 
Fabrizio Corselli
Laocoonte, tra Estetica e Mito,
e il Dolore come dimensione oggettiva del Comporre
Spesso nell'osservare le profonde
e oscure tinte del mare aperto o le sue pieghe fitte - specie se contese
da un lato dall'isola di Tenedo e dall'altra dal complesso delle Calidnie
-, non possiamo fare a meno di immaginare due serpenti marini che da esso
fuoriescono con grazia scultorea, e subito dopo prender forma in un complesso
marmoreo che rimanda alla tragica e commovente vicenda di Laocoonte e
dei suoi due figli; così l'immagine si è già fissata
nella nostra mente come il paziente lavoro finale di uno scultore che
imprime alla sua materia pentelica le sorti di tale soggetto in apparenza
sofferente.
Uno dei più celebri paradigmi mitici, carico di pathos e lirica
commozione, la cui raffigurazione iconica ha di gran lunga surclassato
la gloria e la fama del personaggio stesso, confinando le relative vicende
omeriche nel più tetro baratro della dimenticanza (1)1. Una fama
quindi che nasce dapprima in campo artistico con il gruppo marmoreo ad
opera dello scultore di Rodi, Agesandro e dei suoi due figli, Atanodoro
e Polidoro (quanto parallelismo traspare anche tra i suoi scultori e il
mito), e divenuta nel tempo grande fonte d'ispirazione per i poeti ed
oggetto di sublime interesse per gli studiosi di Estetica; per l'appunto,
Winckelmann così si esprime nei confronti del gruppo marmoreo:
«Come la profondità del mare rimane sempre tranquilla, per
quanto infuri la superficie, così l'espressione delle figure dei
Greci mostra, in mezzo a tutte le passioni, un'anima grande e posata.
Quest'anima si mostra nel volto del Laocoonte, e non solo nel volto, nonostante
la più atroce sofferenza. Il dolore che si scorge in ogni muscolo
e in ogni tendine del corpo e che, al solo guardare quel ventre dolorosamente
contratto, senza considerare né il viso né le altre parti,
crediamo quasi di sentire noi stessi, quel dolore - io dico - non si esprime
affatto con la rabbia nel volto o nell'intera posizione. Egli non leva
alcun grido orribile, come canta Virgilio del suo Laocoonte: l'apertura
della bocca non glielo consente; è piuttosto un angoscioso murmure,
come ce lo descrive Sadoleto. Il dolore del corpo e la grandezza dell'anima
sono distribuiti in egual misura per tutta la composizione della figura
e per così dire si equilibrano. Laocoonte soffre, ma soffre come
il Filottete di Sofocle: la sua rovina ci penetra l'anima; ma pure brameremmo
poterla sopportare come questo grand'uomo. L'espressione di un'anima così
grande va ben oltre la creazione della bella natura. L'artista dovette
sentire nel proprio intimo la forza dello spirito che impresse nel marmo2».
E a riguardo, aggiunse Lessing, nel suo capolavoro estetico “Laocoonte
- ovvero dei confini della pittura e della poesia”: «Il maestro
mirava alla somma bellezza, accettando i condizionamenti del dolore fisico.
Questo in tutta la sua violenza deturpante, non si lasciava conciliare
con quella. Egli lo dovette perciò mitigare; dovette ridurre le
grida in sospiri; non perché il gridare tradisse un'anima volgare,
ma perché stravolge il volto in modo sdegnoso. Perché si
immagini di spalancare al Laocoonte la bocca e si giudichi. Lo si faccia
gridare, e si osservi. Era una figura che suscitava compassione, perché
esprimeva insieme bellezza e dolore; adesso è divenuta solo una
brutta, ripugnante figura dalla quale volentieri si volge lo sguardo,
perché la vista del dolore suscita dispiacere senza che nel contempo
la bellezza dell'oggetto sofferente riesca a tramutare questo dispiacere
nel dolce sentimento della compassione3».
Il dolore è linfa per l'artista in relazione al creare e non nel
suo perspicuo senso di essenza vitale, di bios esistenziale, poiché
il limite oltre il quale esso si muta in volontario schiavismo è
molto breve. Ci si autocompiace, ci si naviga dentro come colui che è
consapevole di terminare la propria vita, a poco poco mentre affonda nelle
sabbie mobili, osservando con cinismo e disattesa quel piccolo ramoscello
che potrebbe sì salvarlo, semplicemente allungando la mano. Ma
l'arto viene oltremodo ritratto alla stessa maniera di Laocoonte nel rifiutare
il dono offertogli del rispetto da Apollo Timbreo, come lo è del
resto quello di un qualsiasi olimpio nei confronti del proprio sacerdote
o amato; così la divinità Arte è lì che ancora
giace e soggiace allo scempio dell'artista, in un angolo di quel suo tempio
edonistico eretto a propria immagine e somiglianza, mentre si dissacra
con cinico processo iconoclastico l'effigie che dovrebbe ricoprire, una
volta per tutte, il ruolo di sommo principio del creazionismo. Ma, se
è vero che da un lato lo scrittore viene equiparato ad un sacerdote
nel pieno delle sue funzioni oracolari, così come il traduttore
alla figura dello sciamano4, è pur vero dall'altro che egli viene
investito di poteri curativi a lui solo offerti dalla divinità
stessa, di natura pressoché taumaturgica, in quanto il dolore non
diviene più una forma di prigionia dello spirito ma fonte di liberazione
dell'anima (processo di rimozione).
In tale condizione di torpore estatico - come ben s'addice a quell'enkoimeterion
incubativo in cui i sogni prendono forma e che peraltro diviene luogo
di culto e zona ideale ove trovare tutte le risposte alle proprie domande
- la figura dello scrittore-oracolo giunge finalmente alla propria divinazione
attraverso deliquio ispirativo, comprendendo che il curare, inteso come
“redimere” in quanto capace di lenire le sofferenze, diventa
una parte del suo agire5. Un curare che semanticamente assume una concettualità
ed una potenza espressiva al di sopra del semplice porre rimedio fisico.
La cura viene prima di tutto dall'animo e dalla capacità di condivisione
con l'opera: “Se alla ferita che vi è dentro non viene posta
alcuna cura, la ferita esterna, in quanto suo riflesso, continuerà
a sanguinare. Solo colui che ha necessità di purificarsi ritroverà
nella comprensione dell'opera la sua unica medicina”. Lo scrittore
anche se può rendere “giustizia” col “curare”,
considera il suo prodotto letterario sempre un presupposto per eliminare
i problemi dell'animo (funzione catartica dell'Arte) 6.
Il dolore quindi deve essere strumentalizzato ed imbrigliato in una struttura
perìptera come in un tempio, con ampi spazi di fuga, in riferimento
al modello cretese, dove il rastremarsi delle colonne dava la possibilità
ai propri abitanti di mettersi in salvo in casi di terremoto od eruzioni
vulcaniche; così anche allo scrittore deve essere data la possibilità
di fuga, libero dalla trappola autocompiacente del dolore. Una struttura
che non deve divenire di contenimento, poiché dissiperebbe in un
solo istante tutto il pathos in esso espresso, ma una “forma”
potenziale di espressività totale dell'emozione; la sofferenza
fisica attraversa transitoriamente la struttura senza incunearsi o inglobarsi
in qualche ansa solitaria del testo in cui semplicemente giacere, precludendo
così la previsione futura di un possibile risveglio da parte del
lettore: «se l'artista non può cogliere mai della sempre
mutevole natura che un unico momento, e il pittore in particolare non
può cogliere quest'unico momento che da un unico punto di vista,
e se tuttavia le loro opere sono fatte non solo per essere guardate ma
osservate, ed osservate a lungo e ripetutamente, allora è certo
che quel singolo momento e quell'unico punto di vista d'un singolo momento
non verrà scelto mai abbastanza fecondo. Ma fecondo è solo
ciò che lascia libero gioco all'immaginazione. Quanto più
vediamo, tanto più dobbiamo di conseguenza pensare. Quanto più
pensiamo, tanto più dobbiamo credere di vedere. Ma nell'intero
sviluppo di una passione nessun momento ha questo privilegio più
del suo acme. Al di sopra di esso non vi è nulla, e mostrare all'occhio
l'estremo vuol dire tarpare le ali alla fantasia costringendola, giacché
non riesce ad emanciparsi dall'impressione sensibile, ad occuparsi di
immagini più deboli, oltre le quali essa teme, quasi fosse il suo
limite, la pienezza evidente dell'espressione. Quando Laocoonte perciò
sospira, l'immaginazione può sentirlo gridare; se invece grida,
essa da questa rappresentazione non può né scendere né
salire di grado senza nel contempo vederlo in una situazione più
sopportabile e di conseguenza meno interessante. Lo sente gemere, oppure
lo considera già morto7».
Così nel torpore - seppur “inespresso” come nella figura
di Laocoonte, avvinto tra le spire dei serpenti marini - si deve raggiungere
una certa consapevolezza dell'oggettivo susseguirsi degli eventi del fato,
al quale lo stesso l'autore di penna non può sottrarsi8, se non
convogliando tale tensività di risoluzione (in relazione al termine
aristotelico di “energheia”) in un luogo altamente ricettivo,
laddove l'incipit ispirativo venga ferito altresì stimolato dalla
percossa lancia creativa, non preordinatamente brandita da alcuna entità
sovrimposta all'autore stesso, poiché egli ha il pieno controllo
su tale processo. Quindi un dolore come processo creativo, inteso nella
sua perfettibile eligibilità alla percezione oggettiva del mondo
che lo circonda, ma controllabile, senza per questo esasperare codesta
attività in un dominio sulle cose come se si vestissero i panni
di un Dio in una realtà per di più da lui stesso creata,
secondo processi stranianti che sottraggono colui che scrive al contesto
nel quale egli è momentaneamente immerso, e per questo illusivo
(àpathe). In conclusione, una volta effettuata la stesura del testo,
tale contenitore si svuota e il dolore defluisce verso l'esterno, come
una folla in fuga durante una calamità naturale, lasciando il poeta
libero da ogni prigionia dell'essere; lo scrittore così assiste,
in un secondo tempo, al crollo delle proprie certezze in funzione di una
ricostruzione onirico-poietica delle stesse non attraverso la passione
negativa della sofferenza che tutto distrugge e riduce in polvere (contemplando
persino quella della Pietà e del Terrore tanto care ad Aristotele)
ma attraverso la vivificazione di quella vivida fiamma che appartiene
al fuoco del Sublime.
1 Laocoonte, figlio
di Capi o piuttosto d’Antenore (secondo il Tzetze), era il sacerdote
di Apollo Timbreo, presso Troia, e fratello d’Anchise. Sposato con
Antiope, ebbe da essa due figli, Etrone e Melanto, secondo altri Antifate
e Timbreo. Era inoltre odiato dallo stesso dio Apollo, la cui collera
ben presto si sarebbe manifestata, poiché unendosi con la moglie
davanti alla sua statua consacrata, ne aveva indirettamente profanato
il tempio in forma di sacrilegio, per di più generandovi dei figli.
L’importanza del mito comunque si lega nella sua essenzialità
alle vicende della guerra di Troia e nello specifico, alla questione del
Cavallo di legno lasciato dai greci al momento della partenza dall’isola.
Egli suggerì di fronte al Cavallo di bruciarlo, dopo aver persino
scagliato contro di esso una lancia, facendo risuonare il ventre della
statua e dimostrato che era vuota.
Nove anni prima, il sacerdote di Poseidone venne contestato e subito dopo
lapidato dagli stessi troiani durante lo sbarco dei nemici, poiché
considerato “reo” per non essere riuscito ad ottenere il favore
e la protezione del dio dei mari. Così, essi decisero di non rimpiazzarlo
finché la guerra non fosse giunta alla fine. In un secondo tempo,
dopo l’accesa opposizione al cavallo di legno e alle parole di Sinone,
con insistenza e grande capacità persuasoria, Laocoonte si fece
designare come nuovo sacerdote di Poseidone, pur appartenendo ancora alla
sfera di Apollo Timbreo; facendo leva sull’urgente necessità
di un sacrificio propiziatorio, egli fu incaricato di offrire un toro
al dio dei mari in modo da ottenere la sua benevolenza e scagliare le
onde avverse contro i greci impegnati nella “fuga”; ma stando
sul punto d’immolare l’enorme toro sacrificale, due serpenti
marini, i cui nomi erano rispettivamente Porcete e Caribea, fuoriuscirono
dalle profondità del mare, avvolgendosi attorno ai suoi figli.
Laocoonte, quale amorevole e padre devoto, cercò di andare in loro
aiuto, ma le possenti spire delle due creature si avvilupparono al suo
corpo, non risparmiando neanche le vite di Etrone e Melanto; tutti e tre
perirono stritolati (secondo altre versioni, i serpenti avrebbero ucciso
soltanto i due figli, mentre Laocoonte sarebbe morto nel tempio di Apollo
Timbreo; addirittura lo stesso Laocoonte si sarebbe sottratto alla morte,
scampando al feroce attacco dei serpenti). Di fronte a tale evento, i
troiani, ed in particolar modo Priamo, pensarono che Laocoonte fosse stato
punito per essersi opposto al cavallo, per il lancio dell’asta e
per il tentativo di metterlo alla pira, quindi considerata tale situazione
una punizione celeste per il sacrilegio compiuto, ignorando in realtà
la profanazione del tempio, poiché Apollo stesso operò l’evocazione
dei due serpenti, giunti da Tenedo e dalle isole Calidnie. Così,
i troiani dimenticarono subito le opposizioni di Laocoonte, e fecero entrare
il cavallo dentro la città, per di più non consacrato al
nume tutelare di Troia, sortendo gli effetti che noi tutti ben conosciamo
e che decretò la fine di una potente forza egemonica.
2 M. Cometa (traduzione), Pensieri sull'Imitazione, Palermo,
Aestethica edizioni, 1992.
3 M. Cometa (traduzione), Laocoonte, di Gotthold Ephraim
Lessing, Palermo, Aestethica edizioni, 2000.
4 Charles Simic, The Infinitely Forked Mother Tongue,
The University of Michigan Press, 1985. Espressione ripresa da Bruno Gentili
nell'introduzione al libro Le Pitiche, Milano, Fondazione Lorenzo Valla
/ Arnoldo Mondatori Editore, terza edizione Ottobre 2000.
5 L’alito dello spirito dello scrittore si fa sentire.
Il suo potere creativo diviene dendritico, ramificato verso ogni angolo
oscuro dell’animo di qualsiasi lettore. Il suo essere e il suo pensare
divengono un richiamo per coloro che covano una sofferenza o un segreto
peccato. Lo scrittore lo rivela col suo soffio spirituale, col suo campo
senziente. Un giustiziere che ha piena coscienza delle sue capacità
e dei suoi limiti. Un limite che diventa tangibile! Percepisce il suo
utente, legge nella sua mente, scruta i suoi pensieri.
Il creativo è conscio di questo e sa quando colpire il suo punto
debole: il lettore però è solo una vittima. L’opera
diventa soltanto un intermediario, un mezzo attraverso il quale, lo scrittore
collega la sua mente alveare con il suo bersaglio. Egli è onnisciente
e desidera, agogna per rendere partecipe il lettore di queste sue pesanti
informazioni, di questi suoi indicibili segreti. Ma quest’ultimo
sarà pronto per abbattere i veli della conoscenza e sostenere il
peso di tali verità individuali?
Uno scrittore che ha iniziato a fare esperienza con la sua abilità
inquisitoria (analitica). Questo è il passo più difficile
e più pericoloso per colui appena uscito dal rito della purezza
delle forme. Il suo cammino adesso può dividersi come la nemesi
(il termine significa divisione). Il cammino verso il lato oscuro è
breve ed egli potrebbe divenirne succube, non riuscendo più a discernere
il puro dal non puro (la degenerazione della scrittura). Una comprensione
del proprio spirito non più recuperabile, perso nell’abisso
dell’autocompiacenza e della dimenticanza (ignoranza).
Conoscere il lato oscuro e la tentazione dell’atto di infliggere
pene e sofferenze al lettore può creare una grave crisi nel suo
spirito. Una forma di reminiscenza di tutti i dolori e agonie provate
all’interno di quella silloge d’immagini vivide, capaci di
sconvolgere l’animo di colui che legge. Una sensazione di rivincita,
di...vendetta dell’autore! Giustizia non è vendetta ma solo
la sua nemesi. Una nemesi che lo porterebbe alla perdita della lucidità
intellettuale!
Così, lo scrittore compie il miracolo di sferzare il diritto della
violenza e della forza della fede per sostituirvi il comando della legge
della scrittura. Di una legge che, pur fissata dal suo mentore, solo nella
coscienza della sua vittima trova il suo reggente e il suo giudice ultimo.
Ecco perché le nefandezze e le crudeltà di cui l’opera
è piena non n’offuscano il principio: la lotta tra il bene
e il male, una volta rarefatta, non può mai essere definitivamente
vinta; per questo il male va estirpato prima che sorga l’interminabile
lotta. Né vincitore né vinto.
6 Wladyslaw Tatarkiewics, Storia di sei Idee, Palermo,
2002, Aestethica edizioni. «Era convinzione diffusa nel V secolo
a.C. che la musica e la poesia, o perlomeno alcune parti di quest'ultima,
inducano nelle menti sentimenti violenti ed estranei (allotria pate),
scuotano (ekplesis), portando ad uno stato in cui le emozioni e l'immaginazione
hanno il sopravvento sulla ragione. A questa semplice convinzione se ne
legava talvolta un'altra, che andava oltre, ovvero che tali forti emozioni,
in particolare quelle di paura e commozione, portano ad uno sfogo delle
stesse; e non le emozioni in sé, ma il loro sfogo è fonte
di piacere suscitato dalla poesia e dalla musica. Troviamo quest'idea
in Aristotele, nella sua famosa definizione della tragedia; ma com'è
stato osservato, essa rappresenta come un elemento estraneo nella sua
Poetica: appartiene ad un diverso filone di riflessioni estetiche e dev'essere
stata da Aristotele ereditata da pensatori precedenti. In effetti già
Gorgia aveva presentato l'azione della poesia come uno sconvolgimento
emotivo, che egli associava alla magia e all'illusione proprie di quest'arte.
Chi abbia espresso per primo quest'idea è però difficile
asserirlo con certezza: forse i pitagorici, come vogliono taluni. Per
costoro, infatti la katarsis, la purificazione, era il concetto naturale
e supremo di tutta la filosofia. Il loro motto era che la purificazione
del corpo avviene attraverso la musica. è però anche possibile,
come vogliono altri, che ad introdurla in senso specifico sia stato lo
stesso Aristotele quando, in contrapposizione a Platone che condannava
la poesia per i suoi difetti emotivi e irrazionali, volle dimostrare,
a sua difesa, che non intensifica le emozioni, ma che al contrario le
riduce dando loro modo di scaricarsi. In questo, la teoria della “purificazione”
dei sentimenti per mezzo della poesia sarebbe propriamente aristotelica;
comunque, quella dello “sconvolgimento” emotivo operato dalla
poesia era cronologicamente anteriore, nota e diffusa già prima
di Aristotele».
7 M. Cometa (traduzione), Laocoonte, di Gotthold Ephraim
Lessing, Palermo, Aestethica edizioni, 2000.
8 «La vita morale, anche nel suo grado supremo,
può sì dare ordine al mondo interiore delle passioni, ma
non già eliminare totalmente gli elementi di disordine esistente
nel mondo esterno degli eventi... è proprio questa dimensione dell'esistenza
che non può conseguire una giustificazione filosofica, quella che
ne riceve una artistica. La quale consiste nell'integrale accettazione
della vita e del destino, quali si danno a conoscere all'uomo nello specchio
della poesia che ne riflette la realtà per alcuni aspetti terrificanti,
ma assieme allontana e la propone come puro spettacolo commovente e nello
stesso tempo rasserenante». Domenico Pesce, Aristotele - Poetica,
Milano, 2000, R.C.S. libri. |