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Andrea
Aufieri
su "Nel cuore dei vivi" di Oliviero
Carlino
Oliviero Carlino - Nel cuore dei vivi
Zane Editrice, 114 pagg.,14€
Il dolore alberga eterno
nel cuore dei vivi.
La pace è morta, solo per pochi
l’amore le origini la storia
non vivono più.
(Solo un padre)
Con questi versi efficaci, Oliviero
Carlino, ristoratore di Acaya, suggella un’opera importante, quella
di una vita. Un prezzo ragionevole per quantità e qualità
dei componimenti, incrementato dal prezioso disegno in copertina eseguito
da Claudio Rugge, artista vero. Quanto meno stimolante l’introduzione
di Giovanni Costernino, il quale, al di là di un occhiolino all’
Unione dei Comuni evitabile non foss’altro che per la sede dalla
quale questo rimando parte, riporta alcune riflessioni di Barbato contro
l’ermetismo lontano (?) dagli anni tragici della guerra che aprirebbero
forti discussioni, soprattutto sul dovere etico, storico, e morale di
poetare di ciò che si vede e di stare al passo coi tempi seguendo
canoni imposti.
Il libro è però, soprattutto, testimone della sublime funzione
della poesia, perché Carlino se lo regala in età ormai matura
e ci spiega il perché nella sua nota:
Questa raccolta di poesie, nasce
anni fa; in giovanissima età. Molte di queste, restano chiuse nel
cassetto per molti anni, finché un giorno spinto da amici decisi
di riportarle in cartografie giganti e poi addirittura a pubblicarle
in un libro.
Un libro per la memoria di mio padre, sì, forse era questo il desiderio,
dedicarlo alla memoria della persona che in questo momento sento più
vicina a me, mio padre.
Un libro per sé stesso, dedicato
alla memoria di suo padre, come ci sussurrano al cuore i versi Io
sono!/ terra, luce/ nuvola, acqua e speranza/ e quant’altro a voi
serve (Per mio padre). Più in generale, però, emerge
l’ affresco di un modo di vivere, di credere, di sperare, di cercare
la felicità, di morire e di essere in eterno, infine, chiamato
Acaya.
A mezzo secolo dai portoni verde limone e della vita
Cocumola di Bodini, ci troviamo calati in descrizioni immutate
del presente, a confermare la tesi del grande autore che il tempo, nel
salento, sembra essersi fermato, specie in certi angoli incantati ed incantevoli.
Perché basta fare quattro passi nell’antico borgo medievale
e poi umanista per amare, anche solo per un attimo, una vita più
semplice ed arcaica, in cui l’ospitalità della gente a ridosso
del mare non è assolutamente uno stereotipo ipocrita. Ma forse
la vita metropolitana sofisticata, nonché l’individualismo
montante, riprenderebbero subito il sopravvento, facendoci constatare
più l’aspetto pseudo - claustrofobico di una vita nel paese
che l’effettiva realtà ( e noi automi schiavi consenzienti?).
Non riconoscendo questo invito alla lettura come sede legittima per quest’
altra discussione, è più saggio ritornare all’interessante
opera di Oliviero: anzitutto gli eroi descritti nelle sue poesie potrebbero
assomigliare più ai cafoni pensanti di Silone che ai mitizzati
e falsi selvaggi di C. Levi e D’annunzio. Antieroi, quindi, immersi
in un quotidiano di solitudine, fugaci gioie, per niente immuni al meretricio
o alla dissipazione in felicità artificiali, ma inclini alla fede,
al ricordo ed alla testimonianza; ambienti, personaggi e sensazioni sempre
descritti con più o meno velata angoscia.
Esemplari per tutti i temi, alcuni passi che raggiungono vette leopardiane
di commovente intensità:
pensieri che sbattono/ cadono, s’infrangono costretti nelle
mura dell’isolamento, il cui simbolo oggettivo è la casa,
ritornando poi al padrone soli, sbiaditi ma forti ( La mia casa
), senza la possibilità però di un confronto ( si dovrebbe
qui seguire il consiglio di Gaber sulla strada?), ma poi confronto con
chi, o dove, in una piazza dove l’ignoranza abbonda/ tacita,
orfana ? ( Nebbia )
Forte in Carlino il tema della fede, novità contro la marea genuina
dei nuovi conformismi creati dagli anticonformisti meno convinti, come
leggiamo in Festa: La chiesa vecchia, ma oggi nuova/ nei colori, nel
profumo intrecciato/ di antiche muffe. Credo e amore fatti di passione
e tradizione, ma non manca il raffronto con il mito, negli esempi del
vento come archetipo e costante storica, o anche l’immancabile taranta:
eccolo, il salento, compiacersi di danzare con passi che segnano/
antichi lamenti dei giorni di festa.
Anche Canto popolare è suggestiva per la sensazione statica e l’improvvisa
accelerazione, oltre che per il richiamo alla gente vestita con lunghi
colori.
Come Montale, l’inquietudine dell’autore cerca sollievo nella
memoria, che il nuovo millennio farà rimpiangere ( Millennium ),
e che non farà tornare indietro nonostante vorresti cambiare/
ma ecco che il tempo non tace/ tu vivi soltanto lontani ricordi (Rimpianto).
Rimane allora la ricerca, anche artistica, della bellezza , della quale
sognano molti componimenti: alla più istituzionale Immagine contrapporrei
la scioltezza di Una dolcezza nuova, ma attenzione al monito,
rivolto più alla bellezza terrena, di Rimpianto, perché
prima o poi tacita,/ la notte della bellezza/ raggiunge il capolinea.
Cosa resta allora dell’esperienza terrena? Forse l’essere
riusciti a restare, come testimoniano i numerosi componimenti dedicati
a persone scomparse, nell’anima di un paese, nel cuore dei vivi,
appunto. |