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Stefano
Donno
Gian Carlo Fusco, Duri a Marsiglia.
Einaudi Stile Libero Noir, 2005, pp. 198
Il nero. In grado di assorbire tutte le radiazioni
ottiche che riceve, tanto da non rimandarne alcuna che ecciti l’occhio.
Proviamo su un altro piano. Simbolo del lutto, della disperazione, della
separazione, di cattivo augurio, di pessimismo, di monotonia, di ostilità
cupa, di grave preoccupazione, di paranoia, associato all’inferno
o ad una coscienza macchiata dal peccato, o ancora dagli scheletri nell’armadio
che tutti (chi più chi meno) ci portiamo dietro e che talvolta
di notte fanno tirare tardi prima di lasciarci addormentare tranquilli.
Il nero. È una dimensione del simbolico che non difficilmente si
lascia trasportare su latitudini di senso che fanno riferimento al losco,
al clandestino, al criminoso. Leggendo Duri a Marsiglia, di Gian Carlo
Fusco, si rischia di camminare alla cieca lungo gli impervi sentieri dell’oscurità.
In essa, come quando si è al buio, quando ovunque non c’è
nemmeno un tenue barbaglio, quando non si ha nessun appiglio per rendere
più sicuro il passaggio nell’ignoto, ovvero in tutto ciò
che deve ancora accadere, e che non può essere previsto, che atterrisce
quindi perché inevitabile, ogni cosa diventa condizione di una
tensione verso il lecito e l’illecito, come tendenza appetitiva,
vorace, assolutamente da soddisfare. Si può diventare facile preda
dell’angoscia, è quasi ovvio. O si decide di proseguire il
cammino, o ci si toglie di mezzo! A pag. 17 dell’introduzione a
cura di Tommaso De Lorenzis, - a detta di Genna è un libro che
vale la pena di acquistare non fosse altro che per il contributo introduttivo
(non è questa a mio avviso la valenza parametrica che stabilisce
il valore di vendibilità di un libro, semmai il pregio dell’introduzione
di De Lorenzis è che ti fa venire l’acquolina in bocca spingendoti
a scivolare, e con una certa impazienza anche, con gusto tra le pagine
di Duri a Marsiglia), si può leggere: “ Il Nero non si esaurisce
nella meccanica di un attacco allo stato di cose presenti, bensì
si agita sopra e sotto la realtà, sviluppando in una riscrittura
insaziabile i contenuti del surrealismo”. Sintesi fenomenologica
di una piccola machine de guerre, dove gli ordigni delle traiettorie oniriche
e delle maledette eccedenze portano un assedio feroce alla vita. Come
controparte però questo meccanismo marziale, per inversione, può
trasformarsi in uno scudo efficace contro la durezza della realtà,
come antidoto alla perdita del proprio centro di gravità permanente
mentre si è nell’occhio del ciclone, nella quiete assoluta
prima della destinale soluzione distruttiva inevitabile, di un individuo
che lotta contro la grande bonace. Ma quello che più mi ha impressionato
è stata un’espressione, per me da qualche tempo quasi mantrica,
sempre alla stessa pagina, sempre nel contributo introduttivo di Tommaso
De Lorenzis, talvolta basta una parola per indicare quello che accade
tra l’inferno e le nuvole … l’espressione è croque-soi-meme
… mangiare se stessi … la follia dell’autodistruzione,
l’apice di un’autofagia nichilistica, oppure la degna conclusione
di una vita come opera d’arte. Proprio come alcuni personaggi di
dannunziana memoria. Ma procediamo con ordine. Per chi volesse approfondire
le sue conoscenze circa l’autore di Duri a Marsiglia, Gian Carlo
Fusco, utili soprattutto per avere delle coordinate più puntuali
sul retroterra non solo scritturale ma anche umano che sovrintendono a
quest’opera, rimandiamo ad alcune considerazioni, splendide, eleganti,
in punta di penna, di Giovanni Arpino, impossibili da non riportare, a
pag. 183 e 184 : “ Italiano anomalo per destinazione, figlio di
radici composite, ballerino di tip tap, quasi pugile e quasi cantante,
Gian Carlo Fusco ci arriva direttamente dalle grandi cronache del Tre-Quattrocento,
così come lo si potrebbe paragonare ai poeti e ai cronisti sulle
strade dell’America di frontiera o ai personaggi spagnoli di Alemàn
, per non citare Rabelais. La sua fedina letteraria e giornalistica lo
comprova perfettamente, una rilettura ci riporta le dimensioni eroico
farsesche ( e puntigliosissime, come capita al buon chronique) d’un
mondo estraneo a ogni molle snobismo elitario. Amico di tanti ma anche
nemico per eccessi umorali di troppi, Gian Carlo Fusco – il buono
e il bilioso, il generoso e l’insolente, l’innamorato e il
sognatore malavitoso – è sulla scacchiera delle testimonianze
letterarie italiane , un pedone hors catègorie, non catalogabile”.
Per la cronaca Fusco (1915-1984) ha collaborato a Kent, Abc, Playboy,
e nel ’58 Einaudi ha pubblicato Le Rose del Ventennio. Duri a Marsiglia
( prima edizione nel 1974), è la storia di un anarchico di diciotto
anni, nato da una famiglia borghese, che scappa dall’Italia fascista,
siamo nel 1932, e scopre in Marsiglia, la città dalle mille avventure
e della guerra dei clan, dove in un turbine di accadimenti si intrecciano
storie dal sapore di brillantina, di ghette, di sparatorie, o regolamenti
di conti come si preferisce, le prime ad avere come protagonisti i mitra
di Al Capone, importati a Marsiglia dai trafficanti mafiosi italo-americani,
degli amori impossibili per donne intoccabili, storie di avanzi di carriera
e incontri con avanzi di galera, la lotta quotidiana con lo spleen maledetto
e biforcuto, e nomi, soprannomi, come Pilù, Vincenzo Parasole,
la Carpe, Don Raffaele Spirito, o Patatrac Tozza, che forse non ricorderai
mai, perché tanta è la maestria di Fusco nel catturarti
lungo le sue narrazioni, che non ci badi se la pellicola è un po’
graffiata in alcuni punti. Il protagonista di questa storia è Charles
Fiorì, che così viene descritto mirabilmente, da Luigi Bernardi
a pagina 189 e poi alla successiva : “ (…) e Charles Fiori,
il destino se l’è scelto da solo, la sua ribellione l’ha
portata a buon fine e, quanto alla noirceur, non sa neppure cosa sia.
Non è neanche un duro tanto duro, a dire la verità. Qualche
cazzotto quando serve, raramente. Una pistolettata se non se ne può
fare a meno, e benedette quelle due ostriche infette che gli hanno sciolto
gli intestini, altrimenti col cavolo che si sarebbe opposto al trio di
rapinatori della bisca clandestina, guadagnandosi sul campo una promozione
che altrimenti ben difficilmente sarebbe arrivata. E neppure è
un tipo che si lascia infinocchiare dalle prime dark lady che incontra
per strada. Se non fosse per Michèle, la trentottenne infermiera
nativa di Sanremo con la quale sostiene di aver passato delle belle mezz’ore,
il fascino femminile fa scarsa presa su Charles Fiori “. Insomma
un individualista, uno che non crede in nessuna delle società che
l’uomo ha creato, in nessuna delle consustanziali istituzioni, ipocrite,
false, meschine. Tutte trappole per fregare i poveri e favorire i ricchi.
Ma anche un poeta, di quelli atipici forse ma sempre un poeta, un tipo
come questo che tra una sparatoria e l’altra, o tra l’accudire
la carriera di qualche mignotta, prende un sospiro di sollievo leggendo
i Fiori del Male di Baudelaire, un poeta di strada però, di vita,
non militonto ovviamente, ma militante arguto nel sapersi destreggiare
tra qualche scazzottata e un agguato, che conosce le dure leggi della
giungla e che sa che anche la poesia ha i suoi limiti : “ I poeti,
come si sa, passano, con un salto solo, dalla fraternità, all’inimicizia.
Dall’abbraccio al morso”. Meraviglioso, non c’è
che dire! Un libro che vale la pena leggere, perché ti da delle
dritte su tutte quelle sintassi del corpo che appartengono a domini della
società che sono fuori portata, lontani dagli occhi della brava
gente, regole che istruiscono sul fatto magari che se accendi una sigaretta
ad uno del milieu, tenendo l’accendino in orizzontale con la fiamma
che disegna una traiettoria ellittica prima di fare il suo dovere, ti
peseranno subito come un infame, o ancora che una tregua stipulata tra
due clan di FAMIGLIE d’onore, va regolata in territorio neutrale,
davanti a testimoni, con una stretta di mano della durata di più
di dieci secondi, e così via. Vogliamo anche trovarci anche un
piccolo compendio di come si veste uno del milieu per le grandi occasioni?
Eccolo a pag. 122 ad es. : “ Aveva in dosso un completo grigio ferro
a rigoline blu, giacca a doppio petto e gilè. Attraverso il gilè,
messa a festone, gli brillava la catena dell’orologio mucho pesada.
Le scarpe di camoscio grigio, con la mascherina blu, come le rigoline
del vestito, dovevano essere nuovissime, perché crujivan a ogni
passo”. Per chi ha amato ogni fotogramma di films come C’era
una volta in America di Sergio Leone, o La Stangata, un
libro come Duri a Marsiglia, non potrà non entrargli nel cuore,
fosse anche con la stessa violenza di un colpo di pistola sparato a bruciapelo,
da una distanza ravvicinata. Un libro che ti fa riflettere … conviene
darsi alla macchia, conviene attraversare il bosco … forse sì
… chi lo sa!!
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