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Elisabetta Liguori
Un giorno nuovo a Napoli.
Leggendo i racconti di Valeria Parrella.
Mosca più balena, Minimum Fax,
Per grazia ricevuta, Minimum Fax,
Per una donna
che scrive la sindrome del tunnel carpale è una iattura. Magari
un vanto da super lavoro intellettuale, ma pur sempre una disgrazia, soprattutto
se poi a casa la sera devi sbucciare le arance ai tuoi figli. Per Valeria
Parrella la stessa sindrome, descritta in uno dei suoi racconti raccolti
in “Per Grazia Ricevuta”, l’ultimo
successo, diventa metafora della diffusa incapacità di prendere
in mano la propria esistenza, di rintracciarne il timone, di guidarne
il percorso. A trent’anni, o giù di lì, siamo sempre
noi quelli alla deriva, quelli che hanno perso i punti di riferimento:
prima c’era il contrabbando brindisino come quello napoletano, adesso
non più; un tempo la famiglia era un blocco non friabile, adesso
invece è una piazza: gente che va, gente che viene; all’inizio
la droga non guariva nessuno, adesso dà lavoro sicuro e ben retribuito
e anche i ricchi, se ci pensi, non sono più quelli di prima; e
poi i figli unici: prima erano in pochi, adesso sono un esercito e unici
non vogliono più essere, per questa ragione s’inventano amici
infinitamente accoglienti e reali; oggi le relazioni extraconiugali sono
mera fantasia telematica, non più letti sfatti, colorati da lenzuola
di seta sgualcite e calde, abbandonate in tutta fretta, nessun corpo più
le ingombra.
Siamo trentenni senza riferimenti certi, persi ciascuno nella propria
città.
E una giovane donna parla di noi. Non è facile cogliere l’unità
in una o più raccolte di racconti; non è facile infilare
queste piccole perle colorate e farne una collana. Ci provo.
Le donne di Valeria sono donne con una vista acutissima, ma braccia mozze.
Non solo donne, ma spesso donne. Sanno guardare. E ci vuole una vista
da civetta per cogliere il movimento più sincero e efficace in
una città come Napoli, in penombra, sotto detriti, stanchezza,
rifiuti; spazio urbano in cui l’umana vista non basta a dare movimento
reale al vivere. Quando, nonostante gli sforzi per rendere più
trasparente e netto il quotidiano, ci si muove nella nebbia, allora è
d’ausilio il web, la posta elettronica, la modernità. Tutto
questo a Napoli. Ancora Napoli.
E la Napoli di Valeria è sempre più sporca. La sporcizia
ha colori nebbiosi, opachi, cangianti. Le sue parole sempre più
alcaline. La struttura portante del narrato è come sostenuta da
ponteggi di metallo e ruggine: paratassi, frasi brevi e ritmiche, tipiche
delle short stories. Instabile.
Per fortuna ci sono parole scritte: la loro sintesi implacabile, per quanto
instabile, sembra l’unica soluzione. Scrivere è necessario:
non è mero esercizio di stile, ma espressione di uno stato di necessità
metropolitano. Raccontare è come mangiare: gesto giornaliero e
indispensabile.
Tra i suoi ultimi, il mio racconto preferito è quello dal titolo
“L’amico immaginato”, fotografia di una donna che si
prepara a vivere, che è sempre lì a scegliere i passi da
fare, a riscaldarsi per lo start, a programmare ogni dettaglio, ad arginare
le falle della diga con una sola piccola mano, certa che l’onda
si placherà, prima o poi, per intanto scegliendo, con cura maniacale,
scarpe, reggiseno, saponetta, ordine e disordine, in attesa del momento.
Alla fine questa stessa donna uccide il figlio di questa attesa con un
aborto rapidissimo. Agisce: scaglia un solo fulmine. Definitiva e plateale.
Ed è quello l’unico suo gesto reale, che riesce ad incidere
con un bisturi sulla sua materialità in pausa.
Quello che sorprende di questa scrittura apparentemente istintiva, è
proprio la violenza della sintesi. Ogni frase basta a sé stessa.
Non è questa la tecnica propria del racconto orale, è vero,
ma forse lo è di certa napoletanità, ne ha la stessa musicalità:
lapidaria, essenziale, ma melodica, segnata dalla frettolosità
del pensiero, indurita da cesure istantanee, da crepe che ti si allargano
all’improvviso davanti al naso.
Valeria fa parlare soprattutto donne, è vero, per questo forse
le è più facile essere rapida, ma nonostante ciò
la sua lingua ha peli duri e ispidi, come quelli di certi maschi bagnati
di sudore e mal rasati.
Ci sono anche gli uomini, infatti, ci sono anche loro: forti, desiderati,
incidenti. Qualcuno solo di passaggio, per una notte soltanto, uomini
da weekend, che disperdono spermatozoi nell’aria. Maschi dotati
dell’odore acre e fastidioso di una giornata di lavoro duro, che
si mescola alle polveri pesanti e all’essenza delle lische di pesce
che, imputridendo in vicoli stretti, arrivano all’improvviso, come
uno sputo, sulla faccia imbellettata di Via Toledo.
E’ così: l’universo descritto è composto da
donne, ma sono donne che vogliono uomini, proprio quelli che non riescono
a possedere perché la camorra, il fumo, la droga se li porta via.
Ché poi la Parella lo sa: le donne decidono tutto, tranne l’assenza.
Decidono quello che ancora si può decidere: i regali di natale,
la sala del cinema, la bottiglia da portare a cena. Gli uomini diventano
quello che le donne decidono, anche se solo per un attimo e, laddove le
donne non possono decidere, residua rassegnata la facoltà di non
pensarci troppo e sentirsi vicini ad altri esseri simili, attraverso il
disagio, la rimozione, la reclusione.
In questa apparente solidarietà, s’insinuano poi i piccoli
cambiamenti di ciascuno, i segreti, la menzogna. Così una vecchia
cartolina spedita in carcere e piegata in quattro parti; o un bagno che
crolla sul piano di sotto e toglie il pavimento da sotto ai piedi, diventano
per Valeria scuse ideali per cominciare a camminare su altri terreni,
ché la vita è un caso il più delle volte.
La scrittura della Parrella sembra seguire l’onda di questa casualità
con la leggerezza assoluta del vento. In questo vento a folate, le donne
si muovono senza veri obiettivi: sono quello che il caso le fa diventare,
sono figlie delle loro madri e delle loro richieste votive. Hanno gli
stessi desideri di un cavallo in passeggiata con i paraocchi: desiderano
quello che vedono e c’è ben poco da vedere.
Come
la “Guappetella” in “Mosca più Balena”,
che desiderava i vestitini color panna di Marella, invece del ruggito
tigrato dei cappotti di Cavalli. Non c’era scelta. Non c’era
altro. Le cose più belle assai erano le più vicine. Anche
la protagonista di “Per grazia ricevuta” si ritrova a vivere
a metà tra i propri sogni e quelli della madre. Per metà
come la Mina glamour che canta con Alberto Lupo, e per l’altra metà
come una commessa in pausa pranzo.
Si desidera quello che ci è più vicino, quello che è
dietro l’angolo. Gli altri universi non esistono. I desideri non
hanno grossa fantasia, perché, anche i desideri, infondo, sono
l’esecuzione di una pena, quella che la maggior parte delle eroine
e degli eroi dell’ultima Parrella scontano per debiti altrui.
Così la vita avvicina, la vita isola. La vita risolve. La vita
emette il giudizio definitivo. E’ un fatto di vento, oltre che di
regole. Siamo di fronte ad eroi leggerissimi, che volano via per un alito
da niente. Senza peso. Guardano la loro vita dall’alto, come affacciati
ad un balcone mentre la notte scende sulle insegne al neon, che si staccano
a pezzi. Per questo hanno bisogno di una lingua forte e vera ed un visus
perfetto. Non è facile per nessuno di loro: tutto è confuso,
i colori si mescolano, non ci sono certezze. E forse solo il dolore, dall’alto,
sembra più accettabile.
Mai nessuna conferma che venga dal basso, dalla terra, per i nuovi vinti
dalla sindrome del tunnel carpale; statici prestigiatori, avvezzi a piccoli,
frequenti e rapidi movimenti delle mani.
E’ chiaro come il sole ormai: il mondo letterario della Parrella
è abitato da gente speciale, pur nell’assoluta normalità:
supereroi metropolitani. Individui quasi ciechi, forse; miopi senza dubbio,
ma con poteri straordinari. In questa Napoli miracolosa tutto sembra essere
diventato possibile per una sorta di selezione naturale della specie.
Per spirito di adattamento. Qualcuno più romantico può parlare,
se ne ha voglia, dell’antica e mitica arte di arrangiarsi.
Una coltellata alla schiena, giusto per fare un esempio, non fa poi così
male. Napoli ha disegnato la strada dell’evoluzione. Si può
imparare ad accogliere una lama senza fare resistenza, così che
il colpo sia meno lesivo e giunga piano, senza far rumore, come un titolo
da aggiungere al proprio curriculum. Si può aspettare vent’
anni per un posto fisso. Si può ottenere un laurea ed un posto
da commessa a vita. Si può far nascere un asilo da un appagante
rapporto saffico. Si può sposare il figlio del senatore in piena
compagna elettorale. Per Grazia Ricevuta si può.
Una lezione, quella napoletana, come un’altra, garantita da certi
territori di frontiera in continua trasformazione.
La forza di tutti i racconti della Parrella, che ho letto in solo giorno?
La fluida narrazione della confusione: dell’allontanamento e dell’adattamento,
allo stesso tempo. La narrazione di quelli nati all’alba degli anni
‘70. Dell’altra faccia di una esistenza, figlia di un ballo
che va perdendo la giusta cadenza, il ritmo, che ha dimenticato passi
e regole; un ballo a singhiozzo, irregolare, che porta allo sfinimento,
alla verbosità alcolica o all’invenzione pura.
Tra i suoi cantori ci sono quelli che se la inventano, altri che se la
ridono, altri che aspettano, alcuni che si guardano indietro, altri che
si trastullano, immaginando un futuro psichedelico, da far impallidire
Verne.
Ma tutti, proprio tutti, hanno bisogno di spiegarcela questa loro vita.
In particolare, i personaggi della Parrella sembrano confondersi con l’autrice.
Sono fatti della stessa materia, parlano per sua mano. E parlano, parlano,
parlano…
Tutti raccontano e tutti lo fanno per non perdersi.
Se vi capita, un giorno che siete a Napoli: guardate le strade. Parlano,
urlano come faiasse, rubando idee ai creativi. Valeria fa ordine lungo
queste strade, ché la scrittura alla fine a questo serve: a far
ordine e dare peso. Segna percorsi possibili, piste da seguire, così
che sia oggettivamente più difficile perdersi.
Le sue donne se ne stanno come paracarri ai lati di queste strade. I luoghi
sono segnalati con cartellonica umana verticale: introducono al piacere,
come alla sofferenza, agli odori delle cucine dalle finestre aperte, alle
professioni più astruse, alle ore del giorno o della notte, al
cibo ingurgitato. Una strada non vale l’altra: una segna il tempo,
l’altra fa le domande giuste; una ricorda la morte, l’altra
è luogo dell’arrivo; una all’inizio e una alla fine.
Lo sguardo lucidissimo di Valeria si appunta alle strade, ne coglie i
nei, come si farebbe per conto dell’assessore all’urbanistica.
Parte dai luoghi e arriva ad altri quadri. Dai luoghi, la vita vera; dalla
vita vera, i desideri. Mentre le strade cambiano sempre. Sono il teatro,
l’avanguardia e la tradizione, Totò e Scarpetta che litigano;
sono le assi di legno su cui poggiano scene sempre nuove: la facce, i
ruoli mobili, le chiacchiere, il succo, i neurotrasmettitori della felicità,
le gravidanze.
Il copione, quindi, solo in apparenza è puro istinto: in realtà
è tutto deciso con l’estrema precisione di una planimetria.
Come se Valeria ogni volta srotolasse lentamente sul un tavolo da lavoro
le tracce di un complesso ed articolato piano urbanistico che risponde
a regole precise ed altrettanti artifici. Tutt’altro che nichilista.
Descrivendo il descrivibile nell’illusione di poter rianimare un
universo giovanile ormai senza speranza, benché carico d’immagini.
Ed io, forse per umore, o per fame, o forse per affinità anagrafica,
mi ritrovo ancora una volta a difendere questa letteratura contemporanea,
con angoli visuali variabili, ma non contraddittori. Con orgoglio. A vigilare
sul coma.
Anche se questa nostra generazione d’uomini non conta socialmente
proprio un bel nulla e comincia solo oggi a rendersene conto. Oggi che
si è ancora alle prese con la gestione ragionata della propria
paghetta settimanale e dei propri sogni, a quasi quaranta anni.
Così per dire. Una mia lontana parente, una coetanea, rivista ieri
dopo anni, mi diceva candida che lei voleva trovare a breve un mestiere
dignitoso che le lasciasse sfruttare le sue competenze specifiche e liberi
tutti i pomeriggi, per fare compagnia alla madre vedova e malata. In fondo
a trentasette anni le mancavano solo cinque esami alla laurea. E che sarà
mai? Continuava dicendo che no, non avendo molta pazienza, di figli ne
voleva massimo due. Dico due! Era come Trilly lei: non lo sapeva ancora
di essere prossima alla menopausa la lucciola; non l’aveva ancora
capito che per il mercato del lavoro lei non era mai esistita, né
mai lo sarebbe stata in futuro. Lo dice anche Curzio Maltese nell’ultimo
Venerdì di Repubblica: siamo vecchi-giovani un po’ riconglioniti,
pieni di fantasie e chili di troppo. A cui raccontare bugie, perchè
sappiamo ascoltarle e crederci, magari fino all’estremismo.
Applausi: il sipario si apre di nuovo. Nonostante tutto. E non sarà
l’ultima volta.
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