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Elisabetta
Liguori
Il corpo e la parola.
Rileggendo Amado mio di Pierpaolo Pasolini
Non c’è
nulla che stia fermo in Amado mio, nel primo Pasolini, nella
memoria struggente dei suoi anni friulani. Ogni cosa s’agita come
pulviscolo in Atti impuri e Amado mio, due racconti
rimasti volutamente incompiuti e destinati, per volontà dello stesso
autore, a viaggiare insieme nel tempo, sospesi tra il racconto e l’autobiografia,
tra la prima e la terza persona, osceni e trepidi come un diario che si
trasforma. Corpo e carne che mai si quietano, appunto, neppure dopo la
fine.
Perché, se Tondelli in Camere separate è la testa,
Pasolini in Amado mio è il corpo; indissolubilmente legato
il secondo all’euforia adolescenziale dell’acqua che bagna,
del fuoco che frigge; così radicalmente diverso dal maturo intelletto
tondelliano, coscientemente condannato alla solitudine.
Due racconti lunghi: Atti impuri è malinconico; Amado
mio, invece, è dilagante di gioia inconsapevole, di un amore
che sembra apparentemente possibile, se pur fuori fuoco come in una vecchia
foto.
Sublime il corpo cantato, che, solo per contrasto, aspira alla metafisica.
Come la prima volta il mare.
Esattamente lo stupore e la fame della prima volta il mare.
In Amado mio Pasolini descrive il mare di Caorle a ritmo di musica
e maree. Il ritmo delle pulsazioni di Desiderio s’alza come luna
nuova, in maniera dissennata, lungo i binari dei tre capitoli del racconto:
prima è un bambino che si trasforma in checca, che sempre più
si allarga, si esalta, giganteggia di un piacere, prima solo immaginato,
poi sempre più concreto, fino a giungere al suo culmine di materialità
proprio davanti al mare. Con il mare come pretesto.
Alla fine i protagonisti, i satelliti di Desiderio, si fermano a guardare
il mare.
Anche guardare è piacere; la bellezza è piacere. Corpi e
acqua, sotto la luce che cambia con le ore, come una lunga estenuante
carezza, un lungo orgasmo intellettuale.
Così mi sembra di vedere l’occhio del protagonista, scabroso
ed avido, che osserva il mare e l’Occhio grave che osserva l’occhio,
che osserva il mare.
Lo stesso autore parla di quest’Occhio, che scruta e giudica, nella
sua prefazione ai due racconti. Perché il Pasolini di Amado
mio, e ancor più quello di Atti impuri, sente il
giudizio che grava sulla sua scrittura che si è fatta corporeità.
Quello dell’attesa del verdetto è un gioco inevitabile, tanto
quanto crudele; senza regole, se non quelle che l’Occhio stesso
coglie quasi per caso.
Nonostante tutto, l’autore guarda e racconta.
Il luogo in cui questa bellezza nasce e si dipana, anche nei suoi contrasti,
nella sua altalena, è sintetizzato chimicamente nello spazio marino
di Caorle, che resta luogo d’incanto, meraviglia, lontanissimo dalla
normalità cittadina; lontanissimo da Trieste.
Così questa vicenda coincide perfettamente con un luogo umido e
sapido, per raccontare il quale tutte le parole sature, splendidamente
utilizzate per descrivere la visione del film Gilda sono necessarie
e forse le uniche possibili. Perfette.
Gilda è il suo immenso corpo, colmo di languido e virginale peccato:
stupida e misteriosa-equivoca ed angelica- con quello sguardo miope
e freddo e tenero fino al languore – cantava con un’inespressività
divinamente carezzevole – Amado mio.
Così scrive Pasolini.
Desiderio ama Iasis, crede di possederlo, ma lui si ritrae a sorpresa
e lo fa davanti a quel mare, che vede per la prima volta e che lo distrae,
lo allontana. Allora Desiderio si trasforma in una scimmia urlatrice isterica:
s’infuria come solo i ragazzini sanno fare. Strepita, s’ammala,
diventa piccolo. Si crede sconfitto dal corpo dell’amato e reagisce.
Per Pasolini la descrizione chirurgica è a questo punto una necessità.
Il luogo della delusione e del rifiuto descritto, ancora una spazio fisico,
è allucinato: un immondezzaio – cimitero con cadaveri di
pesci e rettili ovunque, frugato in ogni suo granello.
Corpi senza vita: ché muore chi non sa abbandonarsi.
Così una distanza siderale stranisce il lettore: lo spazio tra
quello che è e quello che dovrebbe essere; tra il corpo che si
muove e le carogne rimaste sulla sabbia; tra il fulgore della Hayworth
e la volgarità paesana degli spettatori del lido che l’accolgono.
L’ossimoro della vita e della scrittura di Pasolini è tutto
lì.
Un corpo bellissimo disperso nella spazzatura, tra altri residui organici,
che alla fine appaiono più normali del resto, ben più consoni
al contesto.
Ma un desiderio, una scrittura può essere una colpa? Forse. Anche
oggi? Forse.
In questo scritto degli anni quaranta serpeggia l’autocensura giovanile;
è palpabile la vergogna.
Le checche ai tempi danzano come in un musical, tutte insieme, tutte leggere
e finte, perché le malattie, come i diversi, viaggiano in gruppi
per contagio. Ieri come oggi.
Pasolini se ne vergognava?
Il suo giovane rossore è rintracciabile nello stile utilizzato,
nell’esigenza del ricorso ad arcaismi neoclassici, nell’assenza
di sperimentazione sintattica o linguistica; nel tentativo di rendere
classica, epica, raffinata ed intoccabile la diversità.
Ad ogni riga sembra voler dire: sono innocente.
La classicità della parola si oppone ad una materia umana che è
tragedia, ad un corpo profondamente tragico.
Solo molto dopo la sua scrittura e la sua vita sono diventate una bandiera.
La sua o quella degli altri poco importa.
Inaspettatamente questo tipo di osservazione mi porta a Calvino ed a un
suo antico saggio sulla scrittura di Carlo Levi.
Levi è stato, con il suo Cristo si è fermato ad Eboli,
ambasciatore di un tempo diverso, nascosto all’interno del tempo
ordinario. Levi e Pasolini. Aliene dimensioni spazio-temporali. Inaccostabili
forse.
Da una parte la rivoluzione contadina, dall’altra quella sessuale.
Per entrambi gli scrittori la scelta è stata quella di una osservazione
forte, senza pace, quella della partecipazione emotiva e fisica, della
rappresentazione dall’interno della realtà, della quale hanno
saputo scegliere aspetti specifici, dando loro un valore privilegiato.
Hanno parlato di quello di cui altri hanno taciuto.
Gli uomini di Levi, i contadini della più profonda lucania, non
sono cristiani, sono bestie, vivono sotto la terra. Osceni per
la loro bruttezza.
Gli uomini di Pasolini non sono uomini neppure loro. La loro pelle è
di una stoffa di grana differente. Osceni per la loro bellezza.
Entrambe le scritture risultano ambigue perché raccontano l’umana
molteplicità.
I fruschi lucani, ad esempio, sono mezzi uomini che vivono la
loro vita diabolica ed angelica ai confini del mondo.
Anche Desiderio e Iasis vivono la loro incompiutezza ai margini della
collettività.
Corpi, ovunque corpi, differenti, ma comunque corpi, e nel mezzo, né
a Levi, né a Pasolini riesce d’essere triste e neppure lieto.
Ai precari nulla è concesso.
Eppure non mi rassegno. No. Guardo gli uomini che riempiono le piazze
e certe sciarpe colorate che si sollevano al vento, quei frammenti di
collo nudi, tesi, che sudano troppo e dita con anelli d’argento
e non mi rassegno. Ricordo quando avevo quindici anni ed i miei compagni
di classe. Non mi rassegno. È davvero un vischioso male, come lo
definiva Piervittorio Tondelli, questa letteratura del corpo, senza alcuna
alternativa allo strazio?
Pasolini e dopo di lui Tondelli.
Tondelli, in particolare, alla fine del suo breve percorso letterario,
il corpo lo spoglia; quello stesso corpo straziato che Pasolini aveva
vestito di fronzoli e paillettes.
Tondelli scopre la separazione degli amanti e la farmacopea della scrittura:
lo scriversi lettere per riconoscersi e ricostruirsi in totale solitudine.
Fulminante e rapida, la soluzione tondelliana guarda al viaggio solitario
ed allo iato. Di Pasolini, della sua scrittura corale, dei gruppi, dei
simili, non può però essersi dimenticato. Amore è
corpo. Si sente sempre l’esigenza di toccarlo, comprenderlo. Ancora
e ancora.
Sull’ultimo volume che Tondelli legge, ricoverato in ospedale, si
può intuire ancora la sua scrittura tremante e le parole:
“la letteratura non salva, mai...( )”
E’ ancora il corpo a parlare.
Mi piace accostare il giovane Pasolini al Tondelli precocemente vecchio
e malato con in mano la Bibbia. Il contrasto dei loro corpi nella scrittura.
Ritrovare oggi quel contrasto e chiedermi se c’era un destino in
certe differenze.
Il poeta oscuro ed il libertino illuminato sulla strada di Damasco.
Cosa ne rimane? Solo l’osservazione ed il racconto appare possibile,
per entrambi, un racconto superbamente lucido e lirico, che alla fine
vince la sua stessa vergogna, che comprende la sua meravigliosa imperfezione.
Anzi se ne ciba.
Ma è sostanza che comunque non sazia, anzi la descrizione letteraria
esprime lo sgomento di una perenne delusione.
La realtà, nonostante tutto, brilla eternamente desiderabile, inafferrabile.
Compiuto il voluttuoso pasto: solo briciole; il desco resta vuoto, più
in là un paio di piatti da portata destinati ad altri, tra i denti
qualche residuo, eppure la fame non è placata.
La realtà è ancora lì, da osservare e riconoscere.
Sempre.
Queste poche righe sono dedicate
ad Antonio, al sale sempre nella sua bocca lucida, che non poteva dire
di no.
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