Andrea Aufieri
L'estraneo, di Maria Pia Romano

Maria Pia Romano: L’estraneo, Manni 2005, 72pp, 8€


Il sin troppo austero vate Carducci commise una delle sue, tante, fallacie critiche, affermando che le donne non hanno poesia. E’ probabile che non gli fossero piaciuti i livelli eccellenti che la poesia delle donne aveva già raggiunto a partire, più o meno, da Saffo, oppure non aveva proprio letto niente o, ancora e forse più in concreto, la sua misoginia era schizzata ai massimi storici, in commistione con una plausibile andropausa, tanto da renderlo così miope.
Per fortuna l’emancipazione femminile ha fatto tanta strada, e per questo è considerabile normale che una terra come il salento produca ottime poetesse, anche in serie: è il caso della Seclì, della Benedetto e della Romano. Quest’ultima, nata a Benevento nel ’76 con ottime referenze nel mondo universitario e dei media, propone un romantico esordio per la collana Occasioni, curata da Anna Grazia D’Oria per Manni e recante in copertina un dipinto della nota pittrice nostrana Francesca Mele.

Esiste qualcosa o qualcuno che ci accompagna di volta in volta per i segmenti della nostra vita. Poi c’è l’estraneo. Che è dentro di noi. Che non riusciamo a capire. Ammettere la sua esistenza significa sostenere che oltre al sì o al no, oltre al bianco o al nero, esiste una terza alternativa. E spetta all’amore che abbiamo dentro rendergli giustizia. Sempre.

Non v’è giudizio di sorta laddove lascivamente si agisca con passione, perdendosi per un amore dal gusto di miele selvatico, che ci aliena da noi stessi e dagli altri, trascinandoci in un mitologico e quotidiano conflitto. Lotta che Maria Pia traspone fruendo di un verso scarno, diretto, veloce, con l’utilizzo di una punteggiatura minima o assente, puntando sull’esplorazione dell’intimo sentire che media con grande sensibilità e interiorizza luoghi, immagini e codici consueti nella poesia (il mare ed il blu, la musica, il giorno e la notte, gli astri, …), qui utilizzati come mezzo e pretesto per una forte tensione erotica. L’atto d’amore e la sua consumazione invadono alla maniera dei crepuscolari tutta l’opera: “ Guardami (…) Guardati (…) /Musica le labbra/ dolcezza la pelle/ verità il benessere” (Luna d’autunno).
Una poesia tesa a concretare l’unione simbiotica tra eros e musica, come leggiamo nel verso di Musicista, dove sotto “la danza/ delle tue dita, / corde come angoli di pelle/ si lasciano accarezzare”.
Il mare nella sua caratterizzante di estraneità è un altro grande protagonista di questo canzoniere: “E ci scopriamo lontani/ gli uni gli altri, / essenze disperse/ nel blu delle maree” (Maree).
Il ritorno continuo al profondo del mare, alla notte, all’alba, al sole ed alla luna è la domanda di un contatto più interiore con la realtà, che per l’artista, il quale sogna “di avere sempre sogni” (Artisti), è proprio innamorarsi “della poesia delle cose”. Ma qual è il senso del quotidiano, se l’autrice vive “nelle cose/ (…), delle cose/ sentendo il battito/ prepotente, diseguale, insistente” (Ricerca furiosa di cosa sia normalità)? E’ qualcosa di normale se ella vive “scandagliando passato e presente”, trovando che “l’esistenza è nelle ore del non tempo,/ negli abbandoni della mente/ nel risveglio della palpebra assopita”? Le “gocce di vita” cadono inesorabilmente, e poco resterà della nostra illusione d’aver detto tutto, d’aver amato. Solo la follia di un istante , un’occasione d’amore ci farà vivi sempre. E’ così giustificato il “disagio/dell’inutilità/d’aver dedicato parole” (Pretesa),perché siamo nella volatilità più pesante e incredibile dell’amore. E nel suo più puro godimento.


Visioni

Fluttuare
nel puro spazio della carne
dipanare i sogni
sciogliere il tempo
assaggiarne gli istanti.

Goccia a goccia
l’amore
svela
la sua nuda bellezza.


Ricerca furiosa di cosa sia normalità

Vivo nelle cose,
vivo delle cose
sentendo il battito
prepotente, diseguale, insistente.
Invoco l’ignoto
scandagliando passato e presente.
L’esistenza è nelle ore del non tempo,
negli abbandoni della mente
nel risveglio della palpebra assopita.
Gocce di vita
nella clessidra del tempo cadono giù.
Rimarranno pochi versi
alla fine dei giorni.
Nell’illusione d’aver detto
quanto volevamo.
Nell’illusione d’aver amato
come volevamo
(vana speranza)
E se i boccioli freschi si apriranno
all’amorevole sguardo
saremo vivi ancora,
vivi sempre
(follia).


Beatitudine è una sera di luna piena.

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