Francesco Sasso & Luciano Pagano

aprile/maggio 2005

Uno sguardo generale sulla letteratura italiana contemporanea
dialogo tra Francesco Sasso e Luciano Pagano.

Ecco alcune domande da me formulate a Luciano Pagano, giovane scrittore salentino, redattore della rivista on-line Musicaos.it. Inizialmente, la conversazione era stata pensata per uso domestico, ovvero per il mio blog/rivista. Successivamente, visto la qualità delle risposte, ho insistito con Luciano perché questa fosse messa on-line su Musicaos. Ho pensato che, così facendo, avremmo potuto innescare un dibattito sereno con i lettori sulla letteratura contemporanea.. Come si potrà notare, il discorso si è mantenuto, volutamente, su questioni generali: non si è mai scesi nello specifico perché non è nostra intenzione polemizzare con nessuno.

D: Essere redattore di Musicaos, ne sono certo, ti “costringe” a dover star dietro alle tante pubblicazioni che ogni anno l’industria editoriale sforna. Mi spiego meglio: un lettore, uno scrittore e fin’anche uno studioso di letteratura, può decidere di non leggere per il momento quel tal libro discusso dai più e rinviare, magari di un anno, la lettura; ma un redattore, come anche un critico militante, di una rivista non può permettersi un tale lusso: deve sempre stare sulla notizia, in questo caso letteraria. Per questo motivo mi piacerebbe farti alcune domande generali sul panorama letterario italiano di questi ultimi anni, con un’attenzione particolare sulla nostra generazione, i nati nel decennio ‘70-’80.
Inizio con una domanda del tipo arte/realtà; e ti chiedo: oggi c’è un incontro tra arte e porzioni ampie della realtà?
R: Tutte le arti (‘arti’ anche inteso come applicazioni, artigianati etc.) sono forme di traduzione, filtrazione, rimutuazione della realtà. Con arti potrei anche intendere le scienze, la fisica, la filosofia, la chimica. In senso postmoderno ogni scienza è creatrice e portatrice di un nuovo ‘discorso’ su un oggetto della realtà. Ma qual è la differenza tra l’arte propriamente detta e le altre scienze? Una delle differenze non è tanto nel metodo - l’arte è infatti a volte disciplina rigorosa e metodica – quanto nelle limitazioni che la realtà impone agli altri ‘discorsi’. Un fisico non può prescindere dalla legge di gravità, Italo Calvino sì. L’arte e la letteratura in particolare sono i mezzi con i quali la realtà non solo può essere descritta ma anche mutata, grazie al potenziale di accrescere di nuovi discorsi il reale. L’arte non è specchio della realtà. Secondo me è più giusto dire che le arti sono altre realtà, molte arti, molte versioni dei fatti, molte realtà. ‘C’è oggi un incontro tra l’arte e porzioni ampie della realtà?’. Sì, anche se la tendenza non si dirige verso un’arte che incontri/descriva in modo onnicomprensivo ampie porzioni di realtà quanto di un’arte che trasforma dei microuniversi localizzati in macrouniversi, in particolare per le opere di scrittura narrativa e poetica italiane, sono pochi i tentativi di creare una ‘nuova realtà’, sono più riusciti e apprezzati i ‘momenti’ che vengono resi universali in virtù degli argomenti che vengono toccati. L’incontro con la realtà può avvenire soltanto nella misura in cui l’autore, la realtà, la vive e la conosce, le persone, chi lavora, chi studia, gli intellettuali, i giornali, la televisione. Io non guardo la televisione come si guarda il monolito nero, la guardo pensando “ecco come si costruisce un’immagine di realtà”, la prendo con le pinze ma la guardo, anche perché conoscendone il linguaggio si comprendono molte cose. Ci sono persone, ad esempio, che non leggono nemmeno un libro e guardano la televisione per quattro o cinque ore al giorno. Quale può essere la loro visione della realtà? Prima ancora che fossero concepiti i reality la realtà esisteva già e già era condizionata dalla televisione. Il reality è la ciliegina sulla torta, è la Televisione che dopo cinquant’anni di condizionamento ci fa un regalo e finalmente ci dice ‘puoi esserci anche tu, hai sempre visto, adesso puoi esserci, vedi che Grande Madre Buona sono stata con te?, ora ci sei, ti riconosco, sei un figlio mio’. L’arte deve assolutamente aderire alla realtà, prima che la televisione la derubi definitivamente dei suoi contenuti.

D: Da un discorso generale tra arte e realtà, passiamo ora ad esaminare lo stato di salute della letteratura italiana contemporanea, dal tuo punto di vista. Non so se tu sei d’accordo con me, ma nella maggior parte degli scrittori giovani io noto una tendenza a produrre letteratura partendo da strategie esterne alla stessa letteratura, o “tattiche a priori”. Conseguenza, e prova, di questo atteggiamento è la tendenza dei più ad una scrittura immediata e poco elaborata. Cosa ne pensi?
R: Tempo fa Giulio Mozzi, sul suo blog, stese una lista di una decina di tipologie di scritture ricavate da una semplice indagine su tutti i manoscritti che riceve in lettura e che legge ogni anno. Da quell’intervento veniva evidenziato che non era tanto la realtà ad influenzare le narrazioni quanto la scrittura a generare scrittura, come se scrivere non fosse dovuto al desiderio di comunicare, scrivere, ma dal desiderio di imitare chi scrive, della serie “se ce l’ha fatta lui ce la posso fare anche io”. Ebbene, devo ammettere di avere conosciuto persone che scrivono per quel motivo. Ci sono quelli che lo ammettono e te lo dicono ‘voglio scrivere il mio diario personale, ci metto tutto, faccio come Melissa P.’, e ci sono quelli che sono talmente abbagliati dalla luce da nemmeno accorgersi che la luce li sta bruciando, e si mettono a scrivere sull’impulso di letture che hanno fatto, poi a metà si accorgono che stanno scrivendo in modo inconscio, è come se uno, dopo una visita al Louvre, senza aver mai preso una matita in mano tornasse a casa e acquistasse una confezione di colori e una tavolozza. Questo per quanto riguarda gli scrittori che devono maturare. E per quelli maturi?
Parlare di strategie presuppone che la scrittura, come è giusto che sia, nasca per portare avanti dei discorsi, per spingere all’azione, per dare una propria versione dei fatti che riesca a tenere il passo, contemporaneamente, con la forma nella quale viene espressa e con i contenuti, in ragione delle azioni, non credo all’autore scisso dal suo modus operandi, se uno è un mentecatto qualcosa nei versi o nella prosa trapela. In questo senso gruppi di scrittura (dove con gruppi intendo anche collettivi di scrittori non necessariamente uniti sotto uno stesso nome ma anche misti, collettivi o singoli) possano, avendo maturato una stessa coscienza nei confronti di alcune tematiche, elaborare una strategia ed una tattica comuni. Un esempio, Luther Blissett, prima, poi Wu Ming. Leggendo i loro testi e conoscendo ciò che fanno (tempo fa sulla rete Brizzi utilizzò una frase felice ‘li riconoscerete dalle loro opere’) uno può farsi un’idea di come una strategia, coerente e onesta, possa portare dei frutti che si accompagnano a qualità dal punto di vista dell’estetica, oltre che dell’accrescimento del dibattito su temi di importanza storico-culturale. Una strategia/tattica già enucleata in ‘Totò Peppino e la Guerra Psichica’ (piano quinquennale) e che oggi viene dispiegata (le opere collettive con collaborazioni aperte ai lettori, le riedizioni con i commenti dei lettori, il progetto sul fascismo, iQuindici, la repubblica democratica dei lettori).
Eppure è difficile parlare di ‘tattiche a priori’ per tutti, semmai possono convivere sintonie, riverberi, sinergie a distanza, anche perché in questa fase della produzione letteraria si è dimostrato molto più semplice produrre manifesti sintetici a posteriori, ad eccezione di programmazioni, estetiche o editoriali. Una tipica tattica a priori più che concretizzarsi nell’indirizzare la produzione potrebbe essere concreta, invece, nell’indirizzare l’antiproduzione, ovvero: non esiste un concetto determinato di ciò che potrebbe essere scritto ma esiste un concetto quasi determinato di ciò che non va scritto, elaborato semplicemente in termini di operazioni fallite. Ma questo pensiero non sarebbe relativo alla scrittura e all’estetica ma semplicemente alla maggiore o minore soddisfazione del mercato.
Per quel che riguarda l’elaborazione immediata della scrittura o dell’immediatezza nell’elaborazione della scrittura. In ognuno dei due modi in cui voglia intendersi quest’espressione credo di aver capito che si vuole intendere pressappoco questi quesiti:

‘È vero che nella ricezione della scrittura d’oggi, il ritmo delle uscite editoriali è accompagnato alla necessità che quasi ogni uscita sia a modo suo un caso, di modo che gli investimenti e le energie non siano repentinamente disperse, e allo stesso tempo la creazione di un caso permetta il consolidamento di un autore/autrice dimodochè si possa procedere nella continuazione di analogo lavoro su altra opera?
È vero che questo ritmo, conseguentemente, porta a dover subito creare, nel lasso di pochi mesi, un processo di ingolfamento tra anticipazione dell’opera, anticipazione dei giudizi sull’opera, pubblicazione dell’opera, giudizi diffusi sull’opera, critiche dell’opera, controcritiche dell’opera, critiche alle critiche dell’opera, consolidamento del valore o disvalore dell’opera al di là delle critiche, archiviazione dell’opera come classico temporaneo del contemporaneo, oblìo dell’opera, ripresa di giudizio critico sull’opera non mediato dalla contemporaneità della stessa e quindi più sincero e distaccato, l’autore-sta-già-lavorando-alla-sua-prossima-opera?
Si potrebbe dire che se una tendenza del genere esiste, questo è forse uno dei pochi danni ascrivibili ad un utilizzo poco ponderato della rete. La possibilità dell’autore (di chi vuole) di interloquire con i propri lettori (quelli a cui vuole rispondere), o la possibilità di creare dibattito in rete, potrebbe dare adito ad un’accelerazione del tempo di decadenza medio di un’opera. Ma questo sarebbe un errore grossolano di valutazione perché in questo senso non si sta discutendo dell’opera, ma della sua immagine, è come se in attesa dal barbiere (se uomini) o dalla parrucchiera (se donne) ci fossero sette persone che attendendo discutono dell’ultimo romanzo di Dan Brown, è probabile che almeno due su sette mentano perché ancora non lo hanno acquistato oppure perché non lo hanno finito. Cosa vuol dire? Vuol dire che ad ogni immediatezza e fenomeno dell’immediatezza segue una sedimentazione cui l’opera dovrebbe riuscire a resistere, se merita di resistere, che poi è un continuare ad esistere dopo l’apparenza di un lancio pubblicitario.

D: Negli ultimi anni ti è capitato di leggere romanzi che hanno innovato la tradizione letteraria italiana?
R: La letteratura e il fare letteratura sono tutti tentativi di innovare la tradizione, l’idea del tradimento come passaggio ad altro, trasduzione, traghettamento, portare verso un’altra direzione. ‘Innovare la tradizione’ può solo apparentemente sembrare un ossimoro, come si può innovare la tradizione? Se invece con tradizione si intende non il termine in cui si cristallizza ciò che è, quanto piuttosto un metodo per l’attraversamento allora sarà chiaro che la tradizione, paradossalmente, è quanto di più mutevole si può trovare sotto il sole della scrittura. Ogni epoca ha la sua tradizione, ogni epoca si propone mediante ciò che ha recepito dell’epoca precedente nei confronti dell’epoca presente e transeunte. Utilizzare l’italiano (lingua che in buona parte è già contenuta nella Commedia di Dante e che al limite si può adattare al presente accogliendo i riflussi di altre lingue e altri linguaggi), ampliarne il lessico, ibridare le forme di trasmissione della lingua con le forme di trasmissione degli altri linguaggi che ci circondano. Innovare la tradizione significa quindi fornire nuovi strumenti perché il passaggio da uno stato all’altro sia manifesto dal punto di vista della forma di espressione (la letteratura, la letterarietà) e la critica (letteraria), i due fenomeni non devono essere necessariamente conseguenza l’una dell’altra. Vedi ad esempio il fenomeno di creazione della poesia surrealista spagnola ad opera della critica letteraria italiana (V. Bodini, O. Macrì), per cui una corrente è tale anche al di là di una consapevolezza estetica. Può accadere il contrario, può darsi che un pensiero critico sia maturo ma che si debba attendere affinché delle opere ne siano lo specchio.
A me piace notare come di recente, opere che mi sono piaciute, più che rinnovare la tradizione (se non intesa come lingua) rinnovino l’antitradizione di opere non tradizionali come Petrolio o come Corporale, mi piace vedere che nel pastiche, nella commistione di generi, nell’ibridazione, ci siano diverse opere interessanti che aggiungono qualcosa alla tradizione, perché trasportano altrove.
Sarebbe bello fare un gioco, prendere le seguenti opere Petrolio, Corporale, Fratelli d’Italia, La cognizione del dolore e cercare di metterle in relazione a opere pubblicate negli ultimi cinque anni per capire se c’è corrispondenza tra ciò che era innovatore della tradizione trent’anni fa e ciò che rinnova oggi.
Moresco quando scrive delle opere omologate le chiama cloni. Che senso ha oggi il romanzo, nell’epoca della sua riproducibilità tecnica imposta e della sua possibilità di essere replica costruita sulla giusta scala a seconda del gusto, della tendenza, del mercato? Evidentemente un’accezione del genere annienterebbe ogni forma di creatività, ogni disciplina della scrittura, ogni estetica personale. Se è vero, come sostiene Moresco che Steinbeck, oggi, non verrebbe pubblicato, è anche vero che Antonio Moresco ci è riuscito (il racconto delle sue peripezie con gli editori e della gestazione/maturazione della sua opera è incredibile).

D: Negli scrittori contemporanei c’è uno stretto rapporto tra piano retorico e struttura dell’opera?
R: Per ‘piano retorico’ intendo ‘espressione del contenuto’ e con ‘struttura dell’opera’ intendo ‘forma dell’espressione’.
In quest’ottica negli scrittori contemporanei l’attenzione affinché questo rapporto sia il più stretto possibile è altissima. Ci sono stati momenti della letteratura nei quali alcune forme si sono cristallizzate, (ad. es. il romanzo borghese, il romanzo nella società industriale, il romanzo…post-moderno) oggi sembra che a meno di incontrare una storia e una narrazione molto forte, un’opera emerge se la composizione di questo equilibrio, sbilanciata però verso la ricerca di una nuova forma, è più caratterizzata. E’ come se si potessero distinguere tre possibilità (fra le tantissime altre discernibili):
- l’opera che ad una forma tradizionale associa un contenuto sperimentale
- l’opera che possiede una forma ed un contenuto sperimentali
- una forma sperimentale senza opera adeguata

Sembra impossibile fare una catalogazione a priori, per tornare all’intervento di Giulio Mozzi, credo che tra qualche anno potrà essere un intervento datato, non rifletterà più ciò che accade a livello di produzione letteraria di manoscritti, per quanto ci saranno sempre scrittori facilmente influenzabili che hanno normalmente bisogno di più tempo per trovare una propria ‘voce’.

D: Ultimamente si è parlato molto di post-moderno e dei danni provocati da questa concezione in letteratura. Devo confessarti che non ho una certezza precisa a riguardo, allora ti chiedo: il post-moderno è concluso? E se sì… entriamo in una nuova e, forse, più subdola epoca?
R: La formula della domanda presuppone che il post-moderno sia di per sé un epoca subdola, e che alla sua conclusione ciò che ne segue si presenti in termini di peggiore collasso del subdolo. A prescindere dal nostro essere troppo ancora con i piedi sull’orlo di questo abisso di fronte (frattura storica) bisogna intendersi sui termini. Di norma sono parco nell’utilizzo di questo termine, “post-moderno”, perché la prima cosa che mi viene in mente è che il post-moderno sia il contemporaneo, e che l’accezione errata di post-moderno si sia ingenerata perché nel parlare comune (l’everyday life), quando si parla in termini di “moderno” si parla già in termini ovvii di “contemporaneo”. Il saggio di Lyotard è atipico anche come saggio, esempio di come uno studio possa influenzare più che un saggio filosofico in senso stretto. Lì si accenna a “discorsi”, si accenna al futuro che si dispiegherà in seguito all’informatizzazione di massa, tutti fenomeni dei quali si sarebbe difficilmente potuta prevedere l’esponenzialità dell’impatto. Un testo di cultura informatica scritto nel 1987 e un testo di argomento simile scritto nel 1997, paragonati ad un testo che potrà uscire nel 2007, sembrano uscire da evi differenti. Non è così per le opere di letteratura, Se una notte d’inverno un viaggiatore è stato pubblicato nel 1979. “Giro di vite contro gli hacker”, di Bruce Sterling è stato pubblicato nel 1992 eppure molti dei temi trattati in questo testo possono risultare astrusi a chi faccia del computer e della rete un utilizzo ‘domestico’. Il messaggio rivoluzionario contenuto in queste due opere e in tante altre ancora più antiche continua a persistere. Compito delle differenti epoche della critica (filosofica, letteraria, sociale) è quello di individuare la modernità di certi “discorsi” senza forzare le interpretazioni delle opere.
Se invece con post-moderno si fa riferimento ad una particolare epoca della produzione letteraria contemporanea (tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’90);
Se questa delimitazione nella produzione si affianca ad una critica del concetto stesso di contemporaneo (il secolo breve? Quando termina il ventesimo secolo? Con il ’68? Con l’89? Con il 2001?);
Se si sceglie di limitare questa analisi ad un ristretto numero di autori americani, pensatori e scrittori;
Allora la più subdola epoca sarà rappresentata dalla coesistenza di imitatori (quelli che cantano sulle rovine) e continui detrattori del presente in ogni sua manifestazione e forma. Mentre invece quel che è necessario, forse, è interrogarsi costantemente sul perché di determinati movimenti ideali, forse il post-moderno altri non è che la presa di coscienza, diffusa, che ciò che è spacciato ai quattri angoli del pianeta come democrazia e parità delle opportunità, altri non è che una maschera utile per coprire l’avanzamento egemone di una cultura monolitica anche se globulare, univoca anche se pluriversamente rappresentata, guerrafondaia anche se nelle migliori intenzioni di umanità.
Il mio pensiero postmoderno, a proposito è questo, “dal medioevo a oggi nulla è cambiato”, continuano a prodursi discorsi, continuano ad esistere poteri egemoni contrastati a poteri deboli, continuano ad esserci istituzioni educative come le università che continuano a funzionare in modo simile, continuano a prodursi narrazioni e si continuano a visitare luoghi differenti dai propri, e continuano a nascere relazioni a distanza tra intellettuali o scrittori e continuano a disegnarsi e ridisegnarsi i confini delle nazioni in base alla disponibilità delle risorse energetiche più in voga nel momento. Si potrà obbiettare che la quantità del nostro potenziale distruttivo procapite è aumentata, è vero. Ed è anche vero che possiamo permetterci di estroflettere il pensiero in un nuovo medioevo mentre in alcuni paesi il medioevo non è mai scomparso. Osservare in telegiornali l’Afghanistan ai tempi dei primi bombardamenti degli statiunitidamerica ci ha fatto vedere che cosa voglia dire vivere nel medioevo, come lo stesso pensiero può venire in mente osservando alcune popolazioni della Mongolia o ancora alcuni abitanti del Tibet o di alcune zone della Colombia. Eppure per quanto collocati in un medioevo quei luoghi sono i luoghi preferiti per le coltivazioni e la vendita delle materie prime utilizzate per fabbricare oppiacei o cocaina. Cosa accade? Qual è uno degli abissi peggiori del post-moderno? La possibilità di azzerare, non di limitare ma di azzerare la possibilità di evoluzione di una popolazione, il che vuol dire azzerare la possibilità che un patrimonio genetico-culturale passi attraverso le diverse fasi del progresso e sia invece relegato ai margini della nostra postmodernità. La più subdola delle epoche sarà rappresentata dalla narrazione del momento e dei momenti in cui queste popolazioni torneranno sui loro passi, oppure quando noi stessi regrediremo allo zero.

D: C’è una verità linguistica, oggi?
R: C’è una lingua che è vera nella misura in cui è accettata, fuoriuscire dai suoi canoni significa parlare come il folle in mezzo al mercato. Faccio un esempio divertente. Su Google esiste l’opzione di strumenti delle lingue, basta inserire una pagina da tradurre in inglese e quella pagina viene tradotta, oppure, se abbiamo bisogno di leggere in italiano una pagina, allora basta scegliere ‘in italiano’. Un giorno ho provato a far tradurre dal software automatico (automatico, non ignorante ma neanche intelligente) di Google la homepage di Musicaos.it, c’era tutto. Un inglese avrebbe quasi capito di che cosa parlava il sito, perchè ‘quasi’? Le uniche parole che sfuggivano ad una traduzione erano quelle per cui non c’era un’esatta corrispondenza di senso tra l’italiano e l’inglese.
Le parole che non venivano tradotte erano quelle che non rientravano in quel dizionario, che presumo assestarsi tra i duemila e i cinquemila vocaboli (ad essere ottimisti), quasi un survivor kit tanto della lingua italiana quanto di quella inglese. Ecco un esempio di ‘verità linguistica’, quel vocabolario striminzito è perfettamente transducibile da una lingua all’altra, come una banconota da cinque euro. Questa è la ‘verità linguistica oggi’, se si accetta che per ottenere la verità da un concetto o da una pratica si deve, per l’appunto, partire dalla produzione e da ciò che ci circonda.
Il contenuto di verità potenziale dell’opera letteraria si scontra con la verità linguistica dell’oggi intesa come media linguistica diffusa, con nuovi ritmi, con nuove parole, cioè con riutilizzi di parole dimenticate e sepolte, si possono allargare i confini della verità linguistica. Altrimenti la civiltà letteraria sarà sempre titanico e infinito scontro di ping pong tra eruditi e lettori disinteressati, gli uni a scrivere opere per pochi eletti, gli altri a preferire la semplicità e, naturalmente, a credere quello che sentono in giro, dar retta al passa parola, non sbattere la testa contro il muro di un giudizio critico maturato nella completa possibilità di sbagliarsi. Non mi dimenticherò mai l’impressione negativa che mi fece la somministrazione, a sedici anni, del Siddharta di Hesse, lettura accolta da suggerimento e, invece, l’impressione positiva che mi fece la lettura del “Giuoco delle perle di vetro”, scoperto per caso dopo la lettura del Doktor Faustus di Mann. Altro paradosso quindi, per ricercare la verità linguistica bisogna scontrarsi prima contro la labilità e la superficialità della verità linguistica diffusa.

D: Sono certo che hai seguito con attenzione lo scontro interno a Nazione Indiana dopo l’articolo di Moresco sulla restaurazione. Ti chiedo: viviamo in un periodo di restaurazione? (Part One) Una delle cose buone che ha fatto Moresco, relative a questo intervento, consiste nell’averlo pubblicato con un certo anticipo rispetto all’occasione per il quale era stato scritto. Con così largo anticipo, sui tempi di risposta della rete, da permettere di produrre il dibattito che prospettava. L’intervento è giocato su un doppio livello, di accusa, nei confronti dell’editoria che dovrebbe coltivare gli intellettuali di un’epoca, di tutte le epoche, permettendo loro di criticare il circostante e restaurante; il secondo, quello relativo alla società pervasiva, interessantissimo. E’ difficile aggiungere qualcosa in più, è difficile trovare parole se non per spiegare meglio, oppure azioni per andare contro la Restaurazione, per cercare di essere quotidianamente uno di quei tanti che “[…] scrivono senza arrendersi, librai che non accettano di trasformarsi in venditori di saponette, editori nuovi che nascono o si rafforzano cercando di seguire altre strade, singole persone che lavorano anche all’interno della grande editoria e dei giornali e della nuova frontiera della rete animate da un diverso atteggiamento e da una vera passione”, e ancora, “in tutti i periodi di restaurazione c’è stata una fioritura di opere e di persone che, in un modo o nell’altro e ciascuna secondo la propria natura, non si sono piegate e che hanno messo al mondo qualcosa di inversamente proporzionale e proiettivo”.
Certe volte penso, non so se mi sbaglio, che la Restaurazione, legata alla narcosi contemporanea sia un fenomeno transpolitico molto più forte della politica stessa. Me ne accorgo quanto la pubblicità diviene così pervasiva che in quella mezzora in cui provi, fai un tentativo, di osservare qualcosa in televisione, forse per ricordarti di quando eri bambino, ti accorgi che lo stesso spot viene trasmesso SEI, SEI volte, nella fascia che precede e nella microfascia che immediatamente precede l’inizio di qualcosa. Finchè non esci, accendi lo stereo, ascolti la stessa canzone e non sai se la ascolterai per intero o se semplicemente hai beccato lo spot radiofonico nell’unico momento in cui non ti viene proposta l’offerta sul piano tariffario. Quella musica si trasforma in una vibrazione ossea, in un comando ipnotico, l’obiettivo è che i corpi vibrino su di un’unica nota, e le scatole craniche a cause delle stesse vibrazioni riducano il cervello in frantumi. La morte di Papa Woityla è stata funzionale al lancio pubblicitario della fiction in due puntate su canalecinque? La pubblicazione della biografia di Ratzinger a tre giorni dalla sua elezione è antesignana dell’approssimarsi della passione del suo corpo terreno, prossima data l’età, che rinnoverà nei fedeli il dolore e il ricordo per la scomparsa del pontefice precedente? Deliri, sproloqui a perdere. Non si può dare sproloquio in momenti di Restaurazione, perché in questi momenti i discorsi più ragionevoli vengono paragonati a sproloqui e fatti tacere, gli editori CHE NON “Andrebbero a Praga a dire a un signore magro e con le orecchie a sventola che i suoi primi due libri hanno venduto solo 200 copie, impossibile pubblicarlo”.
Sono d’accordo con quanto dice Moresco, faccio il possibile, dove abito e vivo e nell’ambito passionale in cui mi sforzo di operare, per rendere azione critica un pensiero critico.
(Part Two) La cosa che più mi ha interessato è stato il seguito, su Nazione Indiana e sugli altri blog (vedi quello di Loredana Lipperini) di questo intervento, mi ha interessato il fatto che la posta in gioco, se così si può definire, è così sempre ad una soglia elevata, la soglia è quella della libertà di espressione oltre che di circolazione delle idee. L’editoria è un’industria? Se è un’industria allora vuol dire che alcuni canoni di certificazione, da qualche parte, dovranno pure essere rispettati. L’autoproduzione sta all’editoria come il lavoro nero a quello retribuito? Mi piace chi nel Vomitorium ha tirato dentro la questione dell’invidia, in Salento ad esempio si dice ‘invidia puttana’. C’è sempre chi, malgrado un intervento parli di Gramsci, lo via via ridiscendere alle cose ultime. Ecco perché i rivoli (altro che rivoli, certi sono veri e propri interventi che nulla tolgono alla sociologia della letteratura e la cosa importante è che sono fatti da scrittori e critici e non da sociologi) della discussione sono interessanti.
“Persone che scrivono senza arrendersi”. Aneddoto. A ventiquattro anni mi presento dall’editore con il mio bel libro, pronto, confezionato. L’editore ha una rivista che esce da un sacco di tempo, almeno venti anni. A distanza di cinque anni capita che il direttore di quella casa editrice voglia un racconto per quella rivista che esce da oramai venti anni. Nel frattempo però (dalla prima volta che ci conosciamo con l’editore) la rivista comincia ad essere distribuita meno capillarmente, addirittura il mio librario di fiducia dice che ha smesso di commerciarla perché oramai se non è gratis non la compra nessuno, o meglio, per tenere i costi l’editore l’ha fatta sempre identica, sempre simile ad un fascicolo con i punti metallici, sempre dando spazio agli autori che avrebbe pubblicato o ai più grossi nomi della letteratura, finchè il biglietto di ingresso, per tornare al discorso del museo, non lo compra nessuno perché il lettore non si trova rispecchiato. La rivista in questione ha subito l’estromissione dal circuito dei megastore a due piani con la ragazzetta che ti propone di acquistare l’ultimo nintendo, non ce l’ha fatta. Malgrado ci siano transitati Fortini, Volponi, Zanzotto, Merini e altri nomi interessanti quella rivista non va per i megastore. Se ne accorge anche il piccolo librario. Paradossalmente allora una rivista del genere per continuare a tirare avanti in maniera dignitosa, quantomeno per essere letta, deve essere spedita in abbonamento o in regalo assieme ai pacchi coi libri o in regalo e basta.

Parlando di ‘iperurani’ è chiaro che Baricco non tiene un blog come cos’ la Maraini. Ma, d’altronde, ognuno è fatto a modo suo. Magari Baricco è impagnato di lavoro, forse è uno timido e, oltre a non avere tempo, non se la sentirebbe di replicare a qualcuno che fa un commento incazzato, anche perché è naturale che tra quei milioni di lettori ci siano anche i suoi detrattori, il detrattore che non legge l’oggetto che vuole criticare si squaglia dopo un quarto di secondo.
L’intellettuale prima di questi anni era una voce che gridava dal deserto. Su Carmillaonline, prima ancora dell’intervento di Moresco su Nazione Indiana dove si diceva che “la Letteratura, deve fregarsene di più, se riesce, dei libri della Fallaci e di quelli del Papa, di quelli di Dan Brown e di Vespa, di Faletti e di Pinco Pallino”, Valerio Evangelisti aveva pubblicato un articolo su Oriana Fallaci comparso, se ricordo bene, per un giornale di Beirut. Ebbene, Valerio Evangelisti è letteratura, in che senso? Nel senso che il valore delle sue opere è riconosciuto, e così la diffusione delle stesse e allo stesso modo come autore possiede lo stesso potenziale di Dan Brown, quando i lettori si accorgeranno della differenza sostanziale tra i due, ma questo è un altro discorso, volevo dire una cosa a proposito della restaurazione. Di quell’articolo ho consigliato la lettura più di una volta a chi mi capitava (di persona o in rete) vicino, perché dopo la lettura di un articolo del genere uno che va in edicola ad acquistare un libro della Orifalla secondo me desiste. Eppure provate ad entrare in una libreria e dire, ad alta voce, ‘questo libro mi fa cagare, e non perché sta scritto male, anzi, sta scritto malissimo, questo libro non mi piace perché fornisce un’idea distorta della realtà, perché…..’ ebbene la letteratura, e degli autori dalla 5000/8000 copie, e degli autori anomali, la letteratura della lettura si scontra con la letteratura della nonlettura, la letteratura da blockbuster. Soltanto che un film non puoi fingere di non vederlo, non puoi fare finta, se ti addormenti perché non ti piace c’è qualcuno al tuo fianco, che ti dice ‘l’abbiamo affittato e ora lo guardi, sennò vai in un’altra stanza’, mentre un libro, quello sì, quello puoi anche fare finta, sorvolare, dire che sì ti è piaciuto, anche se in realtà stai ancora a pagina 5 e non riesci ad andare avanti. “A Cadice per Dinci” (Dan Brown) io l’ho acquistato, come acquistai Ilsensodismillaperlaneve, oppure Vadovetiportailquore o ancora Oceanomare, perché? Perché malgrado tutti attorno a me dicessero è bellissimo/fa schifo volevo farmi un’idea, ad esempio A Cadice per Dinci (Dan Brown) l’ho letto fino a pagina 38, poi non sono riuscito ad andare oltre, e non ero prevenuto, quando acquisto un bestseller in genere lo faccio nell’edizione peggiore e più economica perché se mi dovesse venire l’orticaria preferirei pensare che mi è venuta per colpa della carta porosa che ha preso i microbi, e non per il contenuto dell’opera.
Aneddoto: vado in un ipermercato, luogo divertente da sondare per chi legge, giusto per dare un’occhiata al front end di ciò che un lettore medio potrebbe desiderare; nuova sezione di scaffale dove sono raccolti i bestseller in lingua originale, insieme al libro summenzionato e all’altro libro dello stesso autore, quello con il titolo dove si fa riferimento ad entità sovrannaturali in scontro reciproco, alcuni con ali e altri con corna, c’era il suo terzo libro, mi sono chiesto, questo ci cadrà addosso l’anno prossimo? Leggo sulla copertina che ne ha scritti quattro, se leggo un altro po’ va a finire che l’autore conduce una rubrica di cucina escatologica su una cable tv. Ciò che viene pubblicato non fuoriesce spontaneamente dalle offset digitali di una tipografia, ciò che viene tradotto, perché attraversi l’Atlantico in un verso o nell’altro, è frutto di una selezione accurata. Allora, se un lettore è attento, magari può chiedersi perché siano stati tradotti quei due romanzi piuttosto che gli altri due. Forse semplicemente perché quei due hanno venduto di più. Il terzo in effetti è arrivato in un supermercato italiano in edizione paperback quindi nel suo paese credo che abbia venduto abbastanza per uscire. La questione ultima si gioca, credo e come sempre, sul contenuto. Un buon contenuto rimane, sempre; un buon contenuto passa, sempre.
Ancora oggi gli unici bestseller a prezzo stracciato ed in edizioni di comodo che ho letto e di cui rimpiango di non possedere un’edizione rilegata (perché il lettore e lo scrittore un po’ tengono ai loro libri) sono i romanzi di Stephen King e American Tabloid.

D: Ha ancora senso parlare di generi?
R: Sì. Altrimenti non avrebbero senso né la trasversalità né il possibile attraversamento di un’opera su più generi, né discorsi di multistratificazione all’interno della stessa opera, né, in un certo senso, sarebbe possibile costruire ogni forma di dialogo, se non a partire da contrapposizioni, o posposizioni di opere dello stesso genere o di genere differente. Né si potrebbe dire che un’opera travalica un genere per contenerne altri. Ciò non per dire che il genere è funzionale alla critica e quindi è utile, ma per dire che il genere è concomitante alla produzione e che quindi, in diverse epoche, un genere emerge più di altri. In effetti, come per il grottesco che si trova in opere che non appartengono principalmente alla stesso genere, così una delle caratteristiche dell’opera ben riuscita, del libro che si legge con gusto, è proprio quella di essere anche al di sopra di ogni genere, racchiudendone più di uno. Vaso comunicante.

D: E di letteratura?
R: Se la letteratura continuerà ad essere identificata con la scrittura a prescindere della letterarietà,sì.

D: Ti chiedo di immaginare un futuro possibile.
R: 2099?
Nel mondo del futuro è vietato stampare e diffondere libri non perché gli alberi vengono preservati o rispettati maggiormente, ma perché gli alberi vengono utilizzati per produrre una nuova forma di energia nucleare. Quei pochi libri che vengono stampati sono ospitati su un supporto molto simile alla gomma, le pagine sono sottili sfoglie gommate, i caratteri vengono impressi col laser. D’altronde la maggior parte della letteratura che viene prodotta viene diffusa in rete, letta su schermi, ascoltata da ripetitori automatici e in cuffie che simulano le voci di attori famosi, anche di attori oramai defunti, il tutto su richiesta dell’uditor di turno. I costi della stampa su gomma non sono cambiati rispetto a quelli della stampa su carta, i libri stampati su gomma, con la loro copertina in alluminio sottile sono perfino più belli da guardare, oltre che indistruttibili; ne vengono prodotti molti di meno, malgrado si stia assistendo ad un graduale aumento della quantità di lettori. Alcuni libri, costruiti su fogli di gomma interfacciata sono in grado di ricevere nuovi contenuti, mutando automaticamente le forme dei caratteri ad un veloce passaggio del laser. E’ così possibile possedere tre o quattro supporti libro su cui alternare diverse opere e chi non può permettersi l’acquisto di un libro per ogni opera che vuole leggere si accontenta di avere due, al massimo tre supporti.
La memoria è divenuta la merce più preziosa.
Chi vuole leggere deve abbandonare la visione degli schermi, chi vuole ricordare deve smettere di osservare schermi mutevoli.
Chi vuole vivere non può smettere di ricordare.

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