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NOTA: Il seguente saggio di Fabrizio Corselli, concessoci dall'autore,
è stato pubblicato sul NUMERO 37 della rivista ATELIER
Fabrizio Corselli
SUBLIMIS, APOLOGIA DELL’ESTASI
Eros e Poesia
Il cammino
della virtù qui s’arresta, addolcendo e cullando tra le docili
pareti di un abisso che il pudore e la gioia non temono, le voluttà
di una giovane donna. Che la lettrice, qui, si fermi o divenga di se stessa
mirabile carnefice, inchiodando ogni suo limbo ad atroci e nefande azioni
ancor più voluttuose degli stessi piaceri ch’ella conosce soltanto
in fantasie nascoste.
Il male s’incarna e trionfa nella disfatta della virtù, adesso
ridotta a brani da quella stessa libertà dissoluta di un’ascoltatrice
che ode soltanto le ragioni della propria immaginazione. E proprio «l’immaginazione
è il pungolo dei piaceri;… essa regola tutto, è il motore
di tutto; non si gode forse proprio grazie ad essa? Non è da essa
che ci vengono le voluttà più provocanti?… l’immaginazione
ci aiuta solo quando il nostro spirito è assolutamente libero da
pregiudizi: uno solo è sufficiente a raffreddarla. Questa capricciosa
parte del nostro spirito è così libertina che nulla può
trattenerla; il suo maggior trionfo, le sue più sublimi delizie consistono
nello spezzare tutti i freni che le si oppongono; è nemica della
regola, idolatra del disordine… Se è così, quanto più
vorremo essere stimolati e dominati dalla passione, tanto più dovremo
dare sfogo alla nostra immaginazione sulle cose più impensabili;
il nostro piacere allora crescerà in rapporto al cammino percorso
dalla nostra mente […] (1)».
L’orgoglio della donna giace sotto l’ombra del proprio peccato,
e così la voluttà poetica dilata il tema dell’eros e
della donna facendolo vibrare sino alle sue massime estensioni; “il
corpo della donna è un foglio di carta bianca, sul quale fregiare
del proprio amore proibito, il seme di un giovane amante”, un
vero e proprio campo di battaglia compositiva in cui ogni singulto, ogni
carezza non viene lenita ma ancor più tesa a soddisfare l’intento
compositivo del poeta. La ferita che ella porta in grembo viene percossa
e recisa, e ancora sanguina ogni qualvolta lo scrittore ne incide col proprio
strumento di amorosa arte, le carni e ne lacera lo spirito al pari di quel
sottile crine nel momento più lirico della sua deflorazione. Si assiste
così alla caduta di quell’innocenza durante la quale l’artista
affonda la sua penna crudele tra gli interstizi dell’anima ormai fatta
a pezzi, e da essa trae il florido rubino dell’ispirazione, divenuto
adesso su di un bianco letto pietra miliare del suo comporre. Un ricordo
procace mentre stende quelle propaggini carnali come lenzuola di seta, seguendo
come segugio le scie di sangue che tale beltà lasciò in memoria
del proprio incontro. Così si profila quello specchio riflesso della
propria vanità ingorda che si dimena e si contorce come serpe tra
le umide lascivie del pensiero umano, tra quelle carezzevoli e delicate
forme espressive che ergono le qualità femminili a fondamento di
una falso romanticismo per troppo tempo ostentato dalla morale comune, mentre
trovano pace e quiete soltanto tra i fluidi non fisiologici di una qualsiasi
esperienza ispirativa ma tra quelli intelligibili dell’inchiostro;
un profumo inebriante e vellutato che scorre ansimante sulla carta come
un rivolo mellifluo alla ricerca della propria preda, in premio ad una estenuante
e metaforica battuta di caccia sensoriale, finché quella ferita,
riaperta con la sola trappola della parola incantatoria, sanguini ancora
una volta per rendere felice il poeta, ancor più per rendere possibile
il miracolo della celebrazione poetica della virtù sconfitta e del
proprio oggetto d’amore. Essa viene offesa, abusata, inondata con
sottile eiaculazione versificatoria dalle fertili tracce del primo getto
creativo e spinta nel fondo delle proprie viscere a tal punto da richiederne
un finto perdono, una ritrosia tanto grata alla fanciulla quanto più
forte e rude è stato lo stupro nel tentativo di farne incursione
nella parte più nascosta della sua indole. “Vis tam grata
puellis” dicevano i latini, e così sia.
Il poeta opera come un pittore su di una tela carnale, in cui ogni linea,
ogni curva ed elemento del corpo rievoca espressivamente il movimento che
l’ha generata; il corpo è materia viva, linfatica, preposta
all’accrescimento e allo sviluppo di una struttura adulta in rapporto
alle proprie passioni, seppur fuggevoli nel loro vissuto ma intense…
uno stimolo alla creazione, poiché la parola è ormone della
crescita e la poesia ne rappresenta l’intimo processo metabolico col
quale si trasforma una fanciulla in donna, e una donna in adultera, drenando
a poco a poco tra i propri tessuti compositivi quella soluzione salina e
amara che individua la maliziosa volontà di colui che scrive. Così,
anche il “mestruo” come del resto il “sangue
purpureo” ed altri ancora sono termini che gridano, per diritto
di nascita, la loro libertà semantica in rapporto al valore di «soffio
vitale», di forza vivificatrice dell’essere e non meramente
declassati a forme inespressive, quale può risultare la semplice
denotazione di liquido fisiologico o altro che esuli dalla dirompente magniloquenza
poetica; nessun tampone lessicale allora a frenare l’inarrestabile
flusso della vita. Così ancora, termini tabù come “sperma”,
“membro” - nella sua perspicua sembianza di pezzo di
carne, quale mortificazione materica dell’orgoglio maschile –
o altamente metaforici come “punta vermiglia”, “albino
carnefice”, “crudo pasto”, “balsamo
d’amorosa cura”, “lattiginoso nettare”,
evocano tuttora mostri semantici così titanici dell’immaginario
collettivo da far arretrare molte donne sprovvedute o il cui agire si nasconde
dietro falso perbenismo borghese. Un afflato, questo, che s’addentra
fra le anse oscure di un piacere amoroso celante minuzie e muti riverberi
altresì scossi da vicende così immorali da divenirne possibili
precetti educativi, in cui divieti e proibizioni cedono il loro scranno
di solistica tirannia al proprio desiderio, lodando e riverendo l’incesto
con altri crimini della carne mentre la castità, la purezza e il
pudore assumono i panni di malvagie chimere.
Quindi non un imeneo o forse un testo sdolcinato a decantare le tinte profonde
dell’animo femminile e delle proprie voluttà amatorie, quasi
fosse una banale raccolta di vicende didattico-erotiche dal semplice gusto
propagandistico per liceali alle prime esperienze, in cui la sola enunciazione
appena trattata e proferita con arrossita parola, per un incerto finto pudore,
farebbe ritrarre alla pari una qualsiasi “verga” inchiostrata
nell’atto di soddisfare il proprio edonismo scritturale; per questo,
tale eredità architettonica spetta ad un’opera carica di pathos
e audacia divisa tra ardenti e romantici versi, in cui ogni donna ritrovi
davanti a sé nude e crude verità che ella continuamente calpesta
e allontana non appena divengono troppo prossime alla propria comprensione;
una coscienza offuscata dalla paura di confrontarsi faccia a faccia con
le proprie paure, con i più intimi desideri rinnovati e perpetuati
all’interno di codesta gabbia versificatoria d’impenetrabile
solitudine libertina, trasformata con lenitiva progressione in un inossidabile
ed incestuoso luogo dove poter professare l’elogio del tradimento,
dell’eccesso altresì della più pura trasgressione. Una
misura che più non si ritrova in alcun sistema metrico, di conseguenza
non appartenente al poetare, ma in un canone che scopre a poco a poco il
suo equilibrio nel capovolgimento dei principi dicotomici del Bene in Male,
del Piacere in Dolore, e dell’Ingenuità in Malizia, ma soprattutto
della Virtù in Vizio. Un rovesciamento di principi, velati e oscurati
dal continuo incedere di una incoerente castità romantica che, pur
silenziosamente, soffoca la nascita di ogni “libero” o “pudico
disio” capace di professare e commettere ogni sorta di crimini del
cuore. E proprio la crudeltà, sottesa a tali azioni criminose, anche
nel dire poetico, «lungi dall’essere un vizio, è il primo
affetto impresso in noi dalla natura. Il bambino rompe il proprio giocattolo,
morde il seno della propria nutrice, strangola il proprio uccellino molto
prima di raggiungere l’età della ragione. La crudeltà
è innata negli animali, nei quali, come mi pare di avervi già
detto, le leggi naturali appaiono in modo tanto più evidente che
in noi; tra i selvaggi è molto più unita alla natura che non
tra uomini civili: sarebbe quindi assurdo definirla una conseguenza della
depravazione. È una concezione sbagliata, ve lo ripeto. La crudeltà
è nella natura; nasciamo tutti con una porzione di crudeltà
che solo l’educazione modifica; ma l’educazione non è
della natura, e nuoce agli effetti sacri della natura proprio come la coltura
nuoce agli alberi. Paragonate, nei vostri frutteti, l’albero lasciato
alle cure della natura e quello curato e costretto dalle vostre mani, e
vedrete quale sia il più bello, noterete quale vi dia i frutti migliori.
La crudeltà altro non è che l’energia dell’uomo
non ancora intaccata dalla civiltà… Sopprimete le vostre leggi,
le vostre punizioni, le vostre usanze, e la crudeltà non avrà
effetti pericolosi poiché non agirà mai senza poter essere
subito respinta con gli stessi mezzi; è in una società civile
che essa diventa pericolosa perché l’individuo colpito manca
quasi sempre della forza o dei mezzi per respingere l’offesa; ma in
una società non ancora giunta allo stadio civile, se agisce contro
il forte, verrà subito respinta e se agisce sul debole, colpendo
soltanto un individuo che cede al forte per legge di natura, non presenterà
il minimo inconveniente». E così, le lettrici si lascino offendere
dalla parola poetica senza alcuno schermo o protezione poiché «è
l’enorme attività della loro immaginazione che le rende scellerate
e feroci. Proprio per questo esse sono incantevoli, proprio per questo tutte
le donne crudeli fanno girar la testa quando si comportano in quel modo;
purtroppo la rigidezza o meglio l’assurdità dei nostri costumi
non alimenta di certo la loro crudeltà; esse sono costrette a nascondersi,
a dissimulare, a mascherare le loro tendenze con atti di bontà che
detestano di tutto cuore; possono così abbandonarsi alle loro inclinazioni
soltanto dietro il velo più fitto, con le maggiori precauzioni…e
poiché ci sono molte donne cosiffatte, molte sono le infelici. Volete
riconoscerle? Annunciate loro uno spettacolo crudele, un duello, un incendio,
una battaglia, un combattimento tra gladiatori e vedrete come accorreranno.
Ma queste occasioni non sono abbastanza numerose per alimentare il loro
furore; così si reprimono e soffrono […]».
Di conseguenza, che sia tale poema, preposto alla funzione evocatrice della
dimensione estatica del piacere a non pentirsi delle sue impudenti azioni,
delle sue offensive lesioni; con deflorate rime, esenti e purificate da
alcuna limitazione verbale, vanno declamati e composti i versi: adesso sono
propinati, piano piano, con chiare e definite immagini, adesso invece divengono
in alcuni tratti irriverenti ed insolenti, conturbanti e autocompiacenti:
giocano con la lettrice, la invischiano subdolamente, per poi incenerire
qualsiasi suo atto volitivo, chiuderla dentro la propria dimensione.
Il testo è un’enorme ragnatela sensoriale, in cui la lettrice
viene lusingata e atterrita dall’oscura realtà dei suoi più
reconditi pensieri, rendendola complice del proprio mondo… ma ancor
più di quelle “voluttà” non solo poetiche dalle
quali essa fugge per non mettere in pericolo l’incolumità della
propria discutibile morale.
1 D.A.F. De Sade, La Filosofia nel
Boudoir, Milano, ES SRL, 1992.
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