|
Luciano
Pagano
su "D'indolenti dipendenze" di Ilaria Seclì
D'indolenti dipendenze, Ilaria Seclì,
Poet/Bar, Besa Editrice, con intervento di Giovanni Lindo Ferretti e postfazione
di Michelangelo Zizzi
E’
uscito nella collana dei Poet/Bar, diretta da Mauro Marino, l’esordio
poetico di Ilaria Seclì, intitolato “D’indolenti dipendenze”
e, come è successo per altri titoli di questa stessa collana (vedi
Astremo, Semeraro, Benedetto, Petrelli), siamo qui a chiederci se anche
questo volume mantenga le premesse di qualità, sperimentazione
e ricerca che sono insite nel lavoro condotto da Mauro Marino e nella
sua continua ricettività/ascolto di quanto accade attorno all’arte
ed in particolare alla scrittura nella nostra regione. Ebbene quello di
Ilaria è sicuramente uno dei prodotti più maturi usciti
in questa collana. La maturità è data, in questo caso, dalla
delineazione di sé e della sua poesia che la Seclì è
riuscita a rendere visibile in questa raccolta. Fermandoci per il momento
a questo risultato possiamo dire che qui sono contenute diverse e molteplici
direttrici che porteranno altri buoni versi. Sarà compito dell’autrice
scegliere di intraprendere una di queste direttrici come percorso, quella
più interessante è sicuramente nascosta nel sottile intreccio
tra la parola e il suono, la parola detta, sentita, strettamente collegata
al suo significato. Mi riferisco all’intreccio di ‘corde’,
‘fiati’, ‘respiri’ cha danno densità a
questi versi. L’effetto dell’opera d’arte ben riuscita
è quello di provocare un effetto di ritorno. In alcuni testi della
Seclì il ritorno è puramente ascrivibile all’utilizzo
di alcuni vocaboli (barbari/barbarie, mongole corde, “Di odore di
terra di fuoco carne e feto”), mentre in altri all’utilizzo
di un ritmo ricorsivo. Dove il richiamo e l’influenza sono più
manifesti l’autrice è brava nel accumulare una serie di immagini
dense, che fanno sciogliere in soluzione gli elementi ascrivibili a questo
effetto. Un’altra caratteristica rintracciabile in questi versi
è la stretta connessione, a livello di senso, tra gesto quotidiano
inteso come rito e gesto intriso di mistero della ritualità, il
percorso dei mesi, il tempo che spazia attraverso il respiro (Quei mesi
artigiani preparavano linde bende e resistenti di sepolcro/e le attorcigliavamo
– occhi bassi e pazienti – ai tronchi delle viti.). E’
come se in certi versi – ma questa a dire il vero è una caratteristica
che permea la poesia di Ilaria Seclì – ripeto, è come
se in alcuni punti la parola venga masticata, venga triturata nei minimi
rivoli del suono, in modo del tutto musicale, senza mai ammiccare ad un
gioco puramente sonoro o privo di densità.
LODE AD ADE è una delle liriche simbolo del sapiente mescolìo
che l’autrice sa condurre tra il sangue e la terra, spalmato nei
miti delle teogonie (cfr anche “lo squarto di fegato titano”,
in Postuma) e delle letterature, che quasi sempre rincorre e chiude in
un’immagine finale degna delle migliori catastrofi: “Che lo
sposo nell’utero polveroso attende/che mi asciuga il sudore e il
liquido voglioso/la terra che mi succhia/e mi riprende”, così
accade anche in Quei mesi artigiani : “[…] stirpe barbarica/a
cavallo attraversava il paese/e se ne andava.”.
L’esordio di Ilaria Seclì è compiuto. Su più
piani e più sensi, ed è compiuto. Lo è perché
le tracce di influenze che affiorano in alcuni luoghi sono prontamente
sopite da un carico di immagini notevole, lo stesso carico che viene dosato
in un incedere ritmico, denso di rime internem proveniente dall’abitudine
di leggere ad alta voce i propri versi, ripeterli come ritornelli, fletterli.
Alcune di queste poesie potrebbero essere tranquillamente cantate e ritmate,
in particolare per una di queste (mi guarda di sottecchi mi ha riconosciuta)
sembra quasi automatico il rintracciarne la trama e l’intelaiatura
sonora. Un esordio che ha saputo coltivarsi ed attendere, buona fortuna.
|