Eliana Manca
su "Il grande Gatsby" di Francis Scott Fitzgerald

La sua identità è quasi quella di un fantasma.
Si regge sul passato, non ha una vera e propria consistenza nel presente, vola su ogni cosa senza posarsi a lungo, senza toccare mai. Una reputazione fatta di supposizioni, di interrogativi irrisolti, nel vano tentativo della gente di afferrare la sua immagine e strapparlo al suo mistero.
Non è un mistero qualunque quello di Gatsby, è una speranza, forse un sogno capace di includere in sé tutto, di fagocitare la realtà e sminuirla sotto la sua imponenza.
Uno di quei rari sogni incomunicabili, dove le parole si ritraggono spaventate perché incapaci di descriverne i contorni.
Ogni cosa era stata da lui sottoposta ad un incantesimo, le aveva spogliate di qualsiasi significato riducendole a scheletro e attendeva, per ridisegnarne i colori, il giorno in cui lo sguardo di Daisy si sarebbe posato sulle loro incompiute fattezze, rompendo l’incantesimo che le rendeva prive di una qualsiasi importanza.
“Credo che rivalutasse tutto ciò che era nella sua casa in misura della reazione che scaturiva dagli occhi di lei”.
Ma la stessa Daisy non riesce a sostenere il peso di quel colosso di istanti che Gatsby aveva ritagliato dai giorni e dalle notti, per inghirlandare la sua corona, “ornandola di ogni lucente piuma che gli capitasse d’incontrare nel suo cammino”.
Solo la sua voce era all’altezza.

L’unica voce che era in grado di udire dalla siderale distanza che lo separava dal resto del mondo. “Credo che quella voce soprattutto lo tenesse avvinto, col suo fluttuante, febbrile calore, perché quella non poteva essere inferiore al suo sogno, quella voce era immortale”. Poi arriva la consapevolezza, la verità: non l’avrebbe più ritrovata.
Sebbene avesse serrato le mani badando di non far cadere un solo granello di sabbia, lei era scivolata via. “…ed egli comprese che ne aveva perduto la parte più fresca e migliore per sempre”.
Era stato un caso che “un giovanotto senza un soldo e senza passato” fosse riuscito a toccare Daisy, “lucente come l’argento, sicura e orgogliosa al di sopra delle arroventate battaglie dei poveri”, e che lei, forse anche per sbaglio, lo avesse amato. Credeva di poterlo ritrovare quell’amore, congelato nel passato, credeva di poter ridestare ogni sogno assopito sfiorando nuovamente la sua vita. “…e i loro occhi s’incontrarono, ed essi si fissarono intensamente, soli nel vuoto spazio”.
Nel momento in cui la realtà diventa troppo presente e osa avvicinarsi tanto da guardare in faccia il sogno, i due mondi entrano in collisione e infine si distruggono, lasciando dietro di loro una lunga scia di schegge, dove Gatsby “paga un alto prezzo per il suo voler vivere troppo a lungo in compagnia di un unico sogno”.
Ma così come il silenzio maestoso riesce a restituire alla notte la sua bellezza, cancellando i frastuoni, le risate e i chiacchiericci delle feste, così gli sfondi confusi della sua vita si dissolvono sotto il peso di una morte tragica e Gatsby rimane ritto, sulla porta del suo sogno in un “assoluto isolamento”, grande nella sua “straordinaria capacità di speranza”.

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