Pollock - LavendermistDEL NON LETTO II
Niente che non rinvii al contingente, poco più che un pretesto di perdizione…forma di poetica senza poesia, mero esercizio di pazienza, sangue rappreso fuori dalle vene…Gli autori ignorati dall’occhio del lettore pretendono che l’oblio cada al fine sulle loro pagine, le abbandoni alla risacca di una mare piatto come l’orizzonte trasognato…una trasfigurazione (e come potrebbe essere altrimenti?) della forma inattuale in cui si incarna il Divenire…una manciata di nomi a significare ciò che meglio desiderate.

 

 


Andrea Volontè
I MIEI LUOGHI OSCURI- UNA NEMESI DI CARTA

«Dov’è la tua mano? Ah, al buio non riesco a trovarla. Basterebbe che io stringessi già la tua mano, non credo che allora mi respingeresti. Forse non ci sei affatto. Del resto cosa mai ti dovrebbe attirare nel ghiaccio e nelle nebbie del Nord, dove non c’è da aspettarsi che ci sia anima viva? Tu non sei qui. Hai evitato questi luoghi. Ma per me è questione di vita o di morte decidere se ci sei o no».
F. Kafka (1922)

Sbagliato. I lutti si rimarginano a colpi di machete.
Lui inventariava la merce per i grandi empori. Consulente fiscale non abilitato compilava anche la dichiarazione dei redditi per alcuni divi del cinema. Nel ‘49 si era occupato degli aspetti fiscali legati al matrimonio di Rita Hayworth…un’altra rossa ad infiammargli il sangue. Nel ‘52 la splendida Gilda lo aveva licenziato. Si ritrasse a vita privata a bruciarsi il cervello davanti alla Tv- sprofondato nel divano concimava astio. Buonoanulla perdigiorno aveva smesso persino di ostentare il suo fascino naturale, si limitava a farneticare di innamoramenti impossibili…dive alla mercé di un contabile poco avvezzo ai Martini serviti come Cristo comanda…solo qualche sguardo al primo ciak del mattino- vitrea visione impasticcata dalle scorribande della sera prima…un ancheggio volitivo come il sonno dell’ippogrifo…una sigaretta stretta alle labbra sdrucite di noia ed ecco il vecchio in preda alla fregola che non conosce smentita alcuna.
Lei- nonostante la sua Assenza, LEI- non era ancora andata via, ma era scritto che svanisse come fanno le nuvole sul finire di un vento qualsiasi. Rossa infermiera diplomata lavorava al St. John’s Hospital, saltuariamente faceva da balia ad un’attrice dipsomane…la notte le fece omaggio del Vizio…uno stordimento annacquato dai doveri di madre…il suo uomo era già lontano, quasi un riverbero alla luce del giorno. Mobile come lenzuola al vento distesa ad interpretare (decifrare) il linguaggio del vento- sul retro della casa assorta aspettava che qualcuno la portasse via (-Qualche impegno per stasera?- Dovrei disfarmi di un rimpianto ed una maledizione, ma mi inviti pure. La mia pazienza non è così leggera da sopportare come l’Eternità…)
Nel 1954 avevano divorziato- fu messa fine alla guerra silente dell’indifferenza. Lui dovette prendere le sue quattro cose e sparire da casa. Alloggiò poco distante in un triste monolocale. James fu costretto a smettere di frignare. La nuova vita era di fatto già finita: fu affidato a Lei. La guerra si trasformò in un fragore scurrile come le labbra di una prostituta incartapecorita dagli orgasmi simulati: Lui prese ad apostrofare l’ex come donnaccia ed ubriacona, spinse James a spiarla in modo tale da dimostrare al giudice la sua inadeguatezza morale. Ma la rossa non era una stupida. Nonostante la volontà del piccolo riuscì ad ottenere l’affidamento definitivo.
Lui si barcamenava tra lavori saltuari e sedute da maratoneta davanti al tubo catodico, Lei tentava di imbrigliare la bestia dentro con scorpacciate di stalloni ingordi di umori anonimi. Ovviamente James si trasformò in un “ragazzo difficile” stretto tra la noia dei giorni feriali e la libertà di sparlare dei giorni festivi. Lei sommessamente aumentava il dosaggio. Poi, il salto nel buio: agli inizi del 1958, di ritorno dal Wisconsin, Lei comunicò al suo unico erede la decisione di trasferirsi ad El Monte- buco di mondo affollato da pachucos, acquario d’immigrati alla ricerca di qualcosa che non facesse rima con amore. Il proverbiale posto di merda. Perché? Dava da pensare…si tentava una fuga da qualcuno o si andava a caccia di qualcun’altro? Preda o cacciatore? Fatto sta che l’orizzonte si restrinse ed il piccolo imparò a sguazzare nel liquame di El Monte. A muso duro urlò che voleva vivere con il padre, al che Lei lo picchiò: l’ODIO era a portata di mano, e James lo colse al volo.

Livido destino al collo di un sabato sera ancora acerbo da ingerire.
Di uno sguardo sottratto all’oblio del vedere un’istantanea di rara bruttezza.
Tutto il resto da venire.
Abbandonato al sonno senza redenzione
vegliare nottetempo sul fuoco immobile del cuore…
tracimare cenere di là dal guado.
Ma non c’è acqua che possa scorrere, né ponti da sommergere…
un solo unico indissolubile terrapieno alla fine dell’isolato.
Ritrarre le mani, scomporre il silenzio
congestionare lo sguardo in mille schegge impazzite-
sperare in una nemesi indifferente al cicaleccio degli avventori…
Niente stordisce come il decesso di un morto.

Al funerale non andò. I ventimila dollari dell’assicurazione piovvero inaspettati, ma li avrebbe gestiti la zia. Si cambiò residenza: i due sopravvissuti si trasferirono in un appartamento al confine tra Beverly Boulevard e Irving Place, terra di nessuno tra Hancock Park e Hollywood. Dalle finestre facevano capolino profili di seni turgidi di un’adolescenza incosciente. L’occhio fu colto dalla febbre dell’immaginazione senza desiderio, la mano dall’impulso della mania senza oggetto. Ritagli di giornali-sirene del Presente, riverberi dell’ignoto che conosceva sin troppo bene, poi l’OSSESSIONE: in un libro che gli aveva regalato il padre lesse la storia di quella che un cronista con il gusto dell’esotismo macabro aveva ribattezzato la Dalia Nera. Violentata, picchiata, torturata, tagliata a pezzi, vivisezionata la giovane Elizabeth Short non poteva che essere Lei.
Nel giugno 1965 anche il vecchio prese congedo da questo mondo. Anche per questo lutto James si costrinse a versare qualche lacrima solitaria. Orfano, militesente, diciassettenne alto più di un metro e novanta con in tasca ciò che rimaneva dell’eredità materna, non poteva che fottersene di tutto, e così fece. L’estate del ’65 volò, ma l’atterraggio fu brusco: un agente lo pizzicò all’uscita di un market con bistecche e costate nei pantaloni. Le porte del riformatorio si aprirono. Il soggiorno durò una sola notte, giusto il tempo di odiare i negri e il loro schifoso mondo. Gli fu concessa la libertà vigilata per sei mesi. Nel frattempo Los Angeles prese fuoco: i disordini di Watts sembravano l’inveramento del suo desiderio negrofobo, ma di pari passo cresceva in lui la volontà di essere preda e cacciatore, vittima e carnefice, sbirro e violento.
Le spire dell’alcol presero a divorargli il cervello: birra, gin, scotch, vino, vodka, brandy, tutto tranne il bourbon: il bourbon era Lei. Le entrate mensili si erano ridotte a cento miserevoli dollari, di questi sessanta erano per l’affitto. Non restava che procurarsi tutto il resto per sopravvivere. I giorni e le notti erano un nastro trasportatore di furti, istantanee di profili metropolitani, fame di sesso, letture di passi biblici, conati di vomito già rappreso, deliri onanistici, viaggi sulle ali di stupefacenti sintetici, mani frenetiche alla ricerca di uno slip fatiscente, fregola di esserci in un mondo che non conosceva nessuno. Poi la strada fece da letto, cucina, sala hobby, giardino in cui coltivare la gramigna della perdizione. Alla fine del ’68 gli sbirri lo sorpresero in un fatiscente appartamento abbandonato: furto con scasso e la pacchia finì. Il giudice diede retta alla versione di James, e l’accusa si ridusse a semplice violazione di domicilio. Ottenne la sospensione condizionale della pena. Era necessario che si trovasse un lavoro e rigasse dritto. Se lo impose- per pochi mesi. Fu licenziato dall’agenzia postale in cui aveva trovato impiego. I furti continuavano, le scorribande mentali anche. Il ’69 filò come un proiettile nella nebbia. Come commesso in libreria si ingozzò di riviste pornografiche e romanzi di Chandler ed Hammett. Continuava a cadere.
Los Angeles smise di mostrarsi agli occhi: nuda creatura lo ammaliò con voce lisergica. Notte e giorno il Tempo era scandito dalle voci-di-dentro. Pscicosi anfetaminiche- sentenziò l’amico, ma James era convinto fosse opera di Richard Nixon: quel grosso figlio di puttana aveva scoperto che aveva ammazzato i genitori e che l’aveva fatta franca. Tutto dimostrava inequivocabilmente che era oggetto di una cospirazione governativa.
Per cinque brevi anni camminò delirando. La galera offriva pause di riflessione, oasi di sobrietà forzata. Letture, taccheggi, fughe, sogni al contrario in un tutt’uno senza memoria.
Lei era andata via da quindici anni. Nell’estate del ‘73 se la ritrovò nella vasca della pensione in cui abitava. Poteva darsi che fosse solo un’immagine, ma ad ogni modo se l’era scopata e divorata. Era nuovamente morta ammazzata. Daccapo abbandonata dal piccolo James. Fu l’ultima epifania: un anno dopo, il delirium tremens fece capolino dalla tazza del cesso. Ragni di feci lo assalirono voraci. L’urlo di paura gli ricordò che era vivo. La terapia riabilitativa durò più di un mese. Ritornato sul tetto che gli faceva da casa sentì uno scricchiolio stridulo nella mente. Inspirò. Contrasse i muscoli. Qualcosa non andava per il verso giusto…Ho voglia di una sigaretta… Poi lo schianto della Caduta. L’interruttore si spegne: Click, e il proprio nome non esiste più per nessuno. Niente da ricordare perché tutto è finito. La follia ci stringe le mani. In ospedale lo mantennero sotto sedativi per settimane. Il sonno sigillava il pensiero terrificante del risveglio. Relegato nel limbo dell’angoscia tremava senza muovere ciglia. Come monito imperituro, alla parete dietro il letto scrisse: Non impazzirò.
Il corpo guarì. La mente seguiva a passo. La paura di impazzire era sempre lì. Gli impose un patto con Dio: niente eccessi. Trovò lavoro come caddy in un esclusivo circolo di golf. La fame che gli procurava l’erba fu un toccasana. Prese chili e forza. Era quasi pulito. Il pensiero di candeggiarsi la vita gli apparve bellissimo. Voleva popolare il mondo con le sue storie. Ne scrisse una. Parlava di delitti, di Los Angeles e di se stesso. Era solo: Lei era morta da vent’anni. In sogno non veniva mai. Era necessario che lui andasse da Lei.

Il grilletto si inceppa.
Un fiore sfiorito tra le gambe.
La libertà nel lutto non ricorda invano.

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