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Elisabetta Liguori
CHIEDI AI NUMERI
su "La ragazza che non era lei" di Tommaso Pincio
Tommaso Pincio, La ragazza che non era
lei, Einaudi Stile Libero, 2005
Un
libro per la memoria. Sono certa di non pronunciare un’eresia affermandolo.
Un libro per la memoria e per la fuga, ma non una fuga dalla memoria, piuttosto
verso quest’ultima. Verso lo scontro finale. Per salvare il mondo.
Pincio in questo suo ultimo viaggio tra gli anni ’60 e l’oggi,
cerca la memoria; la trova, la sminuzza, la osserva agitarsi e far danni
alla vista, come possono fare certi strani colori, stampati, ma quasi vivi,
su una qualche maglietta. Ricordi come colori, quindi, inaccostabili, complicati
da psichedeliche geometrie cromatiche, che sfumano piano verso acide assurdità.
Perché la scrittura di Pincio, a momenti, è scientemente simile
ad un quadro astratto, strambamente variopinto e ipnotico.
Rintraccia ricordi come pesci viscidi e guizzanti, appena pescati: schifosi
pesci umidicci e squamosi che stanno per crepare, asfittici, ormai fregati
dall’esca. Pincio li pesca e poi li racconta.
Fotografa così, nel dettaglio, il mondo degli hippie, quello dell’infanzia,
forse la sua, il suo disordine, e lo fa intrappolandolo nello scheletro
molle di una memoria confusa, sfuggente, deformata, abnorme. Hippie di merda,
direbbe qualcuno, i cui colori violenti e già antichi sono un pericolo
per la vista. Forse ancora oggi.
Il suo sguardo può sembrare quello di un ubriaco, la sua lingua quella
di un eletto. Fotografa con una malinconia apparentemente inutile, come
si farebbe davanti ai cocci di un vaso ormai rotto. Il suo occhio è
uno spillo. L’analisi è quella di un donchisciotte con un terzo
sensore in fronte, ormai sconfitto. “Il passato è finito”:
bene, ma allora perché scriverci sopra un libro? Perché un
libro, se tutto è perso, inutile, solo polvere? Sì, la polvere
dei ricordi, quella tossica, letale direi, ricopre concretamente ogni oggetto,
così che risulta impossibile capire se i personaggi dell’acida
vicenda vivano funambolicamente nel passato, oppure nel presente o in una
disastrosa, perenne, fuga volta al futuro. Tutto è nebbioso, oscurato.
Polvere rossa anche sugli eroi.
E’ una ben strana kermesse questa. Runaway è infatti il sollazzo
ufficiale, quello di tutti, soprattutto quello che, da sempre, si gioca
tra padri e figli, adulti che si fingono adolescenti e adolescenti che si
fingono adulti. Ma nessuno vince mai.
Quando il passato è dolente, residua solo la scelta tra il fuggire
o il vivere nella polvere.
La polvere di Pincio è l’indifferenza, la smemoratezza alla
Nietzsche, quella che non ti libera mai del tutto, ma ti confina dentro
una crepa nel soffitto, ad osservare, da lassù, immobile, un mondo
sempre più violento, che non sa nulla di sé.
La fuga, invece, non è quella dall’ordine verso la libertà,
al contrario è dal caos che si fugge e l’atto estremo richiede
continuo movimento, ferrea disciplina e regole rigide, in assenza di altre
certezze.
Polvere o fuga, quindi: meglio l’oblio oppure darsela a gambe levate?
Scelta drammatica: la polvere è il caos fuori dal caos, mentre la
fuga condanna ai margini, alla perdita del controllo del tempo che “se
ne sbatte di stupidi marchingegni di precisione”.
L’universo della fuga non fa tictac. Chi non lo sa? Ci vuole coraggio
ad affrontare il nulla. Coraggio sia per andare, che per restare. Coraggio
e numeri come reti che ammorbidiscano il salto nel vuoto o l’immobilità.
Sempre che questa rinuncia sia davvero possibile e non si tratti soltanto
di un effetto ottico.
Per queste ragioni può non essere facile leggere Pincio: narra ad
un ritmo scomodo, con immotivate frenate, grosse accelerate, arrampicate
sillogiche, sterzate brusche. Fenomenologie da Travelgum. Un libro che avrei
voluto fermare a volte anch’io, ma che mi ha costretto all’angolo.
Da lettore instabile ho sempre subìto la necessità fisica
di cercare, sin dall’incipit di un libro, luoghi certi. Così,
per l’intera lettura del testo, non mi sono mossa dall’unico
luogo certo descritto, sono rimasta avvinghiata alla cittadina del presente,
con la certezza assoluta che la narrazione da lì era partita e lì
sarebbe ritornata. Prima o poi.
Quel luogo è Cloaca Maxima.
L’unica garanzia è la casella vocale della sicurezza pubblica.
Cloaca Maxima è il luogo degli scarti, la cui economia si fonda sull’attività
degli escrementifici, che vive di quello che resta e ingombra e insozza.
E’ il luogo che raccoglie una discarica di ricordi nocivi, ma che
almeno c’è, o così sembra. Una metafora algebrica perfetta
sulla verità materiale, che va complicandosi di algoritmi esistenziali
ad ogni pagina. Il trionfo dell’epica dell’immondizia e delle
sue metamorfosi.
Il racconto parte da un rapimento, che mette a confronto la fuga volontaria
con quella indotta. Dopo la vicenda procede secondo un flusso tridimensionale:
1) l’eterno presente di Laika, donna che non sa chi è; 2) il
passato di Kinki Baboosian fuori dal sistema, fuori rotta come una pallottola
vagante; 3) i pensieri di Zxyz, genio matematico alla deriva su un divano
meditativo, che ci svela il suo futuro dal regno dei morti.
Tre individui senza terra alla ricerca dell’altra umanità,
della rinascita.
Tre individui su cui continuano a cadere come pietre le responsabilità
dei padri.
E’ un libro questo, infatti, che si preoccupa anche di quello che
da sempre i padri fanno ai loro figli, con o senza coscienza. Ché
ai genitori dovrebbe spettare il compito ingrato di rappresentare l’ordine
come patrimonio, di plasmarne icone da mettere in capo al letto, di ripristinarlo
dove non ci sia, di respingere il caos dentro uno stanzino buio, chiudere
a chiave e rassicurare la prole sotto stress.
Ammesso che tra ordine e caos ci siano davvero delle differenze di rilievo
o, piuttosto, non sia tutto un bluff, tutto affidato al caos: danni e trionfi.
Sarà una causalità, ma anch’io ho visto più figli
far da genitori ai propri padri, che genitori fare il loro giusto mestiere.
Perché la genitorialità, come mero evento, si impone con violenza:
viene voglia di reagire o raccontare bugie. Spesso, molto spesso, il caos
regna, tra le pulsioni dei fiori e il deserto. I figli arrivano come temporali
sui prati; sono loro il caos tra gli alberi e provocano fulmini ed energia.
Provate a passare di lì per caso! Sono guai per tutti. Così
quantità di figli imparano a disapprovare, e continuano a disapprovare
per necessità, pur senza aver conosciuto gli hippie e senza aver
visto il cuore organico del sistema esplodere in mille colori inguardabili.
Ma è pur vero: gli hippie sono passati da qui. Ci sono segni ovunque.
Hanno riempito l’universo di merda, polvere ed interrogativi. Sì,
gli hippie descritti da Pincio fanno pensare ad un fiore in un prato che,
calpestato, esplode. Pincio racconta egregiamente quella terribile detonazione
e la successiva desertificazione. La realtà che si frantuma. Racconta
quegli anni così bene da spingere il lettore, come già per
il bigbang dell’11.09.2001, a chiedersi: dove ero io in quel momento?
Ché la solidarietà in narrativa è un fatto assodato,
soprattutto in occasione delle grandi catastrofi.
Già dove ero io? E i veri colpevoli sono i fiori? I figli dei fiori
come i figli in genere? Gli hippie volevano cambiare il mondo; è
questo il punto: volevano cambiarlo attraverso le loro visioni, piuttosto
che migliorare quello che c’era. E’ un po’ quello che
vuol fare ogni figlio venendo al mondo. C’è un punto di contatto
quindi, anzi forse una vera competizione. Da qui comincia la grande fuga.
Reale e letteraria. Per cambiare le cose non si può dimenticare quello
che c’è.
Io non c’ero, non mi ricordo. Io di quegli ultimi anni 60 al sud conservo
l’immagine fugace di una parrucca nera con la frangia gonfia posta
su una testa mozza di polistirolo e il vago desiderio di essere altrove.
Molte donne, ovunque, desideravano essere altrove. Anche allora e non solo
le donne. Molte strade si incrociavano nel punto in cui ovunque incontrava
altrove, ma non erano linee rette, no, affatto; certe strade erano circùiti
e si creavano strani vortici e vuoti d’aria.
Altrove. Ieri e oggi. Questo libro racconta proprio di quel desiderare,
dei figli che incontrano i figli, dei giri, degli ingorghi, della fuga e
del ritorno, delle sviste, e di come il desiderio e l’infelicità
a volte perdurino di generazione in generazione, con gap sempre più
crescenti, che alla fine rendono la realtà incomprensibile, quasi
del tutto.
Pincio lo dice chiaramente come stanno le cose: una storia non è
detto che basti a comprendere. Conoscere non significa capire. Non sempre,
almeno. “Le storie non sono chiavi”. Non cambiano le cose? Forse
sono solo opinioni con un fiocco rosso in cima e gli scrittori sono destinati
alla disoccupazione. Quindi, niente storie per Zxyz. Poche chiacchiere romanzesche,
per carità! Lui sceglie i numeri come analgesico. I numeri sì,
mai solo le parole.
L’ultima generazione di scrittori come Pincio, lucidi ed al contempo
visionari, stanno divenendo per chi li ascolta, la voce autentica dell’altrove,
una voce che non crede alla verità biologica e si affida alle energie
ed ai flash del caos. Il linguaggio utilizzato è semplice, immediato,
ma la realtà descritta è paralogica. Qui si va su navi narrative
che non viaggiano a vista. I plot sono grovigli; le immagini gli specchietti
sparsi di un caleidoscopio. Sono questi i nuovi SanTommaso della narrativa
contemporanea, che non hanno l’ossessione del passato, del presente,
o del neorealismo, né le stampelle dei suoi credo. Scrittori rimasti
senza storie, le cui parole hanno perso tutte le vocali e sono diventate
puro, villano dolore in scaglie. Comunicano per immagini questi scrittori
profetici ed irriverenti.
Eppure la meccanica sonante dell’universo degli uomini con i fiori
dipinti sulla faccia è stata infondo una storia, una favola ben congeniata,
un gazzarra lisergica, libera e gioiosa. Nonostante tutto la visione scelta
questa volta da Pincio ha tutti i crismi apparenti della buona storia da
narrare. E’ da rinnegare? Via, si fa pulizia? Sì, la Storia
ha cancellato questa brutta storia minore, ben congeniata ma inutile, e
non è rimasto più nulla. D’accordo. Cancellata, spazzata
via come si fa con le lattine e i tappi di bottiglia alla fine del concerto.
I suoi segreti però restano non svelati.
Pincio sembra affermare in questi termini che le storie a volte non bastano.
Anche se la maggior parte di noi “non è ancora pronto a farne
a meno”.
Ma il mondo va, è già andato e va; di solito ritorna: a dirti
qualcosa, a rassicurarti magari, a fornirti un’alternativa. Uno spunto
da approfondire. Una difesa contro il tempo. Due parole. Una favola contro
la morte, pur nel caos.
Un segnale in codice è nell’etere: lo si può cogliere.
Forse anche questo dell’ultimo Pincio. Che lui lo voglia o meno.
Numeri a parte. |