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Luciano
Pagano La lettera che muore. La "letteratura" nel reticolo mediale, Gabriele Frasca, Nautilus, Meltemi Editore, 2005, pp. 360, € 25,00, www.meltemieditore.it ‘I media, tutti i media, a partire dal linguaggio, sono protesi, e le protesi, per funzionare, devono tornare (per quanto estroflesse ed evanescenti siano) a incunearsi, magari con l’ausilio stesso del “dolore”, cioè del “più potente coadiuvante della mnemotecnica”, nella carne’ (p.38). Questa affermazione, ascrivibile ad un’epoca preistorica, o localizzabile in popolazioni non evolute, tuttavia già verbali, trova riscontro nella nostra società. L’oralità ha un carattere di pervasività che è maggiore rispetto a quello della parola scritta, che presuppone un’attenzione da parte del lettore che deve ‘specchiarsi’ in un testo per riprodurre dentro sé un discorso. Il lettore, in quel momento è mezzo di trasmissione molto più che la pagina che contiene le parole. La nascita della scrittura, una volta uscita dalla cerchia ristretta di sacerdoti e scribi, una volta resa democratica, avviene all’insegna della ‘parassitosi’ della lettera scritta nei confronti della lettera orale. La lettura si pone inizialmente come lettura ad alta voce, come ‘dettato’; esiste una stretta connessione tra verbi che descrivono l’atto del leggere, in greco e in latino, e verbi che hanno a che fare con il ‘dire la legge’, tramandare. Accadrà con l’apostolato/epistolato di San Paolo - mi si passi il secondo termine che nel saggio non viene utilizzato, per tradurre questa dicotomia – che la lettera, l’espistola, diverrà il veicolo di trasmissione del verbo. Nelle intenzioni di San Paolo, come scrive Gabriele Frasca, per attuare un fenomeno di trasmissione/recitazione in pubblico del messaggio, l’epistola è intesa come spartito (con assonanze, ritmi, ritornello) orchestrato e adibito per essere detto in pubblico, con un meccanismo ‘radiofonico’. Infatti le epistole circolarono in un periodo immediatamente precedente alla stesura dei Sinottici, di conseguenza in esse era il messaggio originario. Tuttavia è avvenuto che le epistole – interessante questo passaggio del testo di Frasca – nel tempo hanno perduto questa loro funzione ‘teatrale’, di supporto ad un messaggio che andava comunicato ‘dal vivo’ e si sono cristallizzate, viene in mente di dire, in una ‘liturgia della parola’. Frasca sintetizza questo passaggio come passaggio alla Religione del Libro. Un fenomeno che la vividezza e la contemporaneità delle epistole in contrapposizione alla Torah, cercarono di risolvere. Le Religioni del Libro:procedono piuttosto da un impasto mediale atto a normalizzare le pratiche entusiastiche legate alla “cultura orale” (p.70). Il rapporto di Platone con la cultura
degli Aedi, quello di San Paolo nella scrittura delle epistole, atte a
‘svegliare’ dalla ‘lettera che muore’, i giudizi
contrari alla diffusione del libro individuale a mezzo della stampa tipografica,
tutti questi, in sequenza cronologica, sono momenti di frattura, transito,
passaggio traumatico da un medium a un altro, verso una trasmissione del
messaggio che diviene, di grado in grado fino ai media elettrici, sempre
più rapida, evanescente, facilmente fruibile. E’ l’atto di nascita dell’immaginario moderno, sussunto, in un’adesione volontaria, disincantata, de-identitaria e “a tempo”, da tutti gli eventuali interconnessi come forma stessa possibile, e metastabile, della vita dell’individuo” (p. 133), e ancora “Atto di nascita del romanzo moderno” (p. 136). Gabriele Frasca ripercorre le vicende
del Don Chisciotte nelle sue traduzioni fino all’Inghilterra del
XVIII secolo, traccia le influenze che quest’opera ha seminato nel
romanzo francese e in quello inglese, con risonanze nella prefazione del
Robison Crusoe. Il suo sguardo in seguito si sposta sul romanzo di Laurence
Sterne, Vita e opinioni di Tristam Shandy. E’ il momento di una
breve riflessione. Questo saggio tramite l’excursus di opere fondamentali
della letteratura, evidenzia come queste opere siano riflesso concomitante
di profondi cambiamenti dei mezzi di stampa e diffusione della parola.
Così come il Don Chisciotte si fa cartina al tornasole dell’affermazione
della stampa tipografica, così il Tristam Shandy della diffusione
di una stampa avviata a divenire un fenomeno industriale, con l’utilizzo
di quotidiani e manifesti. Viene rintracciato un legame profondo tra struttura
dell’opera e capacità di trasmissione del mezzo, dove ad
un aumento delle possibilità da un versante, ne consegue un adeguamento,
anche stilistico e strutturale, all’altro. Ci si chiede, una volta
compreso questo processo, quali saranno i mutamenti dell’opera letteraria
nell’era digitale, un discorso parallelo, per quanto riguarda i
quotidiani a stampa, si potrebbe fare con i blog, considerandoli alla
stregua di quotidiani, potenzialmente superiori sotto certi punti di vista
(diminuizione dei costi, elevato potenziale di raggiungimento del lettore).
Ecco che la letteratura in rete non sembra ancora raccogliere tutte le
sfide offerte da questo potenze mezzo, tranne per le opere dichiaratamente
e strutturalmente ‘multimediali’, che Frasca ha chiamato in
altri punti di questo saggio ‘ibridi’. Sulla rete le informazioni
possono raggiungere un grado di pervasività e descrizione del reale
talmente elevato da produrre diverse copie, stratificazioni del reale
stesso. La carta geografica (informazioni) che descrive l’impero
(mondo) è così dettagliata, la sua dimensione è quella
dell’impero stesso, la scala non è una ma molteplice e stratiforme.
In realtà, data appunto la stratificazione non unitaria ma molteplice
della rete, le ‘repliche’ del mondo, le ‘descrizioni’
sono molto più numerose di quando non sia programmabile in ogni
progetto di descrizione/narrazione del mondo (romanzo?) o di sue porzioni
“non c’è più bisogno di rileggere il mondo,
basta costruirlo in scala adeguata” (p. 149) (costruire, non riprodurre). […] il mondo immaginario nella fase pervasivamente “periodica” della cultura tipografica (cioè nella sua fase capitalistica e già massmediale) è per davvero il mondo (pp. 160-161). Siamo giunti così alle soglie
dell’era moderna. L’opera di James Joyce nelle sue espressioni
più elaborate, l’Ulisse e la Finnegans Wake, si pone a cavallo
tra due conflitti bellici. L’informazione e la ‘letteratura’
non sono oramai fenomeni puramente legati al supporto cartaceo, il mondo
è diventato a pieno titolo ‘elettrico’. Solo apparentemente,
e non a caso, con l’Ulisse sembra doversi necessariamente chiudersi
un cerchio, così come nell’Odissea si chiudeva il sipario
sul mondo degli Aedi e veniva creato il protagonista (primo) di un nuovo
modo di sentire, Ulisse, così in queste due opere di James Joyce
si assiste alla completa deflagrazione del linguaggio nel mondo e della
letteratura nell’era dell’elettricità e della completa
riproducibilità. Nell’Ulisse il quotidiano si fa romanzo,
la lettera si fa lettera dal vivo, per l’esattezza il 16 giugno
del 1904. La trasformazione è radicale, il passaggio dalla spersonalizzazione
della voce, con il grammofono, alla possibilità non solo di delocalizzarla
nello spazio e nel tempo, ma anche di frammentarla e montarla, cominciano
a rendere superfluo l’adesso dell’emittente. 2. In questo saggio sono analizzate
le conseguenze che ogni cambiamento del mezzo (tipografico, elettrico,
digitale) hanno portato alla struttura e alla genesi di alcune opere cardine
della letteratura occidentale; ci siamo anche chiesti quali cambiamenti
potrebbero essere apportati, in questo percorso, alla genesi di opere
ipoteticamente 'multimediali. Adesso ci chiediamo se il concetto stesso
di opera multimediale potrà uscire mutato dalle riflessioni de
“La lettera che muore”. La domanda, precisamente, potrebbe
essere posta in questi termini: che forma e che struttura potrebbe avere
l'opera che più delle altre rispecchia le innovazioni apportate
dall'era digitale, e più preceisamente dall'avvento delle tecnologie
di espressione della rete, nella letteratura? La risposta è che
l'opera multimediale, l'utilizzo di link tra diversi paragrafi di un'opera
tradizionale, l'inserimento di immagini, musica, suoni e altri plugin
multimediali potrebbero rendere un'immagine soddisfacente dei supporti
particolari di cui si comporrebbe quest'opera. 3. Un messaggio di speranza critica, quello di Gabriele Frasca ne “La lettera che muore”. Il reticolo mediale, l’amnio della letteratura, non sembra avere scalfito la capacità della letteratura di cor(t)ocircuitare i discorsi e le scritture, con essi la storia e la memoria; filosofi e scrittori che emergono dalla lettura (Boccaccio, Cervantes, Sterne, Flaubert, Joyce, Beckett, Adorno, Benjamin, Deleuze, Guattari) non hanno smesso di essere significativi e di comunicare, i loro testi di essere frammenti di nastro sovrapponibili e interpretabili, in un processo che, dopo la lettura di questo testo, non possiamo più soltanto credere possibile ‘nonostante tutto’, senza il dubbio plausibile che si possa trattare di un ultimo colpo di coda, il testo di Frasca è trasmesso nella forma tradizionale del libro e al termine della lettura non sappiamo se continuare a fidarci o se questa sensazione residua di dubbio non costituisca l’esito migliore di questa lettura. |
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