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Elisabetta Liguori
LETTORE: CARO MIO BEL PASSANTE OSPITE
da “Tutto su mia nonna “ di Silvia Ballestra
Silvia Ballestra, Tutto su mia nonna,
Einaudi Stile Libero, 2005
Libro
da leggere a voce alta questo di Silvia Ballestra. Libro che è un
gioco di parole, che scivola via con enigmistica ironia: lemmi che vanno
e vengono, lanciati in aria, che ricadono, rimbalzano. Lessico che ha un
suono e significa in quanto suona e, per questo, ha bisogno materiale di
corde vocali, bocca, labbra e lingua.
Parole giocate tra Porto San Giorgio, Ascoli e Grottammare, approdate su
Milano o, via, a pallonetto su Bologna, fino a rotolare a sud, in rete.
Parole cotte in forno che lievitano calde e si trasformano in altri sapori.
Così la letteratura diventa un goloso ricettario.
La Ballestra la ritrovo oggi che guarda e ritorna all’origine delle
sua scrittura, svelandosi generosa e privata. Donna impudica e coraggiosa;
donna vera. Ci racconta le parole di famiglia che nel tempo si sono posate
appiccicose alle sue cose ed alle sue persone, condizionandone e definendone
i pensieri. Una sorta di verbosa colonna sonora, che lei spara a tutto volume,
raccontando persone vere in carne e ossa.
La scrittura nasce in famiglia, dunque. In questo caso tra le braccia forti
di tre generazioni di donne a confronto, a raccontarsene di tutti i colori.
Ché anche di colori si chiacchiera in famiglia e qui le parole sono
verdi: hanno le gemme e sembrano sempre sul punto di germinare, diventando
altri frutti, secondo le stagioni.
Per l’autrice, ad ogni modo, la lingua non è celebrazione statica
di un luogo, piuttosto è una torre composta da mattoncini Lego, mattoncini
di plastica colorata, componibile, pura creatività della ninna nanna,
genio a volte astratto e incomprensibile, proprio come quello dei bambini.
“ Avere a che fare con queste parlate è come vivere su un vulcano;
non sei mai al sicuro.”
Lingua come rischio estremo. Lingua come rappresentazione del reale, per
donne e per uomini, ma senza definitività. Così che, con l’ausilio
di queste pagine, arriviamo a conoscere storie, tristezze, vestiti e tinture
per capelli, attraverso brevi ed instabili definizioni verbali. Una parola
per ogni donna; molte di meno per i pochi uomini presenti, lievemente scostati
ai margini della narrazione. Una parola diversa per ogni diverso giorno
di vita. Un plot linguistico in continuo movimento.
E il lettore che fa?
E sì: accade che, tra un capitolo e l’altro, un bel lettore
passi per caso e si chieda: ma qui la storia dove è? Capita, certo
che capita, che il lettore faccia le sue giuste rivendicazione sui libri
che gli si parano sotto gli occhi, anche per caso; capita che chieda notizie
in ordine al romanzo, alla sua struttura, alle letture di partenza dell’autore,
alla sua filosofia di base, al messaggio, alla formazione culturale, al
parto dei personaggi.
Nel procedere guizzante e lieve della narrazione matrilineare, l’autrice
introduce degli intermezzi pirandelliani, attraverso i quali si chiede le
ragioni della sua mania da scrivana, ironizza sul ruolo dello scrittore
oggi, svela i rapporti con “l’osceno padrone” di tutti,
l’editore, e sulla genesi dell’invenzione letteraria.
Negli stessi intermezzi incontra il suo più tignoso lettore, tal
Sabrinu Pirandellu, soggetto assai esigente, palato fine, e lo vuole stupire.
Lo vuole far ridere di gusto, finalmente. Si ride, infatti, e non sono solo
parole.
Nella foresta di lemmi e ricordi irrinunciabili, la Ballestra, anche lei
come molti altri autori contemporanei, si chiede quindi anche dove sia finita
la Storia e le storie. Le sue storie sembrano avere hanno un fine metaletterario;
i racconti sembrano voler andare oltre il racconto.
Cosa si scrive, quando si scrive oggi?
C’è da confrontarsi ora con l’età del mezzo, con
un presente le cui interpretazioni non hanno ancora avuto nessuna conferma.
C’è da descrivere un passato famelico, che ha cancellato se
stesso, in un costante sperpero di ricordi. Ne viene fuori una scrittura
modernissima, che fa ipotesi su quanto pesi davvero e in che misura abbia
inciso sulla stessa questo nostro passato illogico, quanto sulle trasformazioni
famigliari, quanto sulla vita di una provincia piuttosto che di un’altra.
Scrittura del sé, solitaria perché soggettiva, quindi ancor
più coraggiosa. Scrittura del mentre, del cambiamento, del bozzolo
infranto. Scrittura che si interroga e non si dà risposta alcuna,
ché del presente chi può avere certezze oggi?
E’ la narrativa di chi vuol raccontarsi per non perdersi (come anche
quella di Pascale, Romano, Parrella, fino ad Hornby ), in cui l’impalcatura
epica del romanzo tende a ritirarsi, ad infeltrirsi come un maglione di
lana, così come accade ai campi lunghi, ai grandi eroi, agli eventi
corali, alle ragioni storiche, agli affreschi a parete.
Gli intrecci si sbrogliano, le pagine si restringono e restano i dettagli:
le mani, che agiscono nel quotidiano, e l’eco delle lingue dei singoli
individui nella loro pochezza, nei loro limiti; il confine angusto delle
singole famiglie, da cui fuggire e a cui inevitabilmente ritornare.
Una sorta di babybox con reti altissime, che contiene le foto di famiglia,
in bianco e nero. Guardate da vicino, da dentro, queste famiglie diventano
un enorme, essenziale serbatoio di saperi e vita muliebre e non solo.
Questa quindi la scelta della Ballestra, ben diversa da quella di altri
suoi contemporanei.
Un esempio per tutti: alla nebbia acida di Pincio, la scrittrice oppone
la sua sbeffeggiante memoria fotografica, la sua valanga di donne/macigno,
madri, nonne, maschi silenziosi, innocui androidi alla Asimov, di cugini
brufolosi a iosa. E l’amore inevitabile ed acrobatico che tutto ciò
comporta.
Ma a ciascuno il suo. Non è vera opposizione: sono cori distonici.
Necessari.
Scrittura che viene a noi nuova e forte.
E la scrittura che viene oggi, cambia la scrittura che c’era.
E’ evidente. Solo cambiare a volte sembra possibile, non comprendere.
Così quello che leggevi o, a volte, scrivevi, quello che leggi o
scrivi, subisce costanti contaminazioni dal futuro. E’ quella l’unica
salvezza. Lo sa bene la Ballestra, lei che ha conosciuto Tondelli. Donna
fortunata!
Le storie di tutti sono sulla bocca del gran vulcano; si può dare
una sbirciatina dentro, nella voragine della sostanza, ma è estremamente
difficile riferirne e far che qualcuno ci creda davvero. Ribolle di differenza
la nuova letteratura. Differenze nel corpo e nella parola. Nelle immagini
e nel soggettivo sedimentare delle stesse nel tempo. Bene, e allora? Cosa
viviamo, cosa scriviamo mai? Cosa resterà? E soprattutto per chi?
Già, ché dei lettori non si può fare a meno.
Questione di mood, forse, ma come la Ballestra, anch’io mi domando
di frequente cosa fa di una storia un classico per tutti, un libro di oggi
che, altri, leggeranno domani. Ammesso che un libro possa avere ancora vita
così lunga e sia la longevità uno dei suoi obiettivi reali.
Mi sembra che nella molteplicità, nell’assenza di pensieri
unici si celi il segreto. Parte del segreto.
No, non c’è una vera fabula in questa nuova Ballestra, ma piuttosto
l’analisi frizzante e spietata di un percorso possibile verso la letteratura.
Non solo una storia, quindi, ma numerosi episodi connessi per Dna.
Lo so: possono sembrare invenzioni semplici semplici, come piantine fiorite
in vasi stretti stretti, ma hanno grosse radici aggrovigliate. Le famiglie:
le facce, le pance, le bocche, il lessico. In quelle radici lunghe e sottili
si nasconde l’architettura intellettuale, le basi teoriche più
disparate. Mentre Proust fa le boccacce e sembra allontanarsi. E’
un fatto di prospettive. Chi lo ammazza Proust? Lui rimane. Nonostante tutto,
gravido e odoroso, continua a far boccacce negli scritti di Piperno come
in quelli della Ballestra. Perché lui rimane.
Cosa abbiamo letto noi nati alla fine degli anni ‘60 e cosa stiamo
diventando per contrappasso? Tutto ci sfiora e fa male. Siamo più
nudi e poveri. Le storie da raccontare possono sembrare, a volte, ciottoli
in cui inciampare casualmente o piccoli incidenti domestici. Ma non è
così, a mio avviso. I libri veri non nascono per caso, per mere scelte
editoriali o per botte di nostalgia. O forse sì?
Sono queste le domande del lettore passante ospite a cui la Ballestra si
rivolge con un linguaggio brioso e fulminante. E con un pizzico di malinconia.
E tu lettore mio, tu lo sai? Chiederselo è importante. |