Vito Antonio Conte

Trentanni dopo...
un contributo (ancora) “diverso”,
su "Un paese di temporali e di primule"

Pier Paolo Pasolini, Un paese di temporali e di primule, Guanda, 1993

Pier Paolo Pasolini a GradoDi Pasolini (Pier Paolo, Bologna 1922, Roma 1975) uomo, poeta, scrittore e regista cinematografico è stato detto, scritto, recitato e (comunque) messo in scena tanto, moltissimo e, spesso, bene.
Sulla sua (incredibile) vita e sulla sua multiforme attività artistica sono state create molteplici appassionate opere.
Di contaminazione in contaminazione.
E questo mi interessa.
Perché la sua vita si è snodata sulla via della continua ricerca, della incessante sperimentazione, del sempre nuovo confrontarsi con temi ed altri artisti, partendo ogni volta dai vicoli più degradati dei luoghi e dell'animo umano, spesso scontrandosi con la cultura e la politica bigotte del suo tempo, ma anche intessendo una rete di rapporti liberi ed autentici nel segno del possibile mutamento di schemi e canoni (artistici e non) di una società per molti aspetti sclerotizzata e, perciò stesso, cieca al divenire.
Dell'infinita mole di <intrecci culturali>, relazioni e conflitti personali, di cui la storia di Pasolini è fatta, mi piace cennare.

Intanto, non posso prescindere dall'evidenziare il fervore e la passione culturale che hanno permeato ogni suo agire. Del suo impegno e delle sue collaborazioni letterarie. Ricordo il suo contributo alla rivista d'arte e di letteratura “Paragone”; la fondazione della rivista letteraria “Officina” insieme a Francesco Leonetti e a Roberto Roversi (Bologna 1955), la cui pubblicazione si protrasse sino al 1959, anno in cui cessò l'attività anche per lo scandalo destato dai suoi versi “A un papa” invettiva politica-poetica contro Pio XII; la collaborazione alla rivista letteraria “Il Menabò” (voluta nel 1959 da Elio Vittorini e Italo Calvino), che accolse diversi testi di Pasolini; la direzione della seconda serie della rivista culturale “Nuovi Argomenti” insieme ad Alberto Carocci ed Alberto Moravia.
Pasolini segnò indelebilmente queste riviste con i suoi interventi, lui che sulle riviste (“Primato”, “Prospettive”, “Frontespizio”) aveva iniziato la sua formazione culturale.
E, ancora, mi piace rammentare l'intensa attività e produzione cinematografica di Pasolini, dopo aver definito una peculiarità che per lui aveva questa particolare forma di espressione artistica e cioè quella di possedere una lingua (lo <scritto>) che coincide con la realtà stessa della vita individuale (l'<orale>), che lo ha visto innovare profondamente e, comunque, incidere in maniera determinante sul modo di far cinema, sino alla contestazione ed al boicottaggio, insieme ad altri registi ed artisti, della Biennale di Venezia (correva l'anno 1968!), manifestazione ritenuta priva ormai di autentica vivacità culturale perchè chiusa ai fermenti politici e culturali esterni.
Infiniti i suoi rapporti con registi, sceneggiatori, attori e attrici del suo tempo, divenuti immortali per ciò che hanno realizzato... dai registi Giuseppe e Bernardo Bertolucci (figli del poeta Attilio), a Mauro Bolognini, a Massimo Castri, a Marco Tullio Giordana (che, nel 1995, dirigerà “Pasolini un delitto italiano”), a Vittorio De Seta (per il quale il cinema era soprattutto strumento di indagine sociale), agli sceneggiatori Sandro Petraglia, Vincenzo Cerami (anche scrittore), agli scenografi Dante Ferretti e Danilo Donati, agli attori ed attrici... che, senza far torto a nessuno (come per quelli non menzionati prima), amo ricordare nelle persone di Silvana Mangano (intramontabile), Antonio Neiwiller, Vittorio Gassman (“Affabulazione”, 1984), Ugo Tognazzi (“Porcile”, 1969), Jean Pierre Leaud (ibidem), la superba e mai raggiunta Anna Magnani (“Mamma Roma”, 1962), Adriana Asti... E, poi, come non ricordare Carmelo Bene (“Edipo Re”, 1967), nella cui trasposizione cinematografica il mito della tragedia di Sofocle rimane scolpito in maniera unica (nonostante tante e anche geniali versioni teatrali e non solo). O il grande Totò, che Pasolini volle in “Uccellacci uccellini” (1967) e negli episodi “La terra vista dalla luna” (1967) e “Che cosa sono le nuvole” (1968). Sino alla divina Maria Callas (“Medea”, 1970) e all'ex imbianchino Sergio Citti, con cui Pasolini ebbe un sodalizio come consulente linguistico dialettale romanesco... a Laura Betti (pseudonimo di Laura Trombetti, poliedrica figura di artista che debuttò come cantante jazz e dopo alcune esperienze nel cabaret con Walter Chiari e in recital di canzoni su adattamenti di scritti di Buzzati, Calvino, Fortini, passò al teatro e, poi, al cinema), legata a Pier Paolo Pasolini da profonda amicizia, da cui fu diretta in “Orgia e Teorema” (1968) e per lui, nel 2001, diresse il film “Pier Paolo Pasolini, la ragione di un sogno” nel quale si può leggere una sorta di ritratto dell'artista e dell'uomo Pasolini e dei suoi conflitti politici, sociali ed esistenziali (come non ricordare anche tra quelli artistici, di cui sopra ho fatto cenno, il film “La ricotta” oggetto di censura nel 1963).
E i musicisti Ennio Morricone e Nicola Piovani...
E gli scrittori e poeti, da Alda Merini e Elsa Morante a Dario Bellezza, del quale è il caso di rammentare “La morte di Pasolini”, 1981, per non dire d'altri ancora...
Non ho citato a caso Citti e De Seta, ma per tornare a parlare di una questione che mi interessa e intorno alla quale ha lavorato a lungo Pasolini e cioè l'importanza del dialetto come lingua altra.
Pasolini riteneva il dialetto parola originaria e incontaminata, (anche e soprattutto) a lui si deve la riscoperta e lo spirare di un nuovo vento nello studio delle tradizioni dialettali italiane.
In proposito, è noto l'impiego che Pasolini fece del dialetto nei due romanzi romaneschi “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”, ma anche in tante delle sue opere cinematografiche.
Prima ancora, l'amore di Pasolini per il dialetto è rintracciabile nella sua attività di poeta e, in particolare, nel giovane Pasolini di “Poesie a Casarsa” (1942, poi confluite nella raccolta poetica “La meglio gioventù”, 1954, a sua volta confluita nella raccolta “La nuova gioventù”), dove l'uso del friulano segna una sorta di continuum con certa tradizione letteraria colta del sei-settecento, che aveva elevato a lingua questo dialetto ladino evidenziandone le peculiarità proprie risiedenti in una maggiore frammentazione dialettale rispetto agli altri dialetti di ceppo ladino, ma connotati da una koiné sovramunicipale dovuta all'esistenza di una tradizione scritta.
Il suo interesse per le questioni linguistiche e l'ambizione di sentire ancora girare nell'aria l'antico spirito delle parlate romanze culminerà poi nel libro “Passione e ideologia”.
Del Pasolini di Casarsa cercherò di dire.
Posso parlarne, invero, soltanto pensando alla mia terra di gialli e di azzurri in contrasto col paese che lui, forse, eccettuata la prima esperienza bolognese (“Bella e dolce Bologna...”), ha amato di più e che, nel contempo, ha segnato un altro distacco, come una profonda ferita: Casarsa, “UN PAESE DI TEMPORALI E DI PRIMULE”.
Il libro, pubblicato nel 1993 da Ugo Guanda (editore in Parma), a cura di Nico Naldini, che intorno e dentro il mondo pasoliniano ha speso larga parte della sua attività letteraria, contiene scritti di Pier Paolo Pasolini risalenti al periodo tra il 1945 ed il 1951, tra cui alcuni inediti ed altri già apparsi in riviste e fogli poetici. Casarsa (paese natale della madre), la terra friulana, con le montagne della Carnia, il corso del Tagliamento, i laghetti, la piana sino al mare e le sue genti hanno segnato il giovane Pasolini, rendendogli un lungo momento di levità e di gioia pura e forgiando nella sua carne e nella sua anima quelle note che ne avrebbero poi accompagnato il tempestoso e drammatico cammino negli anni a venire e, specialmente, in quelli romani, esitato nella tragica, assurda e tutt'ora nebulosa fine, nonostante il caso giudiziario (di cui si è tornato a parlare quest'anno) che potrebbe disvelare nuovi scenari... maldestramente e tristemente celati a suo tempo...
Ma questo è un altro dire e se altra luce c'è, come è apparso sin da subito, è bene che emerga sul massacro (non solo materiale, evidentemente), a suo tempo, compiuto!
Il libro, dopo una lucida, approfondita ed appassionata introduzione di Nico Naldini, si compone di quattro parti. Nella prima sono raccolte prose e racconti brevi. Nella seconda troviamo scritti in friulano. Collegata a questa è la terza parte in cui Pasolini affronta le tematiche dell'autonomia regionale, impensabile senza una coscienza linguistica e culturale. L'ultima parte del libro raccoglie i versi che evocano il suo vissuto come insegnante a Valvasone.
Sono pagine bellissime che disvelano una vita felice, vissuta pienamente, senza riserve fisiche, né mentali, dense di straordinaria umanità, di pensieri già ben delineati e lungimiranti, che contengono i semi della futura attività artistica di Pasolini, ma, come detto, pervase di leggerezza anche nell'affrontare i temi più difficili e le problematiche politicamente e socialmente più ostiche, pur nella cupezza personale di talune prime esperienze erotiche.
Sono pagine che lasciano scorrere il paesaggio e le voci, con una generosità di narrazione sempre attenta agli altri (Presentazione dell'ultimo <<Stroligùt>>).
Sono pagine di auspicio e (sensazioni già immagazzinate nella carne come) di ricordi, “Nell'aria spogliata, ormai gelida in qualche ora, la casa risuonava di voci spiegate o scontente, di frasi rimandate dagli stanzoni della cantina ai solai pieni di mucchi ranciati di granoturco, di foglie di tabacco appese ai fili di ferro, di pomi allineati nei graticci dei bachi e uva distesa ad appassire”.
Sono pagine oniriche... sospese tra la realtà e il desiderio, “Sono tare, che, come la morte, dovrebbero dare un dolore (o uno scetticismo) definitivo; e invece tutto questo non mi ha impedito di svagarmi ai fuochi che strepitavano astrusi sulle teste dei contadini vestiti a festa, o di essere felice più tardi, andando alla volta di Versuta, nel pallore della notte, mentre certo i festoni di Runcis continuavano a imbeversi di cosmico silenzio, sotto i balconi delle case dove dormivano i miei Angeli corrotti dai sogni”.
Mentre Eligio “con le mani in tasca inizia a fischettare” e Don Paolo, di rimando “Eppure c'è un luogo dentro di me... un luogo dove posso salvarmi... Cerca, cerca Don Paolo... Ecco...” ed Eligio “Continua a fischettare, poi, ironico <Sei tu che mi hai confessato, sei tu il prete!>” e Don Paolo, “annichilito <Io, sono il prete, è vero. Che equivoco! Non c'è dunque più nulla da sperare. Fra me e te, Eligio, ci sono due metri di distanza... Troppi! Troppi, perchè siamo in due, io dentro e tu fuori. Protetto dai tuoi calzoni e dalla tua camiciola di seta tu sorridi enormemente lontano, o Messaggero del Giudizio, vento inconscio che porta il polline, occhio tranquillo di Jehova. Troppi, veramente, sono due metri; io non posso resistere al pensiero che tu ci sia. Che cosa vuol dire quel tuo sorriso? E' il sorriso delle foglie, dei ruscelli, delle nubi, tutte cose indifferenti, MENTRE IO SARO' GIUDICATO? (Lungo silenzio) Senti, ho un'idea spaventosa: no, non posso confidartela, devo solo limitarmi a comunicarti che è nata...>” e la morte giungerà a dare forma ad una lucida follia come in un giuoco che diventa realtà nelle parole, cercate trovate e dette, come in un antico rituale.
Un rituale è la vita di Pasolini nella terra friulana... un rituale che ripeteva ogni giorno e che ogni giorno si colorava di nuove sfumature, di forti contrasti, di incontri clandestini, rapito da quella che definiva “l'ossessione di una felicità immediata, sensuale”, sino alla notte della sagra di Ramuscello, una notte di fine estate... oltre la balera... l'orecchio delatore... e, poi, umiliato, privato dal lavoro ed espulso dal PCI, un'altra notte... alla stazione, aspettando un treno che l'avrebbe portato via, a Roma... lontano dal paese di temporali e di primule.

Darzin
<<Dulà vatu?>>
<<A Darzin.>>
La sua voce è un soffio.
Il giovane meccanico
si china sopra il manubrio
coi capelli sugli occhi.
La tuta azzurra porta
in terra il cielo...
Mormora la ruota
su un fango di seta...
Ecco Arzene.
Il fanciullo alza il capo:
le larghe curve della strada...
i prati...
la chiesa sospesa sul terrapieno...
E' giunto
alla sua azzurra Arzene.
<<Bundì Pauli>>, ridendo
stringe il freno.

Raramente rileggo un libro...

Lecce, 30 maggio 2005.

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