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DEL
NON LETTO I
Niente che non rinvii al contingente, poco più che un pretesto
di perdizione…forma di poetica senza poesia, mero esercizio di pazienza,
sangue rappreso fuori dalle vene…Gli autori ignorati dall’occhio
del lettore pretendono che l’oblio cada al fine sulle loro pagine,
le abbandoni alla risacca di una mare piatto come l’orizzonte trasognato…una
trasfigurazione (e come potrebbe essere altrimenti?) della forma inattuale
in cui si incarna il Divenire…una manciata di nomi a significare ciò
che meglio desiderate.
Andrea Volontè
Cioran e il gran giorno senza domani
Premesso che nulla affermerò
di autenticamente necessario volgo la mente e lo sguardo al libro che
ho in mano: Al culmine della disperazione, l’opera prima
di Cioran.
Come egli stesso ebbe modo di dichiarare, tutto il suo non-sistema è
già lì, presente a se stesso, reiterazione di una dimensione
prenatale che l’autore intuiva come eternamente auspicabile a fronte
di una condizione terrena perennemente innervata nella coscienza di sé.
A-sistemico, soggetto ancora desiderante si produsse in questo scritto
per impedire alla propria convalescenza di mutarsi in istinto omicida,
o peggio, di concretarsi in un’esperienza vitale in cui la realtà
del suicidio fosse mera ipostasi del cogito ipertrofico. Claustrale
fu la stagione che lo vide vagabondare per le strade di Sibiu insonne,
braccato da mute di cani che non rispondevano a nessun nome, nei gironi
di un inferno apocalittico per definizione, ma a cui seguiva sempre un
altro giorno ed un’altra notte…le variazioni sulla meridiana
che Cioran auspicava smettesse di tratteggiare ombre per lasciare il vuoto
che cresceva in ogni suo dove incolmabile, perdutamente irrimediabile.
Per non replicarsi ad libitum nel limbo della Noia, il giovane
Cioran decise di conoscere la condizione infernale di chi sente
- come fosse uno gnostico e(s)luso dal (suo) Tempo- il Male innervato
nella Storia strappargli a morsi il sonno.
C’è tutto, o quasi il Cioran che si conosce dagli scritti
della maturità: rabbia frust(r)ante, tristezza incallita, parossismo
lancinante, improperi d’accattone, vaniloquio miserevole, disperazione
di pece, barlumi di scetticismo di già vetusto…tutto, fuorché
la premonizione della sua morte, la fine dei respiri, il gran giorno
senza domani. Che l’apolide rumeno ignorasse la propria sorte,
mi pare fuor di dubbio: come avrebbe potuto altrimenti preservare la propria
perversione metafisica per oltre quarant’anni? o ammesso che ciò
sia possibile, di quanto istinto vitale ebbe bisogno nel limitarsi a palesare
a se stesso i corrispettivi esteriori delle sue interiora purulente? Ciò
che infatti distingue queste prime (originarie) pagine da quelle che nel
tempo si affastellarono nei cassetti del suo scrittoio è unicamente
lo stile, la cifra che ogni uomo di carta invano tenta di sigillare in
parole sempre contingenti nell’alludere al Necessario. Non so se
davvero fu in una notte senza sonno che Cioran conobbe il mistero dell’Assenza…verosimile
la frustrazione che questa esperienza primordiale produsse nel giovane
studente di filosofia…inutile, pleonastico tutto ciò che
a questa seguì: da allora e per il-sempre che ognuno auspica quantomeno
diuturno, Cioran fu davvero quello che mai avrebbe voluto essere, una
negazione di un’affermazione mai proferita, o peggio ancora, succedanea
incarnazione del pensiero di se stesso.

Al culmine della disperazione non regge il confronto con gli altri
suoi scritti, vuoi perché il gergo filosofico ancora vizia l’esposizione
di un dolore per definizione letterario, vuoi perché l’autore
non conosce ancora l’effetto funereamente balsamico dell’illusione.
I paragrafi in cui si dipana l’opera sono perle ricoperte di salmastro
alla risacca di un’acribia intellettualistica opportunamente celata,
propria dei verdi (sic) anni della giovinezza…scintille di un fuoco
ingovernato destinato a lanciare fiamme algide d’ossessione. Sovente,
infatti, si ha l’impressione che la carta bruci sotto le dita, un
rosario di fiamma a scandire preghiere al contrario, ma parallelamente
a ciò- da lontano, come se la prossimità al divenire di
un sogno fosse verosimile come il sorriso dell’innocente- l’eco
stridulo delle sue parole ricorda il canto di sirene ubriache e lascive…sospesa
tra l’orgoglio di dirsi e la sventura di smentirsi la sua cifra
è autenticamente falsata dal suo autore.
Il tributo all’Amore con cui si chiede il trattato è una
vana affabulazione per chi conosce solo la consolazione del rimpianto
svilito nell’ennesimo respiro, immatura speranza nel Tempo a venire,
epilogo cartaceo di una tortura infinita.
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