Elisabetta Liguori

PAGURO E ATTINIA
Leggendo “Il primo” di Gaetano Cappelli

Dove è stato il Paguro fino ad oggi, cosa si è inventato per sopravvivere? L’abbiamo atteso a lungo. Ora è qui.
E’ così: mi chiedo dove si nascondano veramente i Paguri quando non trovino un’Attinia che li accolga e raccolga tra i suoi tentacoli urticanti? Quando il mare è grosso, il paguro s’intristisce, si nasconde sotto la sabbia, scava buie gallerie, dimentico di se stesso, ma poi la cooperazione è la regola in natura, non l’eccezione, ed anche il paguro, ubriaco di solitudine e nostalgia, s’innamora di una nuova Attinia e delle sue mille lusinghe. Sale a bordo e via. L’Attinia comunque, di suo, senza il Paguro, sarebbe ferma al palo, senza alcuna possibilità di movimento e conoscenza. Non potrebbe farne a meno.
Così ricomincia il gioco. E’ scienza.
Gaetano Cappelli ci racconta di paguro e attinia, del loro crudele mutualismo, nel suo ultimo libro. Ma non è la solita storia. Qui la scienza è solo il punto di partenza, l’iniziale certezza che dura pochissimo.
Il protagonista di questo nuovo sorprendente romanzo è Guido Cieli, è lui il Primo. Primo in tutto, come per una condanna. Il territorio, la famiglia, gli armadi colmi di capi appartenuti al padre e da adattare per necessità, sembrano non sorridergli, ma la fortuna sceglie percorsi strani, al limite del grottesco, per farsi notare.
Cieli, infatti, ce la fa, sempre. Nato in sfortuna, ma destinato al riscatto; alla caduta rovinosa e poi alla risalita, nello studio, nei sentimenti, nello sport, nella professione.
Condannato a far notizia.
Cieli, prodigio, abbandonato dalla donna che ama, dopo viaggi trasversali lungo lo stivale ed altre alterne vicende, si ritrova ad essere uno degli editor più affermati sul mercato, uno la cui parola, il cui gusto letterario sono legge. Con occhi da re Mida egli converte in oro quello che legge, quello che vuole leggere, fino a trasformarsi per rancore ed invidia in un’orrida attinia sempre in cerca del suo paguro da sfruttare. Senza alcun piacere, ma solo per sopravvivere.
Un Cappelli ironico, crudele, lucidissimo questo dell’ultimo libro.
Qui il lettore si muove sconcertato in un universo reale, ma pieno di figure cartonate da evitare, come sagome rigide al tiro a segno. Procede sospettoso. Viene da chiedersi: dove sono capitato? che mondo rovesciato è mai questo? Qui dove i sogni sono letame e la fortuna indossa lo stesso abito della disgrazia. In cui la vuota bellezza patinata è l’unico messaggio comprensibile. Ed ogni operazione letteraria nasconde un trucco, un diverso progetto. Chi ne ha la responsabilità, chi guida il gioco?
Non è Cieli il colpevole. No, non è lui. Chi allora?
Sullo sfondo tutto è concreto, ma incerto, precario e, quando il danno arriva, perché arriva, sì che arriva, arriva sempre, non si sa mai da dove venga veramente. Ciascuno è vittima e l’unica occasione è data dal consorzio tra uomini, anche occasionale.
Proprio come tra paguro e attinia.
In ogni contesto naturale, infatti, anche organismi di specie diverse possono interagire tra loro, con modalità e effetti differenti. Consorzi, appunto.
Cappelli sembra volerci raccontare che razza di idioti siano gli scrittori e che bestie infami diventino con il tempo gli editori che di questa materia fanno prodotto. di come convivano allegramente, anzi vivano l’uno dell’altro, trovando beneficio dal reciproco parassitismo.
A volerli guardare al microscopio, senza pudore alcuno. Certi stolti sognatori. Beati loro. E si fanno analizzare gli scrittori. Eccome, se si fanno analizzare: sono lì in bella posa a dire cheese senza vergogna.
Ma non solo. Cappelli ci racconta dove si nascondono questi scrittori in attesa di editore. In quali fondali azzurri, in quali fantasie da retrobottega. Incompresi ai più. Tra il patetico ed il comico. Ci racconta, in sintesi, la tragica comicità di un sogno destinato alla sicura disfatta, sogno in cui s’insinuano, alterandolo, le paure altrui, le vendette, le bassezze, i ritardi, le ultime lezioni.
Cappelli ci parla, ancora, della vita in provincia e del suo distacco: di come si trasformino le città in cui sei nato, dal momento in cui non le abiti più. Di come cambino senza di te e di quanto possa essere straniante, imprevisto, ostile questo cambiamento. Ci descrive insoliti ponti fraudolenti che riportano al punto di partenza come in uno dei quadri di Escher.
Ci parla degli alberi a Potenza. Alberi strani, come il pippal, che non dovrebbero essere lì, semi sparsi dal vento in luoghi sbagliati, figli del caso.
E dell’invidia, che, a volte, muove gli alberi ben più dell’amore, pur conservando le stesse sfumature di colore. Il verde.
Ci racconta la cultura arberesh, fardello italo albanese, memoria ostinata come zampa di mulo, orgogliosamente diversa.
Ci descrive, per di più, le tortuose vie che portano fino alla taverna dello Zi ‘Ming per conoscere l’ingorda cucina potentina, unico piacere senza altra strada. Che ti riempia, riempia, riempia. Come in quelle feste di matrimonio che durano intere settimane di cibo e colesterolo, che ti gonfiano come dieci otri, così che il ricordo sopravviva, eterno e nitido, monito e sprone all’indissolubilità del sacro vincolo. La conservazione comincia dalla pancia.
La narrazione ha il ritmo chiaro del pendolarismo: va su e giù l’altalena del pendolo; sale e scende il ricordare; su e giù per l’Italia, attraverso gli anni, su binari ferrosi, scomodi o a bordo di lucenti auto sportive, ultimo modello; dentro appartamenti luridi per studenti fuori corso o alberghi cinque stelle; cigola sui sassi, sdrucciola su strade coperte di neve, e sulle scale e poi ancora scale, a salire e scendere, - Potenza è piena di scale - ; cade e si rialza il pendolo, mosso da vecchie ambizioni da dimenticare e da quelle nuove per stupirsi.
E, per fortuna, poi arrivano anche le idee da cambiare. Chi è abituato al viaggio, ai biglietti frettolosi andata/ritorno, lo riconosce subito quel certo ritmo nella scrittura di Cappelli: il ritmo vibrato da fronte contro il vetro opaco del finestrino, da stazione, da aeroporto, da utilitarie in autostrada, da allontanamento e ritorno. Da noia e desiderio, con in testa l’idea del cambiamento come salvezza.
Su e giù, perché cambiare idea è necessario.
In fondo, perché no, ricominciare da Potenza è possibile anche grazie ad un albero strano. Rinascere.
Alla fine del percorso, però, quello che si potrebbe prefigurare come un romanzo neo realista, lascia senza fiato con un finale fantasy, dissacrante, con le tinte accese del fumetto.
Perché a chi narra tutto è possibile. Ogni invenzione. Ogni contraddizione. Ché altrimenti non ci sarebbe diversità tra vita e narrazione. Di doppioni sono pieni gli album di figurine dei bambini. Che farne?
Così Cieli passa nel suo fumetto come in una lunga allucinazione. Diversa come un pippal o altro colosso vegetale, sempre fuor di luogo.
Quello di Cieli è alla fine il Primo fumetto per scrittori esordienti senza immagini.
Il Primo fumetto pensato per aiutare a cambiare idea, pelle, cuore. Per rinascere.
Il Primo libro scritto da uno scrittore anche per gli scrittori.
Ma bisogna assolutamente leggerne la fine per comprenderlo fino in fondo.

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