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Angelo Petrelli il senso del caos: partendo dal Laborintus Recentemente è stata pubblicata (ottobre 2004) l’antologia Mikrokosmos di Edoardo Sanguineti (Universale Economica Feltrinelli), volume che raccoglie cinquant’anni e più di poesia del geniale rappresentante del gruppo ’63, in una selezione curata personalmente dello stesso autore, poesie che provengono da due precedenti antologie Segnalibro. Poesie 1951-1981 e Gatto Lupesco. In Mikrokosmos si parte con le opere più celebri e “giovanili” quali Laborintus(’51-54), Erotopaegnia(’56-59), Purgatorio de L’inferno(‘’60-63), T.A.T.(’66-68), Riesebilder(‘71), Postkarten(’72-77) per concludere dopo più di trecento pagine di spassose ed emozionante trovate e spesso ardue riflessioni storico/poetiche; con testi cronologicamente sfocianti nell’attualità quali Cose(’96-2001), Poesie fuggitive(’96-2001) e Varie ed eventuali(2001-2004). Antologia che, a mio modesto avviso, anche se un po’ più snella e forse meno elegante, di certo meno costosa, anche se priva di un ben che minimo commento critico fatta eccezione alla breve premessa del curatore dell’antologia Erminio Risso insieme allo stesso Sanguineti, può essere tranquillamente accostata ai monolitici Meridiani dei quattro maestri del secondo novecento italiano (Montale, Sereni, Giudici e Zanzotto), e dare al lettore un validissimo strumento e un documento globale per proporre un analisi del progress letterario dello scrittore genovese che per qualità espresse dalla sua opera mi sento di accostare in particolare a Zanzotto, per l’indiscutibile tendenza dei due autori ad essere poeticamente diseducativi, nel senso meramente manieristico/formale che diviene marca esemplare propria e personale dell’espressione artistica dei due, fatta letteratura in una poesia altissima ed irrecuperabilmente unica ed emblematica, colta ed “anormale” fino allo sfinimento. E non a caso in Sanguineti la commistione nel testo delle forme linguistiche più disparate allo scopo di raggiungere una dissoluzione del linguaggio in ottica avanguardista o meglio dire neoavanguardista; viene proposta come la più alta forma possibile d’opposizione all’ideologia borghese e registrazione della crisi storica della stessa nella sua meretoria forma politica e letteraria. Partendo quindi da Laborintus, poemetto scritto tra il 1951 e il 1954, prima opera matura, composta da ventisette lasse racchiuse da una sorprendente ed elaboratissima sagoma formale, possiamo concepire l’operazione messa in atto da Sanguineti premettendo che la struttura del suo monologo non è desunta dalla letteratura ma dalla musica di Schönberg e Webern che possiamo definire, da un lato, espressionista, se ci riferiamo all’intensa emotività che riesce ad esprimere ed intendere; dall’altro invece atonale in riferimento all’aspetto tecnico. In essa si chiude ogni sudditanza con la tonalità e la teoria tradizionale per giungere alla teoria dodecafonica, in questa idea di musica tutti i suoni sono uguali, dodici, come i gradi cromatica e tra essi non è riconosciuta alcuna relazione gerarchica d’origine tonale come avviene invece nell’armonia classica. Questa musica è atta, soprattutto, a riprodurre la realtà, o per meglio dire, la verità del mondo in quella mimesi «rumoristica» che gli è propria: rappresenta la fase conclusiva della crisi del sistema tonale e in parte la demistificazione di una musica basata, in realtà, su dei falsi rapporti di coesistenza tra i suoni; detto questo e riferendoci al Laborintus possiamo dire che in esso il monologo sanguinetiano (o viaggio intellettuale) può essere definito in «una sintassi seriale che traspone linguisticamente il procedimento dodecafonico» (A.Giuliani, Laborintus, in Immagini e maniere, cit.,p.83.). Proprio questo asintattismo (definizione di G.Dorfles, discorso tecnico delle arti,p.153) o «asintassia» termine usato in correzione al primo dal Giuliani in Introduzione a “I Nuovissimi”, che ha lo scopo di abolire gli elementi di raccordo logico del discorso, cioè i segni di interpunzione ed i verbi, da considerarsi come parte o componente dinamica nel periodo, e così proponendo nel testo un dominio della sintassi nominale che diviene prassi (o praxis, nella sua razionalità storica) di una configurazione del caos, che ha senso citando Gombrovicz «all’arte si dovrebbe esprimere non l’inesprimibile del bello, ma l’inespresso del vero». Questa scelta rivoluzionaria funziona nella continua e cattivissima infrazione della legge dell’isotopia semantica nel testo, legge secondo la quale ogni immagine o testo è subordinato nella sua organizzazione al principio della contiguità semantica, ovvero tende ad essere «colto come un insieme di significazione» (cfr. A.J. Greimas, Semantica strutturale, Rizzoli, Milano 1968, p.83). Il senso del caos è così da intendersi come ricerca materiale della verità o del vero, che varia dal realmente accaduto al «verificabile» in senso brechtiano, tutto questo in un apparente «esaurimento» termine inferito da Andrea Zanzotto al Laborintus per limitarlo e in qualche modo giustificarlo come un trascrizione compiuta di un simile stato mentale, definizione che Sanguineti, solo anni dopo (1965) completerà e rivaluterà nella formula di «oggettivo esaurimento storico». Quindi, esaurimento come manifestazione del viaggio intellettuale e fuga dalla palus putredinis (palude del putridume) cioè dell’anarchismo e dell’alienazione umana che in visione autre (per dirla alla Barilli) possiamo definire in un’allegoria del caos che sta proprio nel sottendere (dal greco: állei «altrimenti» e agoréuo «parlo») la progettazione di quel disordine ma questo è solo un secondo livello di intendimento, poiché, in definitiva quest’inganno e questa falsificazione formale non è dovuta ad altro che, appunto, all’interpretazione di Sanguineti di marxista critico atto « al più astuto saccheggio e sabotaggio del sistema socioculturale dominante » (cit. di A.Pietrepaoli, in Unita e trinità di Edoardo Sanguineti, Poesia e Poetica, edizioni scientifiche italiane). «La tradizione non è data ma è prodotto di un lavoro immenso, la tradizione quindi non c'è; invece nella cultura borghese si è fatto strada il concetto che la storia sia santificatrice di tutto ciò che è stato». Secondo Sanguineti, quindi, è impossibile evidenziare il valore storico della tradizione, poiché troppe e molteplici sono le «incrostazioni» lasciate in eredità dell’estetica borghese. Demistificazione e riduzione
dell’io nella poesia sanguinetiana ritorna mia luna in alternative
di pienezza e di esiguità (aprile 1951) Laborintus 8, Mikrokosmos Poesie 1951-2004 Feltrinelli 2004
La poesia
è ancora praticabile, probabilmente: io me la pratico, lo vedi Nelle opere successive, fino a quelle più recenti, Sanguineti ha voluto dare una rappresentazione di un reale quotidiano, dando spazio al senso del grottesco, talvolta triste per consentirsi una sopravvivenza (poetica e politica) nella società borghese , condotta sulla pelle del proprio sosia, un diseroe sconfitto, ma solo scenicamente, (una lontana copia del sub-eroe laborintico) ed orientata verso un’inesorabile perdita di se stesso «nella morte in miniatura» appunto, e proprio in quest’auto-estinzione proposta in Postkarten 62 e che per assurdo, è un io camuffato in questa fase di mezzo della sua poetica; perché per Sanguineti «Il senso del tragico, che probabilmente è un'invenzione greca, nel '900 si è perso per dare spazio al senso del grottesco».
Ritornando al riferimento alla seconda scuola di Vienna, quella di Schönberg e Webern con il quale siamo partiti per definire la scelta stilistica e formale dell’operazione poetica del primo Sanguineti; dobbiamo, specificando, scrivere che la possibilità di proposta in Schönberg e Webern solo pochi anni dopo culminerà ed avrà con maggior senso nell’opera del più dotato del gruppo, ed esprimo un’opinione personalissima in questo, e tendenziosa per gusto, l’ancora non citato Alban Berg; poiché nella sua musica il trend, chiaramente sempre producente in sviluppo del lavoro del maestro Schönberg si avvicina progressivamente, dopo un periodo di libero atonalismo, alla tecnica dodecafonica, che ebbe la prima deliberata applicazione nella Suite lirica. Berg dotato di un fortissimo istinto della forma e di un gusto innato per la costruzione lucida e complessa, nella quale si riconosce la profondità della sua cultura, con la sua musica supererà ogni pericolo di formalismo accademico attraverso una vigorosa ispirazione drammatica e un intenso, allucinato lirismo che ne fanno uno dei più tipici interpreti della sensibilità espressionistica: Il risultato sarà quello lampante e inappuntabile dei suoi due capolavori Wozzeck e Lulu; opere divenute due classici del teatro musicale contemporaneo. In quest’ottica di proposta, potendone fare in azzardo un paragone, per meglio dire un parallelismo con il nostro poeta, riesco meglio a dare l’idea che mi sono fatto, anche, del lavoro di Edoardo Sanguineti che in effetti, anche per semplice associazione mentale, e inderogabilmente legato alla musica e al teatro. Tra i più svariati musicisti atti ad una forte ricerca e che in questi ultimi anni hanno collaborato con Edoardo Sanguineti si registrano, tra gli altri, i nomi di Luciano Berio, Vinko Globokar, Fausto Razzi, Luca Lombardi, Vittorio Gelmetti e Andrea Liberovici, oltre un quarantina di musicisti che lavorano verso una ricerca musicale imprescindibile da quella attuata da Sanguineti in poesia e, più in generale, nell’arte. Particolarmente importante il lavoro con Berio, in A-Ronne, opera nata su un testo appositamente scritto da Sanguineti (1974-75), emergono in essa, meglio che altrove, gli elementi fondanti della collaborazione e dell’esperienza poetico/musicale, proprio in termini di capacità connotative della musica, che in questo lavoro sono continuamente messe alla prova. Non a caso l’opera A-Ronne va considerata, a detta del compositore, un documentario su una poesia, dove gli strumenti per la dotazione di senso sono il dialogo ed il costante passaggio dal caos all’ordine, dall’indifferenziato al differenziato e viceversa; il tutto senza rinunciare, s’intende, ai processi tipici della musica (ripetizione, contrasto,ecc); ricordiamo anche le opere Passaggio, Laborintus Due; firmate Berio-Sanguineti e risalenti ai primi anni sessanta. E proprio riferendoci a quell’atonalità musicale proposta dalla ricerca della seconda scuola di Vienna, e ad cui partono i musicisti della «nuova musica» che mi permetto di definire musica liberata, anche in Sanguineti possiamo riscontrare, e soprattutto nella prima fase della sua poesia, ma non solo, l’uso di un verso di simile definizione. Atonalità del verso da intendersi come verso meramente gestuale, un recitativo (spesso drammatico) che per strutturazione ci indica la sua destinazione ed uso possibile; «action poetry» nella definizione proposta dal Giuliani ( I Nuovissimi… ,cit, p.97 ) che a sua volta sta citando Cesare Vivaldi. Questa scelta è atta a descrivere ed evidenziare «quel fondo di armonicità naturale» del verso, di cui Giuliani ci spiega meglio il senso ripartendo dalla contrapposizione proposta dal Lucini tra l’«armonia» dei versi nuovi e la «melodia» di quelli antichi. (G.P.Lucini, Le armonie sinfoniche, in «il Verri», ott.’70). Cioè il nuovo verso libero proposto (atonale e quindi dinamico, informale, gestuale, aperto) sarebbe fondato su una non meglio precisata misura del «respiro», credo specificando, misurato sulla durata del respiro, anche definibile in una concezione ritmica del testo più costruita per l’orecchio che per l’occhio, in questo verso in cui la sintassi è costituita e organizzata nel ritmo-verbale, e non più animato dalla versificazione tradizionale, cioè quella con l’alternanza opposizione atona/tonica, ma invece verso articolato per cola o segmenti micro-sintattici di varia estensione che costituiscono le unità ritmiche, di conseguenza la lettura deve tener conto della durata di ogni unità. Per meglio indirizzare questa definizione «respiratoria» il Pazzaglia addurrà che il verso moderno (quello atonale preso sotto esame) «tende a plasmarsi su un idea nuova (…) del defluire del discorso interiore, con i suoi scatti, e i suoi riposi, la sua imprevedibile avventura che non tollera più di essere costretta in schemi precostituiti (M.Pazzaglia, op. cit., pp.260-61). Quindi, mi sembra di poter esprimere, candidamente, che è necessario in questa analisi collocare il problema metrico sullo sfondo ideologico, socio-culturale e linguistico in un caso esplicitamente ideologizzato come quello di Sanguineti. Così la necessità di proporre un vero del verso capace di riprodurre la realtà del gesto, quindi allegoria del atteggiamento conoscitivo-pragmatico verso la realtà dello stesso autore (e attore, tornando all’effetto V brechtiano). Nuovamente, per spiegarmi meglio, propongo il parallelismo su più livelli con il D’annunzio, per iniziare, il quale, attua nella sua opera una liberazione polimetrica del verso, o anche il Pascoli, particolarmente significativo in tal senso, nella sua incapacità, o meglio dire riluttanza, nel liberare il verso: tre autori che più d’altri (e tra gli altri) rappresentano in poesia e nello stile l’attuazione, conscia o meno, della propria ideologia e status nella collocazione sociale. In questo il tragico si configura come mimesi del disagio contemporaneo che appunto, per vocazione coeva, ci sembra, scaturisca nel grottesco come unica possibilità dello strumento sovrastruttura letteratura di emissione nella globalità del suo contesto storico. Il teatro di Edoardo Sanguineti La scrittura teatrale di Edoardo
Sanguineti, mira ad una decisiva (come del resto nella sua arte in generale)
messa in crisi della parola, e di ciò che gli giara attorno, e
del linguaggio e alla conseguente ricerca di strutture nuove ed alternative
su cui fondare la comunicazione. La parola diviene, nell’idea di
teatro proposto da Sanguineti, materiale creativo attraverso cui svincolarsi
dall’hortus conclusus degli schemi letterari precostituiti. Il teatro
di Sanguineti è un teatro ad impianto antinaturalistico, si affranca
dagli obblighi della tradizione aristotelica, avvalendosi di precise coordinate.
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