 Stefano
Donno
"La lanterna del filosofo" di Guido
Ceronetti
Guido Ceronetti, La lanterna
del filosofo, Adelphi, 2005, pp. 192
Lungo le vie della città, quelle che disegnano
lo spazio delle relazioni urbane, seguendo precise meccaniche configurazionali
di molteplici flussi informativi fantasma che raccolgono, inghiottendole,
storie che puoi più che altro immaginare, ti ritrovi a osservare
per pochi istanti, frazioni di secondo forse, particolari che solo con una
discreta dose di attenzione non perdi per strada. E così ti collochi
all’improvviso nella condizione ideale di essere raccontato da una
ruga, uno sbatter di ciglia, uno sguardo intenso schiacciato sotto le macerie
di un cielo estivo. Affannarsi a comprendere che cos’è che
non va nel mondo, qual è il veleno che circola nelle vene di tutti
tanto da scolorirne la pelle, da far perder la gioia di afferrare una mano
come segno di partecipata con-presenza, di aprirsi a un sorriso, ad un incauto
donarsi nei potenzialmente sconfinati perimetri di uno spazio esistenziale
che si apre sull’orizzonte della fiducia nel prossimo, giocare il
tutto per tutto prima di scegliere i sentieri impervi, difficili, oscuri,
dell’Ombra, sentirsi obbligati, non come infervorati da un dogma di
fede ma da un trovare necessario l’essere e il divenire nella storia
di ogni giorno agente morale, a reperire quel coraggio necessario nell’affrontare
il delicato compito di gestione della massa critica dell’Indifferenza,
insomma tentare di avvicinarsi al nocciolo della questione continuando
a porsi degli interrogativi, e compito più difficile, tentando di
risolverli. Non quelli sclerotizzatti e museificati del chi siamo, da dove
veniamo, dove stiamo andando, giusto per non correre il rischio di divenire
protagonisti grotteschi di una mediocre rappresentazione teatrale della
vita che ci consuma istante dopo istante, giorno dopo giorno e per di più
(oltre il danno la beffa!) di pessimo livello e gusto. E di consunzione
parliamo, ogni qualvolta ci guardiamo allo specchio! Certo, dobbiamo pure
in qualche modo sopravvivere, qualcuno il pane deve portarlo in tavola!
E come se non con il sudore della fronte, e come se non rinunciando a passare
più tempo con i propri figli, (l’aumento delle ore lavorative
giornaliere ha disintegrato la possibilità del dialogo all’interno
del micro-sistema familiare, dando spazio ad un nuovo corso nella storia
della pedagogia che ha trovato più efficaci strumenti educativi e
di costrizione psico-fisica per l’infanzia, nella figura imponente
del Silenzio ludico iper-teconologico : Microsoft, Sony, Nintendo) o facendo
a meno di leggere un buon libro, o di gustare un tramonto, o una cena romantica
in due, o ascoltando della musica facendosi rapire dalle folli traiettorie
direzionali delle note, emozionalmente consustanziali alla nostra sensibilità,
o ancora semplicemente rinunciando a parlarsi, a fermarsi, a rispondersi.
Possiamo dircelo francamente, senza tirare in ballo Foucault e la sua sintassi
analitica e pratica circa i modi del Potere di incasellare, controllare,
misurare, addestrare gli individui, assoggettandone i corpi, e prosciugandoli
delle loro forze (vedi Sorvegliare e Punire)! Luther Blissett prima e Wu
Ming poi ad esempio in letteratura (solo in essa?) con il riflettere sulla
categoria del condividuo hanno aperto una breccia nel sistema di controllo
sociale, la prima fase di un progetto di gioia e libertà ancora più
ampio e tuttora in progress, proprio a partire dal corpo e da tutto ciò
che ad esso attiene rizomaticamente (la riconoscibilità identitaria
come strumento di controllo e repressione consegnato nelle mani del Grande
Fratello o del Pizzardone Astratto come lo si voglia definire!). In verità,
in tanti, tantissimi sono a corto di energie, e presto moriranno dissanguati.
L’aspetto fondamentale di tutto un apparato comunitario gestito e
fondato su ideali da porcile, è che ha fatto in modo di far cadere
nei sottoscala dell’esistenza, l’attaccamento alla vita, alla
paura, all’orrore degli sbagli, all’insulto, al crimine, al
dissenso, all’impegno, al disimpegno. In una parola non ci facciamo
più domande, perché non siamo in grado di reggere la devastante
deflagrazione di un ordigno paragonabile solo per gli effetti, ad un’arma
di distruzione di massa che corrisponde a un solo nome: Verità! Chi
si assume l’onere di intraprendere il viaggio alla Sua ricerca, dovrà
essere dotato di così tanto amore per la conoscenza, da avere non
solo un endoscheletro in adamianto, ma la possibilità di trasformare
la sua superficie dermica in acciaio organico. Ed ecco perché non
poteva sfuggire, come bussola in questo contemporaneo regno del caos, il
libro di Guido Cernetti, La lanterna del filosofo, pubblicato da Adelphi,
che negli ultimi trent’anni ha pubblicato alcuni dei libri più
importanti di quest’autore, nonché tutte le sue versioni dei
libri biblici e molte traduzioni poetiche, fra cui nel 2004, un volumetto
di poesie di Costantino Kavafis, Un’ombra fuggitiva di piacere. Ceronetti
apre quest’opera, (che raccoglie tra le altre suggestioni interventi
dagli anni ’70 agli anni ’90, tra scritti critici e saggi prefattivi)
con un “Ricordaci, Filosofia”, invito esplicito ad un gioco
variabile di risorgimenti epigonali, prologo per la Costruzione del Nuovo
Soggetto in viaggio a pag. 13 e 14 : “ Ora che il mondo dei non-viventi
e dei male-viventi, in un delirio di conoscenze e di onniscienza inseparabili
dalla sua condanna alla polvere e all’espiazione ti ha espulsa, buttata
fuori dalla casa della coscienza e ti ha costretta a rifugiarti non si sa
dove, in luoghi rivelati, perché determinato ad adorare e a servire
soltanto degli idoli che hanno radici tra oscuri dannati – ricordaci,
filosofia”. Quest’amore per il sapere nel corso del suo dispiegarsi
storico, che tanti lutti addusse a noi comuni mortali, talvolta ha infervorato
anime, cuori e intelletti di innumerevoli fanatici del pensiero, grandi
assassini della ricerca speculativa che hanno sentito il crimine teoretico
come pura Necessità, per tanta forza di pensiero. E in carrelata,
scopriamo gli scheletri nell’armadio di uno Spinoza, l’assassino
par excellence della libertà umana, tanto è perfetto more
geometrico il regno di Dio in terra; o la suprema volontà di malattia
di quel vampiro di Schopenahuer disposto a non propagare il proprio seme
nel futuro della sua discendenza, proprio perché ineluttabilmente
sentiva l’intima predisposizione a succhiare il sangue come azione
catartica e narcotica alla sua incapacità di stare dritto sulla schiena;
e perché no, dulcis in fundo, ci mettiamo in mezzo anche Lutero,
un S. Francesco dai titillamenti demoniaci, prodigo e amorevole verso quelle
creature di Satana, come i poveri licantropi (Lutero e il lupo, pag. 128).
La storia del pensiero come gigantesco contenitore fognario ripieno di merda!
E dopo tante illusioni, dopo aver vissuto per tanti anni incatenati in una
caverna, avendo pagato, il biglietto per questo immondo teatrino delle ombre,
dopo tanti anni passati a dire il rosario davanti al falò della Vanagloria
e dell’Autocommiserazione, potrebbe pur uscire un motto di stizza,
un rimbrotto senza alcuna traccia di acrimonia, certo, per questa sfigata
razza umana, proprio come Goya quando commentava il suo 58° Capricho:
“ Chi viva tra gli uomini sarà fottuto irrimediabilmente; se
vuole evitarlo dovrà andarsene ad abitare sui monti e anche quando
sarà, là conoscerà che il vivere è solo una
fottitura” (pag.48). Ma come è possibile allora trovare il
proprio centro, quella calma piatta nell’occhio del ciclone, se neanche
nell’impero della Filosofia, dove nugoli di arpie si agitano tra i
buoni propositi della collettività, regna la quiete? Potrebbe allora,
ci dice sottovoce Ceronetti, venirci in aiuto la Poesia, con quel suo fare
incantatore, così letale nell’illudere (altro che velo di Maya),
nel promettere paradisi fiscali sui sensi di colpa di tanti poeti e poetesse
che con la loro testa cinta di alloro e la cetra, lucidano piuttosto lapidi
e celebrano altri poeti oramai scomparsi, preparandogli l’altarino,
dal momento che più a fondo stanno scavando, mai stanchi, grandi
fosse comuni della Memoria. No! Nemmeno la Poesia, può assurgere
al ruolo di machine de guerre contro le forze del Male. “ Perché
non valgono niente, i poeti, più niente? La malattia è profonda,
viene di lontano. Non è soltanto il loro numero insensato: fossero
anche tre o quattro in tutto, che cosa cambierebbe nel Disvalore? Neanche
la lingua c’entra molto: la spossata vacca Italia ha i capezzoli della
lingua morti; mungiamo artificialmente; parole fumano da uno schermo; scambi
di rimozioni di ogni vero, i nostri dialoghi: « Oh come stai?».
« Ti vedo bene sai?». « Mi separo da mia moglie».”
“ La poca umanità degli autori non è il solo responsabile.
A volte, di umanità ce n’è, e anche molta; è
il bavaglio occulto che è insormontabile. Ci vorrebbe dell’urlo
– ma che urlo! Non sarebbe neppure più poesia … No, neanche
l’urlo sfugge al bavaglio … Eppure avremmo bisogno di sentire,
attraverso la città, l’urlo di qualcuno che interpretasse le
pene di tutti, invece che i clacson inferociti e le sirene della forza e
del soccorso materiale” (pgg. 55 – 57,58). E non può
che essere questa la malattia succhiasangue, la stessa ammorbante l’intero
genere umano: il mercato, quello delle grandi corporation, della pubblicità,
la macchina macina neuroni del merchandising, a ogni costo, senza se e senza
ma, del possesso senza limiti e decoro, del feticismo delle lamiere cromate
e dei motori potenti!

“
L’economia rateale riesce a collocare il demente al suo posto di
lotta prima che abbia messo da parte il denaro per conquistarselo. Pagando
una sola rata, qualunque tristissimo prodotto uterino entra legalmente
in possesso di un involucro omicida che può lanciare dove vuole,
contro chi capita; adoperare come feritoia o catapulta, spavento di deboli,
deposito di droga o di fucili, letto da stupro. Ogni macchina senza occupanti
può significare una trappola di superiore efficacia: riempita di
esplosivo col congegno a tempo, all’angolo di una strada, davanti
a un caffè, a un teatro, a un grande emporio, aspetta l’ora
migliore, in cui la folla è più fitta, per far vedere di
che cosa è capace l’idealismo umano” (pag.66). Non
sfugge il riferimento colto alla filosofia del feticismo da carrozzeria
di Ballard e il suo Crash. Ma allora non c’è proprio niente
da fare! Dobbiamo aspettare immobili la fine del mondo o la guerra dei
mondi che verrà, forse sentiamo come necessaria nella circolazione
oceanica della Storia, quella Terza Guerra Mondiale che si combatterà
con le clave come diceva Einstein? La premonizione, perché di premonizione
e non riflessione si tratta (vissuta in stato di trance) quando Hobbes,
sentiva vicino, secondo i tempi della teologia cristiana un semplice sbatter
d’ali, l’inverarsi del Leviatano, del Super Stato-Corpo …
il mondo delle multinazionali odierno nello star system del mercato spettacolare
a ragione può chiamarsi Leviatano! Dovremmo forse passare intere
giornate a flagellarci, recitando a cantilena i passi dell’Apocalisse
di Giovanni? Ad una prima lettura di questo volume di Ceronetti, ci si
sente un po’ preda di certi malumori, sgocciolamenti psicotici inevitabili
per chi vive o cerca di vivere oggi, e alla fine quasi vorresti farti
venire un sorriso sardonico alla Stirner, perché hai scovato la
tana di un nichilista della porta accanto, di quelli peggiori, quelli
che hanno nel DNA il distruggere per distruggere. Ma non sarebbe onesto,
soprattutto perché Ceronetti consegna nelle mani del lettore non
solo una particolarissima lucidità dolorosa di uno sguardo che
coglie fino in fondo l’insensatezza e il ciarpame del quotidiano,
ma anche una indiscutibile ricetta di lotta, non antidoto perché
ci potrebbero sempre essere degli effetti collaterali indesiderati, e
per essere ancora più obiettivi un kit di sopravvivenza, quando
scrive: “Il tango, il tango, il tango, ci dà la certezza
che la coppia umana esclusivamente di amanti ( di amanti senza ombra di
famiglia) è iscritta nell’esistenza, che il suo modello ideale
pre-esiste a tutto e che su questa terra tale Idea si è fatta,
tra abissi di solitudine e di dolore, carne-carne che canta, singhiozza
e vola. Come uomo solitario sei fango, ma coppia sei tango” (pag.121).
Ed anche se per qualcuno può non essere tango, ma jazz, blues,
heavy metal, l’invito all’ascolto, o al saper ascoltare l’altro,
è manifesto, chiaro, cristallino, perché dal recupero della
capacità di ascolto a partire da una coppia, per poi ad arrivare
alla comunità di un paese, di una città, di una metropoli,
di una nazione, di un continente, parlare e saper ascoltare insieme, riflettere,
sentirsi partecipi di un momento orizzontale di costruzione della democrazia
(ce n’è poca in giro) in cui i disagi della vecchietta che
vive accanto a me, non mi riguardano! Maledetto imperativo categorico
del Dividi e Comanda! Comunque, un libro non solo da leggere e da meditarci
in più di qualche occasione, ma un piccolo promemoria da portare
ovunque con sé, come una bussola … state certi che non smarrirete
mai più la strada!
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