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Stefano Donno
Terra Nera, Giuse Alemanno
Giuse
Alemanno, Terra Nera, romanzo perfido e paradossale di cafone e d'anarchia,
Stampa Alternativa, Margini, 2005, pp. 144, € 7,00
Giuse
Alemanno oltre ad aver pubblicato un suo racconto sul Corriere della Sera
(Premio Nuovi Talenti 1998 con presidente di giuria Dacia Maraini), ha collaborato
con alcune testate di caratura nazionale come Liberamente o Viaggia l’Italia
della Amighetti editore di Parma, aderendo attivamente a numerose antologie
con diversi suoi contributi in prosa. Dopo il successo della raccolta Racconti
Lupi (1998) per i tipi di Filo editore di Manduria ( che tra l’altro
ha avuto la curiosa sorte di essere recensito televisivamente da un’emittente
lombarda (TeleBoario), nel 2001 si propone sempre per la stessa casa editrice
con una seconda raccolta di racconti brevi dal titolo Solitari, un percorso
che scandaglia l’abisso di una umanità brutalmente grottesca,
sconfitta, mutilata da qualsiasi speranza circa un possibile, quanto improbabile
riscatto in una dimensione della quotidianità alienante e stritolante.
Il suo codice linguistico, soprattutto in Solitari, ha da sempre rivelato
una certa crudezza quasi cannibalica, molto “sangue e merda”,
come avrebbe detto Thomas Prostata, lo scrittore pulp pure troppo, esordiente
qualche anno fa su Mediaset nella trasmissione Mai dire Gol! Prendiamo ad
esempio alcuni passi di Solitari. Nel racconto Brutta gente si può
leggere a pag. 5: “ (…) Dentro le case della brutta gente tutto
è inutile. Anche i libri sono vani, che la cultura è truffa.
Non c’è suono nei posti della brutta gente. Bestemmia è
bandiera. Chi prende coscienza sputa in faccia a Dio”; oppure in l’Agnello
a pag. 45: “ Massara Gregoria era inginocchiata, come quando prendeva
la Comunione a Pasqua e Natale, ma non era l’Eucarestia che prendeva
in bocca. La verga di Don Titta appariva e scompariva tra le labbra di Massara
Gregoria”. Ha scritto dell’autore, Aldo Busi: “ Alemanno
ha molta stoffa da cucire e conosce bene il tessuto sociale che esplora,
e sono pochi gli aspiranti scrittori del Sud che non sfuggono verso una
metafisica della metafora che rende obsoleto e insignificante tutto ciò
che scrivono; Alemanno ha la pazienza e la bravura di parlare di ciò
che conosce realmente”. Oggi Giuse Alemanno esordisce con il suo primo
romanzo per i tipi di Stampa Alternativa, dal titolo Terra Nera, romanzo
perfido e paradossale di cafoni e d’anarchia. Per 142 pagine Alemanno
sembra voler dare al lettore in merito alle vicende contenute nel suo libro,
delle coordinate cromo-semantiche fondamentalmente individuabili nel bianco
dello sperma e nel rosso del sangue. Colori legati rispettivamente ad una
dimensione del corpo e della sua stretta fenomenologia, su di un livello
strettamente organico. Ed è il sangue a fare da padrone quando scorre
copioso tra le gambe di Annina il giorno in cui diventa donna. Uno scorrere
anomalo, tanto da indurre i genitori della fanciulla, Pasquale e Graziella,
a chiamare Rosetta delle pezze, la mammana così chiamata o maciara
( la strega del contado), che diagnostica alla giovincella una malsana e
ossessiva ninfomania, guaribile solo con l’intervento del prano-sverginatore
, Zio Peppe. E ‘ Nino a raccontare le vicende del romanzo, figlio
di Annina, nato anni dopo la consacrazione al sesso della madre. La donna,
sovrana incontrastata del suo corpo e delle pulsioni sessuali ad esso connesse,
si concede a don Aldo Fucciano, latifondista che dà lavoro al marito,
il quale morirà per l’umiliazione, dopo aver scoperto le trastule
tra la moglie e il suo datore di lavoro. Nino non solo vendicherà
il padre uccidendo Don Aldo, facendola per giunta franca, ma entrerà
nelle grazie del fratello del defunto, Don Totò Fucciano, che lo
farà suo pupillo e lo manderà a studiare dal professore Fontanile.
Alemanno ha la capacità di coinvolgere il lettore, offrendogli in
bella posa una serie di situazioni e personaggi che rivelano come l’autore
di Terra Nera sia abilmente in grado di rendere senza troppi fronzoli una
realtà ai margini della quale ne ha assaporato i miasmi. Ad esempio
Costantina rappresenta una personaggio dalla incredibile carica sessuale
non esente da un certo appetito selvaggio e bestiale, amante già
del padre di Nino, e bramosa nel voler sostituire il defunto con il figlio.
Bruttacapa, agitprop anarchico, che vede in Nino le qualità del sovversivo,
così viene ritratto a pag. 69 del volume: “ Bruttacapa è
la più brutta specie di politicante, uno che non crede in nessuna
cosa, un pericoloso tentatore che è capace di far intendere che Cristo
non è Cristo a quei cafoni ignoranti, Bruttacapa è un anarchico”.
E Bruttacapa è uno che di anarchia se ne intende, uno di quelli che
sicuramente hanno letto i sacri libri di un Bakunin, portandosi in tasca
passo dopo passo, nella sua vita di lotta e clandestinità, l’invito
agli ideali anarchici di Petr Kropotkin nel suo “L’Anarchia.
La sua filosofia e il suo ideale”. Si può leggere a pag. 77:
“ … io non faccio il professore d’anarchia e non vengo
a farvi un corso d’anarchia. Non sono qui per creare anarchici. Voglio
solo farvi riflettere. Gli anarchici sono contro il governo e vogliono abbatterlo.
Il governo d’oggi come quello di ieri e quello di domani. Il governo
emana dai proprietari, ha bisogno per sostenersi dell’appoggio dei
proprietari, i suoi membri sono essi stessi dei proprietari ; come potrebbe
fare gli interessi dei lavoratori? Eppoi come potrebbe un governo risolvere
la questione sociale? Questa dipende da cause generali che non possono essere
risolte da un governo e che, anzi, determinano esse stesse la natura e l’indirizzo
del governo. Per risolvere la questione sociale occorre cambiare radicalmente
tutto il sistema che il governo ha invece missione di difendere. Per risolvere
la questione sociale ci vuole la rivoluzione”.
Ma una rivoluzione per farla, non necessita solo di ideali, e parole, leggere
come un soffio di vento, incomprensibili per chi è abituato ad avere
le ossa rotte di stanchezza, a non godere di giorni di festa, di domeniche,
di una risata allegra. E se non c’è allegria, se il desiderio
di vivere viene ad essere soffocato dall’indolenza dolce e melense
delle immagini da mercato spettacolare, nei centri commerciali oggi, o dalla
difesa strenua della roba, ieri, con la legge biblica del perché
un domani non si sa mai, come allora parlare di rivoluzione, a chi si può
parlare di rivoluzione, come far passare un concetto così emancipativo,
e soprattutto chi lo può accogliere, quando la cultura, si scava
una fossa con le sue mani, diventando intrattenimento da salotto televisivo,
e alcuni libri di narrativa oggi, si misurano con il saper raccontare la
merda di questo o di quel periodo storico. Come parlare di una rivoluzione,
che forse sarebbe necessaria ripensarla nei termini di un sollevare la gente
dalle barbarie della sopravvivenza, dandogli più controllo sulla
gestione dei tempi di produzione creativi e sulle dinamiche di accesso libero
al proprio corpo, quando l’idiozia della pubblica istruzione ad esempio,
scimmiotta la preparazione tecnicistica d’oltreoceano (necessaria
senza ombra di dubbio ma qualcosa la trascurerà sicuramente) del
vero/falso, dimenticandosi tutte le meravigliose sfumature di un sapere
dialettico, critico, discussivo, aperto. E soprattutto, come accennare ad
un concetto dai mille barbagli come quello di rivoluzione, per ritornare
al romanzo in questione, quando l’orizzonte dell’esistenza viene
ad essere così spietatamente percepito da un popolo di cafoni (per
utilizzare lo stesso lessico di Alemanno), a cui questa parola sembra contenere
la stessa virulenza della peste: “ (…) Il nostro sole è
un martello che spezza l’osso frontale del cranio. Il nostro sole
è fatto d’acciaio. Lavorare in campagna sotto il sole è
una forma consentita di suicidio. I padroni per questo pagano pure. Quattro
soldi. Quei quattro soldi che ingannano, sembra facciano vivere, invece
lastricano la strada per l’inferno dei cafoni. E le donne dei cafoni
sono la riserva di caccia dei padroni. E tutto è così. Tutto
è sempre è così.” (pag. 104). Questa immobilità,
questo universo cavo delineato in poche righe, dove l’energia sembra
scomparire definitivamente e oblio e oscurità la fanno da sovrani,
non può che far vagamente ritornare alla mente, solo per un flash
istantaneo, il Vuoto Primigeno abitato da divinità cieche e idiote,
che Lovecraft ha narrato nei suoi cicli di Cthulhu. Un paragone forse non
tanto azzardato, perché la cecità e l’idiozia, si insinuano
subdolamente quando le strade sono senza uscita, quando occorre ingoiare
troppi rospi pur di continuare a campare e di andare avanti, quando fai
appello a tutte le tue forze per non farti schiacciare da quel pensare alle
cose serie della vita, che sempre dev’essere sacrificio e solo sacrificio,
e figuriamoci poi se qualcuno parla di rivoluzione … sarebbe solo
da guardare in cagnesco. E già! Chi lo porta poi il pane a tavola
…: “ I cafoni vogliono sempre uno che comanda. Ne hanno bisogno.
Senza si sentono persi. Non sanno che fare. Quando un cafone è confuso
emerge la sua vera natura di cafone. Il cafone vuole solo essere pagato
per il lavoro che fa. Il cafone non è in grado di assumersi responsabilità.
Non ne vuole. Vuole solo essere irreggimentato, pagato e lasciato al suo
eterno, inevitabile destino di cafone. I cafoni quando non faticano si accoppiano
spesso, come gli animali. Ecco perché i cafoni mi fanno schifo. I
cafoni non fanno parte del genere umano. I cafoni sono delle bestie.”
(pag.130).
Ogni singolo personaggio del romanzo sembra venir travolto da uno spasmodico
desiderio di liberarsi istericamente dei propri appetiti sessuali, senza
minimamente curarsi delle convenzioni proto-civili di un gruppo comunitario
rurale. Zio Peppe, a metà strada tra santone e guru tantrico agreste,
dotato del buon senso di un infame, si fa ripagare delle sue consulenze
scegliendo gli orifizi delle malcapitate in cui svuotarsi, giusto quando
il denaro non attuasse quelle debite condizioni per poter saldare decorosamente
i debiti. E quale migliore dimostrazione di bestialità da parte di
un uomo di cultura e di scienza, come il dottor Buccolieri quando sottopone
a visita ginecologica la giovane Annina. Il medico verificando le condizioni
di integrità anale della fanciulla, dopo quelle vaginali ovviamente,
asseconda con il dito infilato nell’orifizio della fanciulla, i ritmici
movimenti del bacino della stessa, perdendo ogni dignità professionale
per quell’inaspettata manna di cedevolezza lubrica. Di spunti di riflessione
questo lavoro di Alemanno ne potrebbe dare a bizzeffe, e di sicuro non è
sufficiente fermarsi ad una lettura che computi i riferimenti di genere
letterario come, per citarne uno, il Verismo verghiano, né tanto
meno quell’altro aspetto del sapere, l’antropologia, che farebbe
calzare ad hoc il linkaggio ad una Terra del Rimorso di De Martino. Terra
Nera, si mostra come un lavoro ben fatto, organicamente strutturato sul
piano dell’intreccio, e bilanciato circa la gestione simmetrica dei
dialoghi. Da questo momento in poi da Alemanno ci si potrà aspettare
qualcosa di veramente buono! |