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Rossano Astremo
Lo scrittore contemporaneo
nelle trame-rizoma del precariato lavorativo
E se la finzione fosse più fottutamente
vera della realtà? Se la scrittura fosse un’arma contundente
per porre allo scoperto il sommerso e il sottaciuto di questa società
capovolta nella quale, non per nostra volontà, siamo costretti
ad agire? Prendete, ad esempio, la confessione di Roberto Saviano in un
pezzo apparso su Nazione Indiana dal titolo Scrivere sul
fronte meridionale. Lo scrittore casertano è stato interrogato
per molte ore dai carabinieri della compagnia di Casal di Principe su
mandato della Procura Antimafia di Napoli per alcuni testi comparsi in
rete. L’accusa? Quella di sapere troppe cose per essere uno scrittore,
quello di aver messo il dito nelle piaghe purulenti del connubio malavitoso
tra grande imprenditoria e camorra. Saviano insiste, ripete più
volte, “cazzo, io sono uno scrittore, scrivo racconti, la mia è
pura finzione”. La risposta che gli viene data, in realtà,
è un’altra domanda: “Lei sa dove è nascosto
Bernardo Provenzano?”. Mi sembra che stia prendendo sostanza un
interessante filone letterario che non riguarda solamente gli scrittori
sudisti, ma che possa, a tutti gli effetti, estendersi a tutto lo stivale:
quello di una letteratura che si scaglia a muso duro contro un sistema
che castra ogni velleità di esistenza serena, di una letteratura
civile che mostra le piaghe pustolose generatesi da anni di becero belusconismo
d’accatto. Tra le striature complesse di un sistema editoriale denso
di nuove uscite, ci soffermiamo sulle trame variegate di oggetti narrativi
che fanno della precariato lavorativo la ragion d’essere del loro
essere scagliati nel calderone indigesto del sistema librario nostrano.
Considerate Pausa Caffè di Giorgio Falco, pubblicato dalla
Sironi, casa editrice milanese che si avvale del nobile lavoro
di talent scout di Giulio Mozzi. Il romanzo d’esordio di Falco è
un affresco gelido di Milano, città nella quale il lavoro non è
più lavoro, dove non c’è più la fabbrica, ma
esiste una raffica indistinta di impegni, traffici e desideri. Il romanzo
è costituito da una serie di riflessioni, monologhi, microstorie,
registrazioni di telefonate, segreterie telefoniche, slogan, passioni.
Falco disegna con mano sicura la città che incontriamo ogni giorno
al bar, in ufficio, al telefono. Precari, licenziati e licenziandi, pornostar,
televisivi di basso livello, blateratori radiofonici, mestieri sfuggenti
ad ogni classificazione razionale.Un mondo non sconfitto, ma certamente
senza speranze. Ha scritto Aldo Nove parlando di questo romanzo: “Trecentocinquanta
pagine di brandelli di mondo lavorativo che diventano brandelli di ego
e residui organici di una società sull’orlo di una esplosione.
Falco, scrittore mimetico come pochi, racconta la vita dei precari con
una scrittura fortissima nella connotazione e precaria a sua volta nell’imporsi
un uno stile, piuttosto rapsodico e in grado di coprire, con il linguaggio,
tutti gli stilemi, ma anche le forme di vita, di quei lembi di reale in
cui si muove o s’arresta il lavoratore precario”. Pensiamo
poi a Nicola Rubino è entrato in fabbrica dello scrittore
di Altamura Francesco Dezio, uscito con Feltrinelli.
Ecco una breve e simpatica biografia dell’autore presente nel romanzo:
“Sono nato nel 1970 nella città del pane e dei salotti (ma
potrebbe diventare presto anche la città del carboncello o della
salsiccia tagliata a punta di coltello – diciamo a periodi). Il
24, il giorno di Gesubbambino, nasco, erompo sulla scena. Il mio esordio
letterario risale al 1998 in un’antologia similtondelliana che si
chiama Sporco al sole, racconti del Sud estremo. Il mio racconto
viene definito una sorta di Trainspotting. Poi finisce il periodo
di disoccupazione e frequento un corso di formazione quale operatore alle
macchine C.N.C. (controlli numerici), seguito da uno stage di mesi due.
E poi la Grande Fabbrica. E poi ancora Disoccupazione. Mentre accade tutto
questo partorisco abbozzi di storie – una deriva ontologica degli
accadimenti. Anche piuttosto rabbiosa. Scrivo negli orari più impensati.
Di solito a fine turno, quando i ricordi sono ancora freschi. Mi levo
il sonno dagli occhi e scrivo. Anche durante le pause di lavoro. Osservo
e scrivo. Loro parlano e io scrivo. Mi comandano, mi sfottono, ci litigo,
mi minacciano, mi licenziano – io scrivo. Scrivo tutto. Loro hanno
abusato di me due anni a formazione. Io abuserò di loro in eterno,
punto e basta. È così che si fanno i buoni libri, almeno
quelli che piacciono a me.” Quello di Dezio è un romanzo-reportage,
dal carattere spiccatamente autobiografico, che mette crudamente in evidenza
le condizioni di lavoro dilanianti dell’operaio nella società
postindustriale. Nicola Rubino, alter-ego di Dezio, è un trentenne
operaio pugliese, il quale, dopo mesi e mesi alla continua ricerca di
una chimera chiamata lavoro, ha finalmente la sua occasione. Una multinazionale,
“leader nel settore” della produzione dei motori diesel, lo
ha assunto con un contratto di formazione. Un futuro garantito e tutelato
dal mitico posto fisso lo aspetta come un miraggio al termine del periodo
di prova. In mezzo, ci sono sei mesi di lavoro infernale: ritmi di produzione
pazzeschi sotto il ricatto continuo del licenziamento, le vessazioni dei
capi, l’incomprensione dei colleghi. Nicola, del resto, è
quel che si dice una testa calda, svelto di mani e di parola: praticamente
ingestibile. Però osserva e registra tutto, lasciandoci assistere
alla messa in scena di sogni e frustrazioni della classe operaia precarizzata
in luoghi e momenti topici del lavoro in fabbrica: davanti alle macchine,
durante la pausa-caffè, in mensa. Il tutto filtrato da una “ironia
solforica” talmente vitale e genuina da restare costantemente al
di qua dell’ideologia. La fabbrica, oggi come negli anni sessanta,
quando erano scrittori come Parise, Volponi e Testori a raccontarci la
grande industria del Nord, è ancora un mostro capace di stritolare
le risorse umane attraverso un meccanismo perfetto di consumazione del
corpo e di annullamento della volontà. "La fabbrica si prende
tutto", divorando perfino lo spazio narrativo. Non c’è
quasi nulla nel romanzo che accada fuori dai suoi cancelli. Sono passati
venticinque anni da Tuta blu del barese Tommaso Di Ciaula, pubblicato
nel '78 nella collana “Franchi narratori” della stessa Feltrinelli,
e in Puglia, nuovamente, con Nicola Rubino è entrato in fabbrica,
il mito operaista è messo al bando dalla bassezza della denuncia
di uno sfruttamento senza vergogna. Nicola Rubino è entrato in
fabbrica è un romanzo “politicamente scorretto”, che
mette a nudo le ferite dell’attuale Governo italiano, capace solo
a risolvere le questioni che s’impigliano nello spazio ristretto
del suo ombelico, ignorando l’inferno feroce della realtà
sociale che attorno si agita. O inoltratevi nella lettura di Cordiali
Saluti di Andrea Bajani, edito da Einaudi, nel quale il protagonista
compone lettere di licenziamento, piene però di “sensibilità,
empatia, cordialità, fermezza e attenzione al prossimo”.
Di commiato in commiato, l’anonima voce narrante vede la sua carriera
progredire in parallelo con la malattia che ha colpito il suo predecessore.
E così mentre i suoi sentimenti (imbarazzo, affetto, solidarietà
e dispiacere) diventano policy aziendale, il protagonista si rivolge al
mondo di fuori per cercare la verità di queste emozioni. Ha dichiarato
Bajani in un’intervista: “Il mondo dell’azienda, con
la retorica motivazionale che gli è connessa, è una sorta
di scatola nera in cui i nomi delle cose non sono più collegati
alle cose… L’azienda vuole che i suoi collaboratori siano
felici, e allora organizza per loro crociere, scampagnate, i panettoni
sulla scrivania per Natale, i brindisi per santificare gravidanze di collaboratrici
che fatalmente perderanno il lavoro. Non esiste compassione possibile
semplicemente perché l’azienda si propone come universo totalmente
sostitutivo. Ti propone uno scambio mefistofelico: rinuncia alla tua vita,
alla tua famiglia e a tutto il resto penseremo noi”. E, perché
no, il Massimo Carlotto di Niente, più niente al mondo
(edizioni e/o), nel quale è la voce di una madre a parlare, tra
le buste della spesa, i soprammobili comprati in edicola nelle infinite
collezioni delle riviste, una donna disperata costretta dopo il licenziamento
del marito dalla fabbrica a mutarsi in colf, in concorrenza perenne con
le slave. Ha scritto Roberto Saviano, recensendo questo testo: “Carlotto
è riuscito in questo capolavoro a celebrare la quotidiana morte
dell’anima”. Oltre alla pubblicazione di romanzi che affrontano
la tematica del lavoro precario, consideriamo due testi antologici. Il
primo è Teoria e tecnica dell’artista di merda, edito dalla
Valter Casini di Roma. È un’antologia curata da
Claudio Morici, al cui interno presenta una sezione dal titolo inequivocabile
di L’artista di merda fa il doppio lavoro (Il secondo è
in omaggio). Se abbandoniamo la pratica della narrativa, per abbracciare
il filone della ricerca-inchiesta, da leggere assolutamente è il
testo Precariopoli, volume collettaneo edito da Manifestolibri, un libro
che raccoglie alcune inchieste sui ricercatori dell’Università,
operai di Melfi, dipendenti dell’aeroporto di Fiumicino e autoferrotranvieri.
Concludiamo con il romanzo di Giuseppe Caruso, Chi ha ucciso Silvio
Berlusconi, edito da Ponte alle Grazie. È una storia come
ce ne sono tante in Italia, almeno all’inizio, in un posto che potrebbe
essere ovunque ma che è a Milano. Ettore Saleri ha 25 anni e si
è appena laureato in Storia. I suoi genitori, mamma casalinga,
papà in pensione, hanno già trasformato la gioia in preoccupazione
per il suo futuro. In effetti, il “mercato” di un laureato
in Storia è molto, molto basso. Ettore, se da una parte sente forte
questa stessa preoccupazione, dall’altra la stempera un po’
con l’idea che avrebbe preso qualsiasi lavoro gli si presentasse.
Quando si sente particolarmente giù, va a trovare Max, amico del
papà, ma ormai molto di più amico suo. Max ha un passato
da sindacalista di sinistra, anche se adesso la sua vita volge ad un certo
declino più psicologico che fisico. La difficoltà di Ettore
nel cercar lavoro, i colloqui nell’agenzia interinale, i lavoretti
di data entry, sono perfettamente reali, anzi, mi ci sono pienamente trovato
avendo fatto più o meno lo stesso iter. Una sera, Ettore e Bruno,
altro suo amico squattrinato, sono al centro sociale vicino casa. Incontrano
Allegra. Ettore è un po’ innamorato di Allegra, da quando
la conobbe, a Genova durante il G8. Allegra è una ragazza particolare,
tanto dolce quanto lunatica, abbastanza impegnata politicamente, studentessa
in Statale, e iniziano a frequentarsi ed amarsi, anzi per Ettore Allegra
è la valvola di sfogo, visti i lavoretti, che fa, alcuni dei quasi
faticosi e pagati in nero, per Ettore Allegra e la consolazione quando
improvvisamente il padre muore. Ad un certo punto, però, Allegra
lo lascia senza un perché. E per Ettore è una botta senza
precedenti tanto che si convince che lei l’abbia lasciato per un
altro. E si mette a seguirla. E scopre che ogni tanto va in case sconosciute,
in genere alla periferia di Milano, dalla quale esce accompagnata sempre
da persone diverse. E quando finalmente i due tornano insieme perché
separati proprio non possono stare lui prima con sgomento ma poi sempre
più accondiscendente e convinto scopre che Allegra fa parte del
“Gruppo Rosso Combattente”, un gruppo eversivo di estrema
sinistra che, bandita la violenza verso le persone vuole comunque farsi
notare per dire all’Italia che la stagione della protesta “alternativa”
non è terminata. Senza anticipare il finale, una premessa è
d’obbligo. Il romanzo di Caruso non caldeggia affatto l’uccisione
di Silvio Berlusconi, ma è solo una provocazione, una specie di
“evento simbolico”. Silvio Berlusconi in questo romanzo, e
non solo, rappresenta il simbolo del malessere reale in cui versano i
giovani, che non trovano lavoro e devono quasi prostituirsi alle agenzie
di lavoro interinale, senza diritti, e quando trovano pidocchiose occupazioni,
massacranti e sottopagati. Berlusconi è simbolo di una classe dirigente
che, in nome della esasperata flessibilità (perché così
a loro fa più comodo), toglie ai giovani il futuro. Caruso è
scrittore-metonimia che dimostra a lettere cubitali come la narrativa,
ma, la letteratura tutta, nell’era topica del berlusconismo-sistema
di potere criptico, caldeggi fortemente la tematica della recrudescenza
del conflitto sociale e del lavoro. La caduta del Governo/Azienda diretta
da Mister Trapianto Bis, che avverrà nel maggio 2006, quali novità
apporterà nei solchi sfarinati della nuova narrativa? |