i figli erano eccezionalmente competenza dei nonni per intere quattro notti e qui si era solo in due a far baldoria. Colpa dello Zerinol.
Nello stretto del Bosforo i turchi, la domenica, ci tuffano le canne da pesca e poi il pesce finisce in casse di legno sui marciapiedi. Botteghe serrate. La domenica non è giorno sacro come il venerdì; è solo una balla europea posta nel mezzo della settimana. Le donne con foulard prendono il traghetto la domenica. L’ultima foto.
Noi prendiamo l’aereo, prima che sia troppo tardi.

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