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Vittorio
Pagano
Il linguaggio che costringe a poetare.
Dell'efficacia
fantastica del dialetto poetico leccese che s'è venuto costituendo coi
registri del canto e con le movenze della danza:
immagini per musica, musica per immagini
Da:
Le celebrazioni salentine - 1° ciclo - ottobre 1952
Nel teatro ''Fiamma'' Vittorio Pagano pronunzia la seguente conferenza
Se una storica
collocazione dei testi ci demarca un passato lontanissimo, un passato
più o meno prossimo e un presente nel quale viviamo, il dialetto poetico
leccese, nella sua durata espressiva, e' senza tempo, senza gradualità
di sviluppi, identico sempre a se stesso. Come fu, e' e sarà. Una vota
maturatosi e pervenuto ad un'efficacia fantastica, s'impose per sempre
dei ritmi, dei sensi, delle modulazioni e imperterrito vi si consacro'.
L'evoluzione del suo vocabolario e il successivo raffinamento
dei suoi strumenti morfologici, fonetici e tecnici, producendosi con perentorie
istanze, ne lasciarono e ne lasciano tuttavia inalterata l'intima essenza,
i modi e la natura lirica. E avvenne che, da generazione in generazione,
le costanti interiori del poetare si andarono adagiando tranquillamente
negli schemi elaborati all'estero, col pazzesco risultato che una voce di
popolo, tutta umori e impressioni, tutta nativa e scanzonata, si educo'
o pretese d'educarsi alla stregua del più aristocratico regime letterario
rendendosi coi metri, le forme e le ricercatezze della più alta tradizione
poetica. Onde e' facile udire un capraio che canta d'amore con una leggiadria
ed una compostezza da stilnovo; un artigiano che tesse madrigali con la
grazia di un Poliziano o addirittura di un Tasso; una vecchia massaia che
infila le sue nenie con disperato fascino di un lai trobadorico; una prefica
che incupisce le sue note con accenti esatti di liturgia: una falange insomma,
d'analfabeti o quasi, che adopera il verso e la rima con un gusto e una
perizia da poeti d'arte… Fino al punto che nasce e si determina una grande
scuola ideale, senza soluzioni di continuità, attraverso i secoli e secoli,
di smaliziati ed abili popolareggianti. Ne' dobbiamo stupircene, perché
si sa come la gente salentina, e specie la nostra gente leccese, sia disincantata
e ironica quanto e' pigra e statica: alla quale ironia, alla quale pigrizia
essa deve, rispettivamente, la coscienza piu' approfondita della speculazione
letteraria, del gioco letterario, dell'effetto letterario, e l'adozione
fissa degli schemi prescelti, tanto fissa da tramandarsi per innatismo,
congenialmente, da uomo a uomo, da paese a paese, da epoca ad epoca, fino
a determinare, per l'appunto, l'unita' d'una struttura scolastica salda
e perenne. Qui il poeta nasce mparatu, come
affermano amabilmente le nostre nonne. Qui il dialetto s'è venuto costituendo
coi registri del canto e con le movenze della danza. Certe parole dialettali,
certi costrutti, certi atavici modi di dire, sono capsule poetiche che scoppiano
illuminando ad ogni tocco di lingua, ad ogni arpeggio di labbra, ponendo
per sempre i fonemi, i sintagmi e gli stilemi di un linguaggio che costringe
a poetare, cioè ad immaginare nella specie del pianto o del riso, ad ogni
costo. Ed e' solo in questo senso che è perseguibile e proclamabile una
verità lirica assoluta di tutta la nostra produzione dialettale. Forse se
Stefano Mallarmé fosse vissuto a Lecce, la poesia, per dichiararsi allusiva,
non avrebbe avuto bisogno di tanti travagli estetici, di tanti suffragi
teorici. Ma e' questo il momento di esemplificare.
Ed ecco qualche canzone. Una vecchia, tempo fa, mi canto' questa:
Su vecchiareddhra cchiu
de li cent'anni,
pedi nu portu se voju ccamminu,
sanni nu portu se voju mangiare,
e puru li mei carni àne rizzati:
la morte mille fiate aggiu chiamata,
ma pare ca è nsurduta, ca è cicata …
E chi non pensa
subito alla Bella Elmiera di François Villon? E il circolo melodico dell'endecasillabo,
è di una necessarietà veramente ineluttabile.
Quest'altra l'ho udita a Cursi:
Beddhra, te l'aggiu fatta
na capanna
cu nu tte pozza còcere lu sole,
de nanzi t'aggiu posta la muntagna
e da daretu nnu mazzu de viole.
Passa nu giuvinottu e me
dummanna:
'' Te ddu l'ha ute tie tutte ste viole?''
Jeu l'aggiu cote subbra ddhra muntagna,
te ddu se spande lu raggiu d'amore!
Te ddu se spande lu raggiu
d'amore! … E' stilnovo, al cento per cento: immagini per musica, musica
per immagini, ed un autentico cor gentile che vi si effonde. Guinizzelli
e Cavalcanti non hanno maggiore virtù. Un po'
di Sicilia dugentesca, invece, fra Ciullo d'Alcamo e Giacomino Pugliese,
ci giunge da Castrignano del Capo; e' sentito e l'imperiosità della parola
fuoco, che fa da parola-rima in quattro versi alternati, con un prestigio
tecnicistico da rime petrose dantesche e da sestina di Arnaldo Daniello:
Quantu si beddhra, ce bulìa tte
vasu!
Pijate la paletta e trova focu:
vidi ca trovi a mie sempre mpustatu,
portu fucile, scarda e scettu focu.
Ci mammate te dice c'hai tardatu
rispundi ca tardai a truvare focu.
Se poi te vide lu musu sucatu
dinne cai foi frasciddhra de lu focu
(ma la mamma grida:)
Frasciddhra de lu focu nun
è stata
quarche fiju te mamma t'àe vasata!
(E la figlia ribatte: )
Citta, mamma, nu me lu castimare,
si, m'ha vasata e m'ave te spusare.
E più bello ancora, alla Rinaldo
d'Aquino, ma con un pathos più vivo e accorante è questo congedo d'un
innamorato:
Mo me ne partu, arrivederci,
addiu.
No tte scurdare de ci tantu t'ama!
No tte scurdare de lu nume miu,
mo ci la sorte luntanu me chiama.
E se va sienti ca su mortu iu
non critere alla gente ca je fama …
Sai quannu cridi ca su mortu iu?
Quannu sienti sunare la campana.
Il senso della
morte c'e', anche se trapela da un'ipotesi interessata. Quel senso che
diventa tormentoso e angosciante in questa reputa del greco martanese,
tradotto chissà da chi per i cori delle prefiche:
Mo c'an terra t'ane pusta,
lu lettinu ci lu pripara?
Nc'e' Caronte ca mi lu ggiusta,
pe na notte longa e mara …
Ci ti scàzzica lu cuscinu,
cu ti ppueggi la janca fronte?
Petra tosta è lu cuscinu,
mi lu scàzzica Caronte.
Ci te ddisceta figghia mia,
quannu spiccia la brutta notte?
Sempre sennu nc'è a sta via,
sempre niura e longa notte …
E, ancora a
proposito di morte, ecco un lamento biascicatomi da una donnetta più che
ottuagenaria e che non ricordava, anzi non aveva mai saputo, di qual paese
ella fosse. Io la scovai a Galatina:
Vinne la morte,
morte cantata:
no lli rispusi,
m'era mbrafata.
Vinne la morte,
morte sunata:
jeu no la ntisi,
stava schiuàta.
Vinne la morte,
morte critata:
jeu non lla vitti
stia sutterrata.
Mamma mia beddhra,
beddhru miu tata,
non mme chiangiti,
n'celu aggiu ulata …
Cantata,
sunata, critata: un canto, un suono, un grido, che svolgono la storia
della fanciulla morta, della sua agonia tragicamente consapevole, e la
trasferiscono sul piano eterno degli sgomenti mortali di noi tutti. E
il sapore di lassa monorimica che scaturisce dall'insistenza delle rime
in ata, riconduce alle violenze verbali più drammatiche di Jacopone
da Todi.
L'ottuagenaria
scandiva queste strofette con una monotonia allucinante, ad occhi chiusi,
battendo il tempo col piede e col su e giù della testa: senza partecipazione,
come avesse saputo da sempre che si trattava di un flatus vocis,
di un divertimento canoro. Ed ella, subito dopo, con la stessa espressione,
con la stessa indolenza, proseguì:
'Nc'era nnu police
mmenzu la strada.
Li dissi: mpàrame
Na serenata.
Zacca reflettere
Issu e respuse:
sai comu ha facere
culle caruse?
Ci voi le mpizzechi
Tuttu na fiata,
dalli, a fafottere,
na pizzecata …
Dove le quartine
perfettamente alternano un verso sdrucciolo e un verso piano, mentre il
linguaggio si scaltrisce a tal punto da analogizzare nell'etimo e nella
funzione, il verbo mpizzechi (accendi) col sostantivo pizzecata
(pizzico). Un'altra canzone nostra, insomma, dice: la pulece e' lu
primu nnamuratu. Ma certo con minore eleganza, sia pure con le medesime
intenzioni piccanti.
Poi la donnetta
mi fece: ''Va bbande moi '' e mi licenzio' come si scaccia un gatto,
agitando la mano. Cioè, lo spettacoluccio era finito. Cioè lei sapeva
d'aver dato spettacolo (il che forse e' la cosa più significativa). Non
solo, ma diventò ad un tratto vivace e ricca di registri vocali. Prese
a discorrere coi familiari di patate da sbucciare e di pentole da pulire,
e la sua voce non fu più monotona, ma varia, umana, domestica. Non c'era
più stasi, la diversione poetica era finita. Come dire un indice, una
riprova di quella atemporalità cui abbiamo accennato.
E, per chi
voglia materia del genere, ce n'e' di troppa: in raccolte di studiosi,
e nella bocca di ogni nostro comprovinciale. Oppure, in confluenze più
organiche, più riflesse, più interiorizzate, nelle opere scritte dai maggiori
vernacolisti.
Ai quali si
giunge, precisamente e finalmente, proprio da siffatte stazioni. Se De
Dominicis, d'Amelio. Nutricati, Marangi, Martello, Pagliarulo, ecc. ,
per nominare i più noti, sono dunque, adesso per noi, di là da ogni intento
celebrativo, soltanto delle testimonianze di poesia, i loro versi e non
la loro figura reale, il pretesto di una poetica e non di un monumento
cittadino, ne vedremo a primo sguardo la nobiltà spirituale, la condizione
di superiorità.
Condizione
elevatissima, senza dubbio, ma non facile a intendersi. Si tratta d'una
aristocrazia come primato d'accettazione, di immedesimazione; come forza
inimitabile di sentire e di patire per tutti, nell'unico orgoglio di sapersi
umili, nell'unica grandezza da rendersi piccoli. La gloria del provincialismo,
insomma. E c'e' tanta ingenuità, in questo dolce sofisma, da conservare
per sempre proprio quell'incantesimo che le ambizioni letterarie mostrano
d'aver infranto.
Non si sa,
decisamente, quanto l'ingenuità sia scaltra e quanto la scaltrezza sia
ingenua. E' un'investitura reciproca a priori. E guardiamo in noi
stessi, per capire, in noi leccesi - intendo - o nel nostro irripetibile
leccesismo, se più vi piace.
Su questa pianura
a doppiofondo, su questo tacco d'Italia che assai spesso rovescia la situazione
e ci cammina addosso, chi può giurare di non essere uno sbalordito, un
ostinato spettatore di magie e di esorcismi appositamente, deliberatamente
tramati? E ne siamo consapevoli, ma non vogliamo privarcene. E c'invade
una sconfinata tenerezza che fingiamo di non provare. E ci difendiamo,
cocciutamente, con il sarcasmo e la causticità, ghignando per non piangere,
ironizzando per non commuoverci. Ma succede che anzitutto ci si commuova
della nostra stessa condanna all'ironia, e che poi si ritorni ad ironizzare
questa complessa e decadentistica commozione - e via di seguito, come
le trottole, in un giro interminabile, che rappresenta il nostro bonario
e non sempre tollerato maledettissimo. Ogni tanto qualcuno esce dal gioco,
ossia comprende tutto. Ma non esce per salvarsi, non pensa minimamente
ad evadere. Si accorge invece di come strana e fascinosa sia questa giostra
di umori e sentimenti - e se la ferma nell'anima, e la costringe nel sangue,
accusandola con gioia e con tristezza, a seconda della sua naturale disposizione.
E costui diventa un saggio, o un rinnegato; un veggente o un bestemmiatore;
un poeta o un imperdonabile escluso. Se poeta si manifesta, eccolo aristocratico
ed ebbro, eccolo entrare, egli solo per tutti, nel dominio di una certezza
e di una verità che trovano corpo e ragione stesse del gioco sventato.
E per lui, allora, non c'e' più scampo, non c'è che obbedire alla travagliosa
e felice maledizione. Per lui, gli affetti, le passioni e i pensieri,
anche i più spiccioli, i più legati alla cronaca della casa o del marciapiede,
si scandiscono, si versificano, si modulano nella prodigiosa falsità della
Letteratura. Onde, senza rimedio, in tale stato di cose, la poesia e'
soltanto e davvero vocazione, impegno totale, operazione di vita. Come
per i più grandi poeti dell'ultima stagione letteraria d'Italia, i cosiddetti
ermetici, a scanso di equivoci. La poesia - si badi bene - quale fatto
tecnico nel più alto e necessario senso della parola. Una lingua che si
dialettizza, un dialetto che si linguicizza, di dentro e di fuori, nella
sostanza e negli accidenti. E mi piace richiamare, a sostegno, le esperienze
di qualche nostro autore giovane, come Vittorio Bodini, che è per dare
impulso ad una narrativa e ad una lirica classicamente italiane, tipicamente
leccesi, perché italiane.
Ogni volta
che sorge un poeta dialettale, a farla breve, il nostro dialetto subisce
una crisi - e dalla crisi, dalla crisi soltanto scaturisce la liricità.
Tranne che i poeti dialettali sorgono sempre, e da sempre; anonimi o con
un nome; e, di conseguenza, la nostra letteratura poetica, come s'e' detto
in principio, praticamente non si muove, essendo - quello suo - un movimento
di rotazione su se stessa. L'unico fatto che differenzia il popolo che
canta dal popolareggiante ufficiale, colto, laureato, e' che quello e'
innocente nell'operare, mentre questo e' un furbacchione: ma operano entrambi
allo stesso modo e danno entrambi i medesimi frutti; l'uno e l'altro producono
artificio, cesellatura, materia disincantata e divertita girando nella
giostra o azionandola dal di fuori. Onde non si conclude che così: il
nostro dialetto e' una crisi permanete del linguaggio, cioè un interminabile
fenomeno di poesia dialettale, in questo solo consistendo la sua caratteristica
costante ed immutabile. E quando esso si letteralizza, quando fa la voce
sostenuta, somiglia chi si veste da cerimonia essendo solito andare scamiciato.
Ed allora,
sotto questa prospettiva, ha voglia il De Dominicis di porsi una tematica
politica, moralistica ed etica, ha voglia il D'Amelio di entrare con pomposa
dignità nel mondo della storia antica; ha voglia il Bozzi di esibire la
propria formazione romantica e la propria informazione della più svariata
letterarietà; hanno voglia tutti costoro e gli altri di mostrare come
sanno architettare un sonetto, un inno, una ballata, un'ode in ligia attinenza
ai canoni delle più dotte poetiche tradizionali. Questa loro bravura,
questa loro furberia, non ce li rendono grandi, ma cari. Grandi saranno
per altri motivi, per ciò che essi ostentano di superare, di rivestire
di decoro: per quell'anima dialettale che hanno e che non si smentisce
mai, dichiarandosi al contrario sempre più, quanto più si affanna a maturarsi
sotto il governo della mente. E non fa nulla se, in tal modo, l'amabilità
di un sorriso e' la più adeguata sottolineatura critica di un simile vernacolistico
paradosso. Un sorriso vale più di un giudizio se un dialetto vale più
di una lingua. E consentitemi di finire anch'io, per tenermi in carattere,
con questo aforisma ammiccante e sornione.
Cantano le
mamme di Lecce ai piccoli per farli dormire:
E nnau e nnau e nnau, cce
core tegnu,
ci te lu dau a tie, senza rumagnu …
Che significa
in fondo un maraméo sulla faccia del bimbo: è bello il cuore, e' tutto
per te, ma me lo tengo io.
Anche le mamme
di Lecce, come si vede sono poetesse da considerare. E sono poeti i figlioletti
a cui cantano, se non altro perché, udendo quel canto, magnificamente
si impantanano nel sonno, nel sonno che è, per l'appunto, il loro maraméo
di risposta.
Vittorio Pagano
* Testo tratto da ''Le celebrazioni
salentine - 1° ciclo - ottobre 1952'', ri-publicato da Antonio Verri,
in ''Pensionante de'Saraceni'' - Numero speciale Per Vittorio Pagano
- 1986 - a cura di Rina Durante. |