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Francesco
Sasso & Luciano Pagano
aprile/maggio
2005
Uno sguardo generale sulla letteratura
italiana contemporanea
dialogo tra Francesco Sasso e Luciano Pagano.
Ecco alcune domande da me formulate
a Luciano Pagano, giovane scrittore salentino, redattore della rivista
on-line Musicaos.it. Inizialmente, la conversazione era stata pensata
per uso domestico, ovvero per il mio blog/rivista. Successivamente, visto
la qualità delle risposte, ho insistito con Luciano perché
questa fosse messa on-line su Musicaos. Ho pensato che, così facendo,
avremmo potuto innescare un dibattito sereno con i lettori sulla letteratura
contemporanea.. Come si potrà notare, il discorso si è mantenuto,
volutamente, su questioni generali: non si è mai scesi nello specifico
perché non è nostra intenzione polemizzare con nessuno.
D: Essere redattore di Musicaos, ne sono certo,
ti “costringe” a dover star dietro alle tante pubblicazioni
che ogni anno l’industria editoriale sforna. Mi spiego meglio: un
lettore, uno scrittore e fin’anche uno studioso di letteratura,
può decidere di non leggere per il momento quel tal libro discusso
dai più e rinviare, magari di un anno, la lettura; ma un redattore,
come anche un critico militante, di una rivista non può permettersi
un tale lusso: deve sempre stare sulla notizia, in questo caso letteraria.
Per questo motivo mi piacerebbe farti alcune domande generali sul panorama
letterario italiano di questi ultimi anni, con un’attenzione particolare
sulla nostra generazione, i nati nel decennio ‘70-’80.
Inizio con una domanda del tipo arte/realtà; e ti chiedo: oggi
c’è un incontro tra arte e porzioni ampie della realtà?
R: Tutte le arti (‘arti’ anche inteso come applicazioni, artigianati
etc.) sono forme di traduzione, filtrazione, rimutuazione della realtà.
Con arti potrei anche intendere le scienze, la fisica, la filosofia, la
chimica. In senso postmoderno ogni scienza è creatrice e portatrice
di un nuovo ‘discorso’ su un oggetto della realtà.
Ma qual è la differenza tra l’arte propriamente detta e le
altre scienze? Una delle differenze non è tanto nel metodo - l’arte
è infatti a volte disciplina rigorosa e metodica – quanto
nelle limitazioni che la realtà impone agli altri ‘discorsi’.
Un fisico non può prescindere dalla legge di gravità, Italo
Calvino sì. L’arte e la letteratura in particolare sono i
mezzi con i quali la realtà non solo può essere descritta
ma anche mutata, grazie al potenziale di accrescere di nuovi discorsi
il reale. L’arte non è specchio della realtà. Secondo
me è più giusto dire che le arti sono altre realtà,
molte arti, molte versioni dei fatti, molte realtà. ‘C’è
oggi un incontro tra l’arte e porzioni ampie della realtà?’.
Sì, anche se la tendenza non si dirige verso un’arte che
incontri/descriva in modo onnicomprensivo ampie porzioni di realtà
quanto di un’arte che trasforma dei microuniversi localizzati in
macrouniversi, in particolare per le opere di scrittura narrativa e poetica
italiane, sono pochi i tentativi di creare una ‘nuova realtà’,
sono più riusciti e apprezzati i ‘momenti’ che vengono
resi universali in virtù degli argomenti che vengono toccati. L’incontro
con la realtà può avvenire soltanto nella misura in cui
l’autore, la realtà, la vive e la conosce, le persone, chi
lavora, chi studia, gli intellettuali, i giornali, la televisione. Io
non guardo la televisione come si guarda il monolito nero, la guardo pensando
“ecco come si costruisce un’immagine di realtà”,
la prendo con le pinze ma la guardo, anche perché conoscendone
il linguaggio si comprendono molte cose. Ci sono persone, ad esempio,
che non leggono nemmeno un libro e guardano la televisione per quattro
o cinque ore al giorno. Quale può essere la loro visione della
realtà? Prima ancora che fossero concepiti i reality la realtà
esisteva già e già era condizionata dalla televisione. Il
reality è la ciliegina sulla torta, è la Televisione che
dopo cinquant’anni di condizionamento ci fa un regalo e finalmente
ci dice ‘puoi esserci anche tu, hai sempre visto, adesso puoi esserci,
vedi che Grande Madre Buona sono stata con te?, ora ci sei, ti riconosco,
sei un figlio mio’. L’arte deve assolutamente aderire alla
realtà, prima che la televisione la derubi definitivamente dei
suoi contenuti.
D: Da un discorso generale tra arte e realtà,
passiamo ora ad esaminare lo stato di salute della letteratura italiana
contemporanea, dal tuo punto di vista. Non so se tu sei d’accordo
con me, ma nella maggior parte degli scrittori giovani io noto una tendenza
a produrre letteratura partendo da strategie esterne alla stessa letteratura,
o “tattiche a priori”. Conseguenza, e prova, di questo atteggiamento
è la tendenza dei più ad una scrittura immediata e poco
elaborata. Cosa ne pensi?
R: Tempo fa Giulio Mozzi, sul suo blog, stese una lista di una decina
di tipologie di scritture ricavate da una semplice indagine su tutti i
manoscritti che riceve in lettura e che legge ogni anno. Da quell’intervento
veniva evidenziato che non era tanto la realtà ad influenzare le
narrazioni quanto la scrittura a generare scrittura, come se scrivere
non fosse dovuto al desiderio di comunicare, scrivere, ma dal desiderio
di imitare chi scrive, della serie “se ce l’ha fatta lui ce
la posso fare anche io”. Ebbene, devo ammettere di avere conosciuto
persone che scrivono per quel motivo. Ci sono quelli che lo ammettono
e te lo dicono ‘voglio scrivere il mio diario personale, ci metto
tutto, faccio come Melissa P.’, e ci sono quelli che sono talmente
abbagliati dalla luce da nemmeno accorgersi che la luce li sta bruciando,
e si mettono a scrivere sull’impulso di letture che hanno fatto,
poi a metà si accorgono che stanno scrivendo in modo inconscio,
è come se uno, dopo una visita al Louvre, senza aver mai preso
una matita in mano tornasse a casa e acquistasse una confezione di colori
e una tavolozza. Questo per quanto riguarda gli scrittori che devono maturare.
E per quelli maturi?
Parlare di strategie presuppone che la scrittura, come è giusto
che sia, nasca per portare avanti dei discorsi, per spingere all’azione,
per dare una propria versione dei fatti che riesca a tenere il passo,
contemporaneamente, con la forma nella quale viene espressa e con i contenuti,
in ragione delle azioni, non credo all’autore scisso dal suo modus
operandi, se uno è un mentecatto qualcosa nei versi o nella prosa
trapela. In questo senso gruppi di scrittura (dove con gruppi intendo
anche collettivi di scrittori non necessariamente uniti sotto uno stesso
nome ma anche misti, collettivi o singoli) possano, avendo maturato una
stessa coscienza nei confronti di alcune tematiche, elaborare una strategia
ed una tattica comuni. Un esempio, Luther Blissett, prima, poi Wu Ming.
Leggendo i loro testi e conoscendo ciò che fanno (tempo fa sulla
rete Brizzi utilizzò una frase felice ‘li riconoscerete dalle
loro opere’) uno può farsi un’idea di come una strategia,
coerente e onesta, possa portare dei frutti che si accompagnano a qualità
dal punto di vista dell’estetica, oltre che dell’accrescimento
del dibattito su temi di importanza storico-culturale. Una strategia/tattica
già enucleata in ‘Totò Peppino e la Guerra Psichica’
(piano quinquennale) e che oggi viene dispiegata (le opere collettive
con collaborazioni aperte ai lettori, le riedizioni con i commenti dei
lettori, il progetto sul fascismo, iQuindici, la repubblica democratica
dei lettori).
Eppure è difficile parlare di ‘tattiche a priori’ per
tutti, semmai possono convivere sintonie, riverberi, sinergie a distanza,
anche perché in questa fase della produzione letteraria si è
dimostrato molto più semplice produrre manifesti sintetici a posteriori,
ad eccezione di programmazioni, estetiche o editoriali. Una tipica tattica
a priori più che concretizzarsi nell’indirizzare la produzione
potrebbe essere concreta, invece, nell’indirizzare l’antiproduzione,
ovvero: non esiste un concetto determinato di ciò che potrebbe
essere scritto ma esiste un concetto quasi determinato di ciò che
non va scritto, elaborato semplicemente in termini di operazioni fallite.
Ma questo pensiero non sarebbe relativo alla scrittura e all’estetica
ma semplicemente alla maggiore o minore soddisfazione del mercato.
Per quel che riguarda l’elaborazione immediata della scrittura o
dell’immediatezza nell’elaborazione della scrittura. In ognuno
dei due modi in cui voglia intendersi quest’espressione credo di
aver capito che si vuole intendere pressappoco questi quesiti:
‘È vero che nella ricezione della scrittura
d’oggi, il ritmo delle uscite editoriali è accompagnato alla
necessità che quasi ogni uscita sia a modo suo un caso, di modo
che gli investimenti e le energie non siano repentinamente disperse, e
allo stesso tempo la creazione di un caso permetta il consolidamento di
un autore/autrice dimodochè si possa procedere nella continuazione
di analogo lavoro su altra opera?
È vero che questo ritmo, conseguentemente, porta a dover subito
creare, nel lasso di pochi mesi, un processo di ingolfamento tra anticipazione
dell’opera, anticipazione dei giudizi sull’opera, pubblicazione
dell’opera, giudizi diffusi sull’opera, critiche dell’opera,
controcritiche dell’opera, critiche alle critiche dell’opera,
consolidamento del valore o disvalore dell’opera al di là
delle critiche, archiviazione dell’opera come classico temporaneo
del contemporaneo, oblìo dell’opera, ripresa di giudizio
critico sull’opera non mediato dalla contemporaneità della
stessa e quindi più sincero e distaccato, l’autore-sta-già-lavorando-alla-sua-prossima-opera?
Si potrebbe dire che se una tendenza del genere esiste, questo è
forse uno dei pochi danni ascrivibili ad un utilizzo poco ponderato della
rete. La possibilità dell’autore (di chi vuole) di interloquire
con i propri lettori (quelli a cui vuole rispondere), o la possibilità
di creare dibattito in rete, potrebbe dare adito ad un’accelerazione
del tempo di decadenza medio di un’opera. Ma questo sarebbe un errore
grossolano di valutazione perché in questo senso non si sta discutendo
dell’opera, ma della sua immagine, è come se in attesa dal
barbiere (se uomini) o dalla parrucchiera (se donne) ci fossero sette
persone che attendendo discutono dell’ultimo romanzo di Dan Brown,
è probabile che almeno due su sette mentano perché ancora
non lo hanno acquistato oppure perché non lo hanno finito. Cosa
vuol dire? Vuol dire che ad ogni immediatezza e fenomeno dell’immediatezza
segue una sedimentazione cui l’opera dovrebbe riuscire a resistere,
se merita di resistere, che poi è un continuare ad esistere dopo
l’apparenza di un lancio pubblicitario.
D: Negli ultimi anni ti è capitato di leggere
romanzi che hanno innovato la tradizione letteraria italiana?
R: La letteratura e il fare letteratura sono tutti tentativi di innovare
la tradizione, l’idea del tradimento come passaggio ad altro, trasduzione,
traghettamento, portare verso un’altra direzione. ‘Innovare
la tradizione’ può solo apparentemente sembrare un ossimoro,
come si può innovare la tradizione? Se invece con tradizione si
intende non il termine in cui si cristallizza ciò che è,
quanto piuttosto un metodo per l’attraversamento allora sarà
chiaro che la tradizione, paradossalmente, è quanto di più
mutevole si può trovare sotto il sole della scrittura. Ogni epoca
ha la sua tradizione, ogni epoca si propone mediante ciò che ha
recepito dell’epoca precedente nei confronti dell’epoca presente
e transeunte. Utilizzare l’italiano (lingua che in buona parte è
già contenuta nella Commedia di Dante e che al limite si può
adattare al presente accogliendo i riflussi di altre lingue e altri linguaggi),
ampliarne il lessico, ibridare le forme di trasmissione della lingua con
le forme di trasmissione degli altri linguaggi che ci circondano. Innovare
la tradizione significa quindi fornire nuovi strumenti perché il
passaggio da uno stato all’altro sia manifesto dal punto di vista
della forma di espressione (la letteratura, la letterarietà) e
la critica (letteraria), i due fenomeni non devono essere necessariamente
conseguenza l’una dell’altra. Vedi ad esempio il fenomeno
di creazione della poesia surrealista spagnola ad opera della critica
letteraria italiana (V. Bodini, O. Macrì), per cui una corrente
è tale anche al di là di una consapevolezza estetica. Può
accadere il contrario, può darsi che un pensiero critico sia maturo
ma che si debba attendere affinché delle opere ne siano lo specchio.
A me piace notare come di recente, opere che mi sono piaciute, più
che rinnovare la tradizione (se non intesa come lingua) rinnovino l’antitradizione
di opere non tradizionali come Petrolio o come Corporale, mi piace vedere
che nel pastiche, nella commistione di generi, nell’ibridazione,
ci siano diverse opere interessanti che aggiungono qualcosa alla tradizione,
perché trasportano altrove.
Sarebbe bello fare un gioco, prendere le seguenti opere Petrolio, Corporale,
Fratelli d’Italia, La cognizione del dolore e cercare di metterle
in relazione a opere pubblicate negli ultimi cinque anni per capire se
c’è corrispondenza tra ciò che era innovatore della
tradizione trent’anni fa e ciò che rinnova oggi.
Moresco quando scrive delle opere omologate le chiama cloni. Che senso
ha oggi il romanzo, nell’epoca della sua riproducibilità
tecnica imposta e della sua possibilità di essere replica costruita
sulla giusta scala a seconda del gusto, della tendenza, del mercato? Evidentemente
un’accezione del genere annienterebbe ogni forma di creatività,
ogni disciplina della scrittura, ogni estetica personale. Se è
vero, come sostiene Moresco che Steinbeck, oggi, non verrebbe pubblicato,
è anche vero che Antonio Moresco ci è riuscito (il racconto
delle sue peripezie con gli editori e della gestazione/maturazione della
sua opera è incredibile).
D: Negli scrittori contemporanei c’è
uno stretto rapporto tra piano retorico e struttura dell’opera?
R: Per ‘piano retorico’ intendo ‘espressione del contenuto’
e con ‘struttura dell’opera’ intendo ‘forma dell’espressione’.
In quest’ottica negli scrittori contemporanei l’attenzione
affinché questo rapporto sia il più stretto possibile è
altissima. Ci sono stati momenti della letteratura nei quali alcune forme
si sono cristallizzate, (ad. es. il romanzo borghese, il romanzo nella
società industriale, il romanzo…post-moderno) oggi sembra
che a meno di incontrare una storia e una narrazione molto forte, un’opera
emerge se la composizione di questo equilibrio, sbilanciata però
verso la ricerca di una nuova forma, è più caratterizzata.
E’ come se si potessero distinguere tre possibilità (fra
le tantissime altre discernibili):
- l’opera che ad una forma tradizionale associa un contenuto sperimentale
- l’opera che possiede una forma ed un contenuto sperimentali
- una forma sperimentale senza opera adeguata
Sembra impossibile fare una catalogazione a priori,
per tornare all’intervento di Giulio Mozzi, credo che tra qualche
anno potrà essere un intervento datato, non rifletterà più
ciò che accade a livello di produzione letteraria di manoscritti,
per quanto ci saranno sempre scrittori facilmente influenzabili che hanno
normalmente bisogno di più tempo per trovare una propria ‘voce’.
D: Ultimamente si è parlato molto di post-moderno
e dei danni provocati da questa concezione in letteratura. Devo confessarti
che non ho una certezza precisa a riguardo, allora ti chiedo: il post-moderno
è concluso? E se sì… entriamo in una nuova e, forse,
più subdola epoca?
R: La formula della domanda presuppone che il post-moderno sia di per
sé un epoca subdola, e che alla sua conclusione ciò che
ne segue si presenti in termini di peggiore collasso del subdolo. A prescindere
dal nostro essere troppo ancora con i piedi sull’orlo di questo
abisso di fronte (frattura storica) bisogna intendersi sui termini. Di
norma sono parco nell’utilizzo di questo termine, “post-moderno”,
perché la prima cosa che mi viene in mente è che il post-moderno
sia il contemporaneo, e che l’accezione errata di post-moderno si
sia ingenerata perché nel parlare comune (l’everyday life),
quando si parla in termini di “moderno” si parla già
in termini ovvii di “contemporaneo”. Il saggio di Lyotard
è atipico anche come saggio, esempio di come uno studio possa influenzare
più che un saggio filosofico in senso stretto. Lì si accenna
a “discorsi”, si accenna al futuro che si dispiegherà
in seguito all’informatizzazione di massa, tutti fenomeni dei quali
si sarebbe difficilmente potuta prevedere l’esponenzialità
dell’impatto. Un testo di cultura informatica scritto nel 1987 e
un testo di argomento simile scritto nel 1997, paragonati ad un testo
che potrà uscire nel 2007, sembrano uscire da evi differenti. Non
è così per le opere di letteratura, Se una notte d’inverno
un viaggiatore è stato pubblicato nel 1979. “Giro di vite
contro gli hacker”, di Bruce Sterling è stato pubblicato
nel 1992 eppure molti dei temi trattati in questo testo possono risultare
astrusi a chi faccia del computer e della rete un utilizzo ‘domestico’.
Il messaggio rivoluzionario contenuto in queste due opere e in tante altre
ancora più antiche continua a persistere. Compito delle differenti
epoche della critica (filosofica, letteraria, sociale) è quello
di individuare la modernità di certi “discorsi” senza
forzare le interpretazioni delle opere.
Se invece con post-moderno si fa riferimento ad una particolare epoca
della produzione letteraria contemporanea (tra la fine degli anni ’70
e gli anni ’90);
Se questa delimitazione nella produzione si affianca ad una critica del
concetto stesso di contemporaneo (il secolo breve? Quando termina il ventesimo
secolo? Con il ’68? Con l’89? Con il 2001?);
Se si sceglie di limitare questa analisi ad un ristretto numero di autori
americani, pensatori e scrittori;
Allora la più subdola epoca sarà rappresentata dalla coesistenza
di imitatori (quelli che cantano sulle rovine) e continui detrattori del
presente in ogni sua manifestazione e forma. Mentre invece quel che è
necessario, forse, è interrogarsi costantemente sul perché
di determinati movimenti ideali, forse il post-moderno altri non è
che la presa di coscienza, diffusa, che ciò che è spacciato
ai quattri angoli del pianeta come democrazia e parità delle opportunità,
altri non è che una maschera utile per coprire l’avanzamento
egemone di una cultura monolitica anche se globulare, univoca anche se
pluriversamente rappresentata, guerrafondaia anche se nelle migliori intenzioni
di umanità.
Il mio pensiero postmoderno, a proposito è questo, “dal medioevo
a oggi nulla è cambiato”, continuano a prodursi discorsi,
continuano ad esistere poteri egemoni contrastati a poteri deboli, continuano
ad esserci istituzioni educative come le università che continuano
a funzionare in modo simile, continuano a prodursi narrazioni e si continuano
a visitare luoghi differenti dai propri, e continuano a nascere relazioni
a distanza tra intellettuali o scrittori e continuano a disegnarsi e ridisegnarsi
i confini delle nazioni in base alla disponibilità delle risorse
energetiche più in voga nel momento. Si potrà obbiettare
che la quantità del nostro potenziale distruttivo procapite è
aumentata, è vero. Ed è anche vero che possiamo permetterci
di estroflettere il pensiero in un nuovo medioevo mentre in alcuni paesi
il medioevo non è mai scomparso. Osservare in telegiornali l’Afghanistan
ai tempi dei primi bombardamenti degli statiunitidamerica ci ha fatto
vedere che cosa voglia dire vivere nel medioevo, come lo stesso pensiero
può venire in mente osservando alcune popolazioni della Mongolia
o ancora alcuni abitanti del Tibet o di alcune zone della Colombia. Eppure
per quanto collocati in un medioevo quei luoghi sono i luoghi preferiti
per le coltivazioni e la vendita delle materie prime utilizzate per fabbricare
oppiacei o cocaina. Cosa accade? Qual è uno degli abissi peggiori
del post-moderno? La possibilità di azzerare, non di limitare ma
di azzerare la possibilità di evoluzione di una popolazione, il
che vuol dire azzerare la possibilità che un patrimonio genetico-culturale
passi attraverso le diverse fasi del progresso e sia invece relegato ai
margini della nostra postmodernità. La più subdola delle
epoche sarà rappresentata dalla narrazione del momento e dei momenti
in cui queste popolazioni torneranno sui loro passi, oppure quando noi
stessi regrediremo allo zero.
D: C’è una verità linguistica,
oggi?
R: C’è una lingua che è vera nella misura in cui è
accettata, fuoriuscire dai suoi canoni significa parlare come il folle
in mezzo al mercato. Faccio un esempio divertente. Su Google esiste l’opzione
di strumenti delle lingue, basta inserire una pagina da tradurre in inglese
e quella pagina viene tradotta, oppure, se abbiamo bisogno di leggere
in italiano una pagina, allora basta scegliere ‘in italiano’.
Un giorno ho provato a far tradurre dal software automatico (automatico,
non ignorante ma neanche intelligente) di Google la homepage di Musicaos.it,
c’era tutto. Un inglese avrebbe quasi capito di che cosa parlava
il sito, perchè ‘quasi’? Le uniche parole che sfuggivano
ad una traduzione erano quelle per cui non c’era un’esatta
corrispondenza di senso tra l’italiano e l’inglese.
Le parole che non venivano tradotte erano quelle che non rientravano in
quel dizionario, che presumo assestarsi tra i duemila e i cinquemila vocaboli
(ad essere ottimisti), quasi un survivor kit tanto della lingua italiana
quanto di quella inglese. Ecco un esempio di ‘verità linguistica’,
quel vocabolario striminzito è perfettamente transducibile da una
lingua all’altra, come una banconota da cinque euro. Questa è
la ‘verità linguistica oggi’, se si accetta che per
ottenere la verità da un concetto o da una pratica si deve, per
l’appunto, partire dalla produzione e da ciò che ci circonda.
Il contenuto di verità potenziale dell’opera letteraria si
scontra con la verità linguistica dell’oggi intesa come media
linguistica diffusa, con nuovi ritmi, con nuove parole, cioè con
riutilizzi di parole dimenticate e sepolte, si possono allargare i confini
della verità linguistica. Altrimenti la civiltà letteraria
sarà sempre titanico e infinito scontro di ping pong tra eruditi
e lettori disinteressati, gli uni a scrivere opere per pochi eletti, gli
altri a preferire la semplicità e, naturalmente, a credere quello
che sentono in giro, dar retta al passa parola, non sbattere la testa
contro il muro di un giudizio critico maturato nella completa possibilità
di sbagliarsi. Non mi dimenticherò mai l’impressione negativa
che mi fece la somministrazione, a sedici anni, del Siddharta di Hesse,
lettura accolta da suggerimento e, invece, l’impressione positiva
che mi fece la lettura del “Giuoco delle perle di vetro”,
scoperto per caso dopo la lettura del Doktor Faustus di Mann. Altro paradosso
quindi, per ricercare la verità linguistica bisogna scontrarsi
prima contro la labilità e la superficialità della verità
linguistica diffusa.
D: Sono certo che hai seguito con attenzione lo
scontro interno a Nazione Indiana dopo l’articolo di Moresco sulla
restaurazione. Ti chiedo: viviamo in un periodo di restaurazione? (Part
One) Una delle cose buone che ha fatto Moresco, relative a questo intervento,
consiste nell’averlo pubblicato con un certo anticipo rispetto all’occasione
per il quale era stato scritto. Con così largo anticipo, sui tempi
di risposta della rete, da permettere di produrre il dibattito che prospettava.
L’intervento è giocato su un doppio livello, di accusa, nei
confronti dell’editoria che dovrebbe coltivare gli intellettuali
di un’epoca, di tutte le epoche, permettendo loro di criticare il
circostante e restaurante; il secondo, quello relativo alla società
pervasiva, interessantissimo. E’ difficile aggiungere qualcosa in
più, è difficile trovare parole se non per spiegare meglio,
oppure azioni per andare contro la Restaurazione, per cercare di essere
quotidianamente uno di quei tanti che “[…] scrivono senza
arrendersi, librai che non accettano di trasformarsi in venditori di saponette,
editori nuovi che nascono o si rafforzano cercando di seguire altre strade,
singole persone che lavorano anche all’interno della grande editoria
e dei giornali e della nuova frontiera della rete animate da un diverso
atteggiamento e da una vera passione”, e ancora, “in tutti
i periodi di restaurazione c’è stata una fioritura di opere
e di persone che, in un modo o nell’altro e ciascuna secondo la
propria natura, non si sono piegate e che hanno messo al mondo qualcosa
di inversamente proporzionale e proiettivo”.
Certe volte penso, non so se mi sbaglio, che la Restaurazione, legata
alla narcosi contemporanea sia un fenomeno transpolitico molto più
forte della politica stessa. Me ne accorgo quanto la pubblicità
diviene così pervasiva che in quella mezzora in cui provi, fai
un tentativo, di osservare qualcosa in televisione, forse per ricordarti
di quando eri bambino, ti accorgi che lo stesso spot viene trasmesso SEI,
SEI volte, nella fascia che precede e nella microfascia che immediatamente
precede l’inizio di qualcosa. Finchè non esci, accendi lo
stereo, ascolti la stessa canzone e non sai se la ascolterai per intero
o se semplicemente hai beccato lo spot radiofonico nell’unico momento
in cui non ti viene proposta l’offerta sul piano tariffario. Quella
musica si trasforma in una vibrazione ossea, in un comando ipnotico, l’obiettivo
è che i corpi vibrino su di un’unica nota, e le scatole craniche
a cause delle stesse vibrazioni riducano il cervello in frantumi. La morte
di Papa Woityla è stata funzionale al lancio pubblicitario della
fiction in due puntate su canalecinque? La pubblicazione della biografia
di Ratzinger a tre giorni dalla sua elezione è antesignana dell’approssimarsi
della passione del suo corpo terreno, prossima data l’età,
che rinnoverà nei fedeli il dolore e il ricordo per la scomparsa
del pontefice precedente? Deliri, sproloqui a perdere. Non si può
dare sproloquio in momenti di Restaurazione, perché in questi momenti
i discorsi più ragionevoli vengono paragonati a sproloqui e fatti
tacere, gli editori CHE NON “Andrebbero a Praga a dire a un signore
magro e con le orecchie a sventola che i suoi primi due libri hanno venduto
solo 200 copie, impossibile pubblicarlo”.
Sono d’accordo con quanto dice Moresco, faccio il possibile, dove
abito e vivo e nell’ambito passionale in cui mi sforzo di operare,
per rendere azione critica un pensiero critico.
(Part Two) La cosa che più mi ha interessato è stato il
seguito, su Nazione Indiana e sugli altri blog (vedi quello di Loredana
Lipperini) di questo intervento, mi ha interessato il fatto che la posta
in gioco, se così si può definire, è così
sempre ad una soglia elevata, la soglia è quella della libertà
di espressione oltre che di circolazione delle idee. L’editoria
è un’industria? Se è un’industria allora vuol
dire che alcuni canoni di certificazione, da qualche parte, dovranno pure
essere rispettati. L’autoproduzione sta all’editoria come
il lavoro nero a quello retribuito? Mi piace chi nel Vomitorium ha tirato
dentro la questione dell’invidia, in Salento ad esempio si dice
‘invidia puttana’. C’è sempre chi, malgrado un
intervento parli di Gramsci, lo via via ridiscendere alle cose ultime.
Ecco perché i rivoli (altro che rivoli, certi sono veri e propri
interventi che nulla tolgono alla sociologia della letteratura e la cosa
importante è che sono fatti da scrittori e critici e non da sociologi)
della discussione sono interessanti.
“Persone che scrivono senza arrendersi”. Aneddoto. A ventiquattro
anni mi presento dall’editore con il mio bel libro, pronto, confezionato.
L’editore ha una rivista che esce da un sacco di tempo, almeno venti
anni. A distanza di cinque anni capita che il direttore di quella casa
editrice voglia un racconto per quella rivista che esce da oramai venti
anni. Nel frattempo però (dalla prima volta che ci conosciamo con
l’editore) la rivista comincia ad essere distribuita meno capillarmente,
addirittura il mio librario di fiducia dice che ha smesso di commerciarla
perché oramai se non è gratis non la compra nessuno, o meglio,
per tenere i costi l’editore l’ha fatta sempre identica, sempre
simile ad un fascicolo con i punti metallici, sempre dando spazio agli
autori che avrebbe pubblicato o ai più grossi nomi della letteratura,
finchè il biglietto di ingresso, per tornare al discorso del museo,
non lo compra nessuno perché il lettore non si trova rispecchiato.
La rivista in questione ha subito l’estromissione dal circuito dei
megastore a due piani con la ragazzetta che ti propone di acquistare l’ultimo
nintendo, non ce l’ha fatta. Malgrado ci siano transitati Fortini,
Volponi, Zanzotto, Merini e altri nomi interessanti quella rivista non
va per i megastore. Se ne accorge anche il piccolo librario. Paradossalmente
allora una rivista del genere per continuare a tirare avanti in maniera
dignitosa, quantomeno per essere letta, deve essere spedita in abbonamento
o in regalo assieme ai pacchi coi libri o in regalo e basta.
Parlando di ‘iperurani’ è chiaro
che Baricco non tiene un blog come cos’ la Maraini. Ma, d’altronde,
ognuno è fatto a modo suo. Magari Baricco è impagnato di
lavoro, forse è uno timido e, oltre a non avere tempo, non se la
sentirebbe di replicare a qualcuno che fa un commento incazzato, anche
perché è naturale che tra quei milioni di lettori ci siano
anche i suoi detrattori, il detrattore che non legge l’oggetto che
vuole criticare si squaglia dopo un quarto di secondo.
L’intellettuale prima di questi anni era una voce che gridava dal
deserto. Su Carmillaonline, prima ancora dell’intervento di Moresco
su Nazione Indiana dove si diceva che “la Letteratura, deve fregarsene
di più, se riesce, dei libri della Fallaci e di quelli del Papa,
di quelli di Dan Brown e di Vespa, di Faletti e di Pinco Pallino”,
Valerio Evangelisti aveva pubblicato un articolo su Oriana Fallaci comparso,
se ricordo bene, per un giornale di Beirut. Ebbene, Valerio Evangelisti
è letteratura, in che senso? Nel senso che il valore delle sue
opere è riconosciuto, e così la diffusione delle stesse
e allo stesso modo come autore possiede lo stesso potenziale di Dan Brown,
quando i lettori si accorgeranno della differenza sostanziale tra i due,
ma questo è un altro discorso, volevo dire una cosa a proposito
della restaurazione. Di quell’articolo ho consigliato la lettura
più di una volta a chi mi capitava (di persona o in rete) vicino,
perché dopo la lettura di un articolo del genere uno che va in
edicola ad acquistare un libro della Orifalla secondo me desiste. Eppure
provate ad entrare in una libreria e dire, ad alta voce, ‘questo
libro mi fa cagare, e non perché sta scritto male, anzi, sta scritto
malissimo, questo libro non mi piace perché fornisce un’idea
distorta della realtà, perché…..’ ebbene la
letteratura, e degli autori dalla 5000/8000 copie, e degli autori anomali,
la letteratura della lettura si scontra con la letteratura della nonlettura,
la letteratura da blockbuster. Soltanto che un film non puoi fingere di
non vederlo, non puoi fare finta, se ti addormenti perché non ti
piace c’è qualcuno al tuo fianco, che ti dice ‘l’abbiamo
affittato e ora lo guardi, sennò vai in un’altra stanza’,
mentre un libro, quello sì, quello puoi anche fare finta, sorvolare,
dire che sì ti è piaciuto, anche se in realtà stai
ancora a pagina 5 e non riesci ad andare avanti. “A Cadice per Dinci”
(Dan Brown) io l’ho acquistato, come acquistai Ilsensodismillaperlaneve,
oppure Vadovetiportailquore o ancora Oceanomare, perché? Perché
malgrado tutti attorno a me dicessero è bellissimo/fa schifo volevo
farmi un’idea, ad esempio A Cadice per Dinci (Dan Brown) l’ho
letto fino a pagina 38, poi non sono riuscito ad andare oltre, e non ero
prevenuto, quando acquisto un bestseller in genere lo faccio nell’edizione
peggiore e più economica perché se mi dovesse venire l’orticaria
preferirei pensare che mi è venuta per colpa della carta porosa
che ha preso i microbi, e non per il contenuto dell’opera.
Aneddoto: vado in un ipermercato, luogo divertente da sondare per chi
legge, giusto per dare un’occhiata al front end di ciò che
un lettore medio potrebbe desiderare; nuova sezione di scaffale dove sono
raccolti i bestseller in lingua originale, insieme al libro summenzionato
e all’altro libro dello stesso autore, quello con il titolo dove
si fa riferimento ad entità sovrannaturali in scontro reciproco,
alcuni con ali e altri con corna, c’era il suo terzo libro, mi sono
chiesto, questo ci cadrà addosso l’anno prossimo? Leggo sulla
copertina che ne ha scritti quattro, se leggo un altro po’ va a
finire che l’autore conduce una rubrica di cucina escatologica su
una cable tv. Ciò che viene pubblicato non fuoriesce spontaneamente
dalle offset digitali di una tipografia, ciò che viene tradotto,
perché attraversi l’Atlantico in un verso o nell’altro,
è frutto di una selezione accurata. Allora, se un lettore è
attento, magari può chiedersi perché siano stati tradotti
quei due romanzi piuttosto che gli altri due. Forse semplicemente perché
quei due hanno venduto di più. Il terzo in effetti è arrivato
in un supermercato italiano in edizione paperback quindi nel suo paese
credo che abbia venduto abbastanza per uscire. La questione ultima si
gioca, credo e come sempre, sul contenuto. Un buon contenuto rimane, sempre;
un buon contenuto passa, sempre.
Ancora oggi gli unici bestseller a prezzo stracciato ed in edizioni di
comodo che ho letto e di cui rimpiango di non possedere un’edizione
rilegata (perché il lettore e lo scrittore un po’ tengono
ai loro libri) sono i romanzi di Stephen King e American Tabloid.
D: Ha ancora senso parlare di generi?
R: Sì. Altrimenti non avrebbero senso né la trasversalità
né il possibile attraversamento di un’opera su più
generi, né discorsi di multistratificazione all’interno della
stessa opera, né, in un certo senso, sarebbe possibile costruire
ogni forma di dialogo, se non a partire da contrapposizioni, o posposizioni
di opere dello stesso genere o di genere differente. Né si potrebbe
dire che un’opera travalica un genere per contenerne altri. Ciò
non per dire che il genere è funzionale alla critica e quindi è
utile, ma per dire che il genere è concomitante alla produzione
e che quindi, in diverse epoche, un genere emerge più di altri.
In effetti, come per il grottesco che si trova in opere che non appartengono
principalmente alla stesso genere, così una delle caratteristiche
dell’opera ben riuscita, del libro che si legge con gusto, è
proprio quella di essere anche al di sopra di ogni genere, racchiudendone
più di uno. Vaso comunicante.
D: E di letteratura?
R: Se la letteratura continuerà ad essere identificata con la scrittura
a prescindere della letterarietà,sì.
D: Ti chiedo di immaginare un futuro possibile.
R: 2099?
Nel mondo del futuro è vietato stampare e diffondere libri non
perché gli alberi vengono preservati o rispettati maggiormente,
ma perché gli alberi vengono utilizzati per produrre una nuova
forma di energia nucleare. Quei pochi libri che vengono stampati sono
ospitati su un supporto molto simile alla gomma, le pagine sono sottili
sfoglie gommate, i caratteri vengono impressi col laser. D’altronde
la maggior parte della letteratura che viene prodotta viene diffusa in
rete, letta su schermi, ascoltata da ripetitori automatici e in cuffie
che simulano le voci di attori famosi, anche di attori oramai defunti,
il tutto su richiesta dell’uditor di turno. I costi della stampa
su gomma non sono cambiati rispetto a quelli della stampa su carta, i
libri stampati su gomma, con la loro copertina in alluminio sottile sono
perfino più belli da guardare, oltre che indistruttibili; ne vengono
prodotti molti di meno, malgrado si stia assistendo ad un graduale aumento
della quantità di lettori. Alcuni libri, costruiti su fogli di
gomma interfacciata sono in grado di ricevere nuovi contenuti, mutando
automaticamente le forme dei caratteri ad un veloce passaggio del laser.
E’ così possibile possedere tre o quattro supporti libro
su cui alternare diverse opere e chi non può permettersi l’acquisto
di un libro per ogni opera che vuole leggere si accontenta di avere due,
al massimo tre supporti.
La memoria è divenuta la merce più preziosa.
Chi vuole leggere deve abbandonare la visione degli schermi, chi vuole
ricordare deve smettere di osservare schermi mutevoli.
Chi vuole vivere non può smettere di ricordare.
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