 Stefano
Donno
Il "Battesimo" di Davide Nota
Milano, Lietocolle, 2005
Quante stagioni ancora passeranno,
prima di scoprire che non si è ancora maturi per tenere dritto
lo sguardo dinanzi alla luce sfolgorante della Poesia. Fare versi oggi
è diventato come andare tutte le sante mattine a cagare nel cesso,
qualcosa che tutti possono realizzare con il minor impiego di energie
e la massima rendita, come qualcosa di fisiologico, elementare, naturale
come il cadere delle foglie gialle, dagli alberi, in autunno. Fosse soltanto
questo! Tra i poeti esiste una benevola idiosincrasia antropofagica, nel
senso che nella maggior parte dei casi, se potessero divorarsi tra loro
con rabbia cieca a brani a brani, soddisferebbero quella tendenza appetitivo-cannibalesca
tanto da renderli bestialmente satolli. L’immagine più consona
sarebbe quella di Polifemo, che dormendo rutta e vomita pezzi di cibo.
Tutto per una corona d’alloro? E se è vero poi che la Poesia
nasce dal sacro sposalizio dellamortedellamore, riferiamoci ad esempio
al Matrimonio del Cielo e dell’Inferno di William Blake, come mai
la realtà in tutta la sua complessa fenomenologia, si trasforma
in oggetto da cantare entro gli angusti limiti di un io spossato, decrepito,
macilento, che a stento sopravvive al peso di una quotidianità
mai così grigia, paranoica, asfittica come quella in cui ci troviamo
a svolgere le nostre esistenze? Colpa di chi, allora? Per un gene x, attaccato
come una sanguisuga all’Area di Broca dei poeti, sembra irrinunciabile
l’esposizione in qualche vetrinetta performativa, non fosse altro
perché la poesia non ha mercato e deve ridursi a trovare nell’accattonaggio
di attenzione, uno spazietto dove lasciarsi ascoltare. Occorre però
non lasciarsi prendere da una certa insoddisfazione di fondo per la poesia
degli ultimi anni, anche perché non sarebbe giusto non prendere
in considerazione quel minimo di resistenza che scorre nelle vene di chi
con i versi ci vive ogni giorno. Sì, perché oramai di resistenza
si deve parlare, quando non rimangono che ricordi sfocati di seratine
lungo i cigli di una strada, quando i denti battono per il freddo sabotando
sogni sul parabrezza di una macchina qualsiasi senza nemmeno una tenera
sciarpa che coccoli orgasmi di poco conto, oppure mentre scorrono pagine
e pagine sul cuscino di carne, lungo i peli della schiena, delle gambe,
del pube. Sì e resistenza è quella che ci propone Davide
Nota nel suo “Battesimo” edito per i tipi di Lietocolle, una
casa editrice per la quale nutriamo un certo interesse. Non risulta tediosa,
anzi forse più che necessaria, la nota al volume a cura di Gianni
D’Elia, che per mano ci fa accomodare dinanzi al palcoscenico di
questa raccolta di versi, e lo fa tessendo un’ organica sintesi
ermeneutica circa i versi di questo poeta: “ C’è un
mettersi alla prova, dall’io agli altri, un insistere su certe cose,
le più pericolose per uno scrittore: l’eros e l’identità,
la querelle familiare, le radici da inventare, la discesa sul campo dell’esperienza
autentica dell’inautentico privato e sociale, con una violenza lucida
a dissacrare se stessi, religiosa”. E come avrebbe detto Indiana
Jones, per fare riferimento ad un icona pop contemporanea, sull’uomo
penitente che si inginocchia al cospetto di Dio, per Davide Nota non un
eccesso di sovraesposizione egotica nei suoi versi, ma mistico rispetto
per Poesia, quella strana bestia che non si lascia addomesticare, anzi
sputa, rutta, e scorreggia dinanzi agli orpelli degli impuri. E così
leggiamo in Trasimeno: “ Ed io non scrivo che poesiole, dette/ dal
vocioso strale su cui ribatte/ il sole e flette di sua luce il viale/
ombroso, con i bus che alterni passano/le comuni ore soffiando polveri/
che stingono la mattina incolore”. Estasi santa di miscelanza inerziale
come direbbe più avanti Nota. Procedere incoscientemente lungo
i viottoli più lugubri dell’esistenza, sondando gli abominii
delle ore e dei giorni, oscillando tra euforia ed entusiasmo, il poeta
sente necessario trovare un dialogo disincantato con se stesso e la sua
parte più lucida, giusto per non perdere la bussola, anche se con
grande sacrificio e tante ferite e lacerazioni. In Embrione leggiamo:
“ So che in me l’embrione della ragione/ arde, freme, si divincola
– coda/ di lucertola mozzata – si snoda/ per poi morire in
questa castrazione/ che in sé è forza e condanna. L’azione,
/ in questo cielo glicine che cova una dolcissima e tiepida storia/ di
morte, si riduce a condizione necessaria per un vile ripiego/ nella storia
comune quotidiana/ dove solo l’incoscienza, immune/ da ogni nuovo
strategico diniego/ di scienza (…)”. Per Davide Nota, nella
sua aderenza alla solitudine, quella che ricorda Rimbaud, Pasolini, e
perché no, Caproni, e Luzi, trova il modo di dominazione corporea
di questi stati di dormiveglia poetici attraverso il sesso, o quasi una
sorta di magia sessuale, forse meno blasfema di quella di Crowley, e più
vicina alla penombra di un estetica maledetta e decadente, come in Prima
Prostituzione e Passione: “ Con felina malizia la sottana/ trascina
a suggerire, lieve, il sesso/ e dall’oscura mutandine che emana/
un ossesso profumo di cipresso/ l’intenso livido lascia fiorire
…”; e ancora “ (…) così attende, bramando
la sua morte/ principale, che il sesso entri in lei, che la divori, crudele,
il seme …/ con occhi logori (…)”. Ma non ancora del
tutto soddisfatto Davide Nota, non ne trascriveremo i versi, perché
troppo infuocato ne è l’animo per non leggere un piccolo
contributo alla lotta contro l’anonimìa dilagante di oggi,
si scaglia, un tempo avremmo detto come novello Cecco Angiolieri, nella
più immediata contemporaneità pensiamo all’ Avvelenata
di Francesco Guccini, contro tutto e tutti nel componimento La Carne,
divenendo egli stesso acqua, fuoco, terra, cielo, abisso. Il volume “Battesimo”
di Davide Nota, diviso in tre sezioni, consigliamo di leggerlo non tenendone
assolutamente conto dal momento che la narrazione poetica trova già
una sua più che discreta organicità lungo un discorso abbastanza
solido, lo troviamo ricco di dotti riferimenti poetici, individuati anche
dallo stesso D’Elia, e soprattutto denso di un lavoro metrico e
stilistico ricercato ed equilibrato. Con vivo interesse, possiamo dirlo
in tutta franchezza, attendiamo i prossimi lavori di questo poeta.
Davide Nota è
nato il 21 Novembre 1981 a Cassano d’Adda (MI). Attualmente risiede
ad Ascoli Piceno dove è stato redattore del trimestrale letterario
“La Biblioteca di Babele” [2001-2004]. Dal 2005 partecipa
alla direzione del foglio quadrimestrale di poesia e realtà “La
Gru”. Ha pubblicato testi su varie riviste ed è presente
nelle antologie “Altri Salmi” (Gallo et Calzati), “Parco
Poesia 2004” (Guaraldi), “Punto di raduno, poeti piceni”
(Provincia di Ascoli Piceno) e “La coda della galassia” (Fara).
Nel 2005 è uscita per le edizioni Lietocolle la sua prima raccolta
poetica, Battesimo.
nella sezione testi di questo numero
troverete alcune poesie tratte da Battesimo |