Erminia Daeder
La casa muta e il possibile equilibrio: ‘Una terra per Siran’, di Manuela Avakian

Una terra per Siran, Manuela Avakian, Prospektiva Editrice

Passeggio per la strada della nostra giovinezza
e cerco una strada per il mio nome.

Le strade ampie, rumorose le lascio ai grandi della storia.
Cosa stavo facendo mentre si faceva la storia?
Semplicemente ti amavo.

Cerco una strada piccola, semplice, quotidiana,
lungo la quale, inosservati dalla gente,
possiamo passeggiare anche dopo la morte.

Non importa se non ha molto verde,
e neanche propri uccelli.

È importante che in essa possano trovare rifugio
Sia l’uomo che il cane in fuga dalla battuta di caccia.

Sarebbe bello che fosse lastricata di pietra,
ma tutto sommato questa non è la cosa più importante.

La cosa più importante è
che nella strada con il mio nome
a nessuno capiti mai una disgrazia.

Sono i versi di ‘Cerco una strada con il mio nome’, del poeta bosniaco Izet Sarajlic, interprete della tragedia del suo Paese negli anni Novanta, le cui poesie hanno dato voce anche alla caduta e all’orrore di Sarajevo, appena più in là delle nostre case. E’stato, è uno dei più importanti poeti del 900, di famiglia musulmana ma sposato con una cattolica e con un genero di religione orotodossa. Saraljic ha conosciuto lo smembramento del nucleo familiare, le rovine delle case bombardate, i distacchi definitivi portati dall’insensata signora che fomenta odio e esclusività di contese territoriali, la guerra.
Il territorio come recinto dalle alte palizzate, da sacralizzare e preservare dalle contaminazioni etniche, religiose, linguistiche.
Siran, la protagonista del romanzo che presentiamo, è una giovane donna di famiglia armena, nata in Etiopia e trapiantata in Italia, che reca nella sua lacerata inquietudine le impronte di molteplici lutti.
Attraversa la sua vita sognando Siran, come procedendo sollevata qualche metro dalla terra, come avanzando nella propria crescita umana e femminile con la testa sempre voltata da qualche altra parte.
Cosa non vuole vedere, cosa non può osservare?

Siran addensa la propria identità e si percepisce attraverso gli occhi degli altri: “oltre ad essere straniera, era ‘strana’, ‘sicuramente viziata’, così fine e colta”, così dicono di lei.
E lei, ci informa sin dalle prime battute la voce narrante, “era cresciuta tra le mura di una casa ricca e austera. Ricca di libri, di mobili e di quadri, ma priva tuttavia di contatti con l’esterno, con la realtà”. E poco più avanti, specificando meglio: “Cresciuta? No, forse no - pensò - Sono nata in una terra lontana, nel Corno d’Africa, dove mi ricordavano quotidianamente che quella parte del mondo non mi apparteneva, che ero armena per cui ero lì in prestito, di passaggio, e che altra era la mia vera destinazione”.
Al richiamo altrui della disappartenenza Siran affianca l’artificio della cultura degli altri: non avverte il richiamo della voce della lingua e della espressione artistica del Paese familiare, l’Armenia, non così presto, ché il processo di riconoscimento spesso si nutre di lunghe incubazioni, ma si rivolge ad un’altra bussola, l’Europa, alla sua cultura, alla sua fascinazione.
Ricordando se stessa adolescente, dirà, in uno dei numerosi slittamenti di coscienza che si susseguono nelle pagine del romanzo e che gli conferiscono una cifra profonda e suadente, “L’Europa, caro vecchio continente! Le montagne svizzere di Heidi, pittori lungo la Senna, le note di Theodorakis in un caffè di Atene, le gondole. Mandolini napoletani; una quarta moneta nella Fontana di una città Eterna. Madrid: toreri bellissimi, di quelli che muoiono nei film americani e forse solo allora meritevoli di lacrime. E poi ancora Socrate, Omero…Ancora, ancora…Newton, Michelangelo, Marx e Chopin. Quello era il mio posto, cara Europa, culla del pensiero, della saggezza, della bellezza”.
Il vecchio continente mitizzato prende largamente il posto di un’assenza e dona un primo baricentro alla protagonista.
Il passato personale non trova posto nella costruzione del suo futuro: “Non aveva mai pensato all’Armenia come la terra dove avrebbe potuto camminare, correre, giocare allegramente, dove avrebbe potuto innamorarsi, sposarsi ed essere felice. Quella era la terra dei suo nonni, e dei nonni dei suoi amici, tutti vecchi, tristi, le donne regolarmente vestite di nero, gli uomini con il volto pieno di profondi solchi di rabbia e comunque tutti ossessionati dai turchi”.

Rimossi i filamenti che l’avvolgevano alle generazioni precedenti, la casa interiore abitata da Siran è un guscio vuoto e muto, alle cui pareti nude lei appende alcuni quadri con i paesaggi naturali dell’Africa, ma senza che tra le stanze filtrino ondate di calore, mani che si stringano con altre, lacrime che si confondano con altrui sorrisi. In soffitta c’è un arazzo arrotolato e c’è un solo specchio nella casa, grandissimo, fonte di coraggio, di gioco, di allegria, di rinnovamento: quando Siran gli si avvicina l’immagine che rimanda è quella di Silvia, sua figlia. Silvia muove come magnete i passi della madre, i suoi pensieri e i suoi bisogni, dono di vita di un matrimonio fallimentare tra due esseri distanti e incapaci di tradurre l’uno all’altro le proprie parole.
Priva di un legame autentico con il marito, Siran non può nemmeno alimentarsi della fecondità del rapporto con altre figure parentali adulte, né con compagne di strade e d’amicizia, come murata in una esclusività di sentire e di desiderare che le è ben nota, poiché tale condizione ne aveva isolato l’infanzia e l’adolescenza trascorse ad Addis Abeba.

La separatezza e l’alterità rispetto alla sostanza umana quotidiana di un’Africa misera sono al tempo stesso un effetto indotto nella giovane donna dall’educazione ricevuta dalle istituzioni scolastiche e una conseguenza della distanza alla quale è tenuta in quanto armena e dunque ospite.
Sul confine lunghissimo tra la terra dei genitori, buco nero nella memoria, gravata dalla pulizia etnica del primo Novecento esercitata dalla Turchia, e la terra di prima accoglienza di un popolo violentato e umiliato nell’esodo, a marcare il cammino sono lampi che improvvisamente portano luce nella soffitta memoriale di Siran e sono lampi di dolore che avvicinano, brevemente, al senso di una storia comune, allo sguardo infantile che non sa spiegarsi il motivo dell’orrore, ma solo subirlo.

Nella prigione dorata è impossibile confondere appartenenze e tradizioni, mescolare lingue e interessi, sovvertire ruoli e consuetudini: non si calpesta il suolo africano a piedi nudi, non si visitano le capanne di paglia, non si nominano parti del corpo imbarazzanti, non si scopre ciò che è celato sotto il velo delle fobie, non si dà fiato alla memoria se essa fa appendere ai rami corpi martitizzati.
Spersonalizzata, Siran abbandona la terra adottiva e i suoi steccati e si stabilisce in Italia, allungando la peregrinazione storica del suo popolo, quasi marchio indelebile di sradicamento.
L’abbandono della terra d’origine da parte del popolo armeno durante la prima guerra mondiale, la diaspora di più di tre milioni e mezzo di persone per le strade del mondo, il sacrificio di un milione e mezzo di sventurati sono l’imbuto storico attraverso il quale si scioglie la voce narrante, dolente e sobria: il genocidio armeno, il primo ad aprire l’elenco lungo del Novecento, costituisce l’arazzo sanguinoso e drammatico custodito in soffitta e cucito dalle esistenze di Vartan e Anahid, i genitori di Siran, e di Boghos e Heripsime, i suoi nonni materni.
Siran non lo sa, ma persiste nella esplorazione che conduce di sé stessa, nella grazia a tratti timorosa e a tratti solare con la quale scruta i giorni occidentali che percorre, nella determinazione dolce e come nostalgica con la quale si apre ad un nuovo amore, persiste il cordone ombelicale con quella città dei morti rappresentata nell’arazzo della soffitta.

Inizialmente, la sua curiosità da ‘straniera’ la fa scivolare in un viaggio di conoscenza e familiarizzazione verso il Sud che abita, verso la sua natura selvatica e primitiva, la sua storia millenaria cerniera di dominatori e guerrieri. Come in una gravidanza Siran si innamora gradualmente del nuovo Paese, in un’ambientazione via via più armoniosa di cui è tramite un amore gratificante con il collega Vittorio. Si innamora del suo mare, delle sue stagioni, delle gravine, degli insediamenti rupestri.

Per la prima volta Siran sperimenta l’abbraccio e la paura dell’appartenenza, la dilatazione di uno spazio interiore che inizia ad articolare i primi suoni, il bisogno di riconoscimento di luoghi esterni interiorizzati e sentiti degli stessi confini della propri anima.

Ma non c’è arrivo se non si ricompone la frattura della partenza.

E Siran non ha ancora srotolato il suo arazzo dalla soffitta. Come tante volte accade, la crepa che la condurrà ad un atto di fede nella terra d’approdo sarà la perdita di due figure amate. Da quella crepa sgorgheranno le strade di Addis Abeba, i suoi altipiani, le tradizioni etiopi nella scelta dei nomi e nella definizione dei cognomi, la manualità artigiana paterna abile nel trasformare lamiere in farfalle variopinte, la singolare concezione del tempo e dello spazio per la quale gli Etiopi condensano brevità e lunghezza degli accadimenti umani riferendosi a memorabili avvenimenti storici e che li porta a identificare nel qui tutte le distanze che possono essere percorse a piedi. Ma dalla crepa soprattutto risalirà in superficie con la violenza di cosa soffocata e premuta per troppo tempo l’amore perduto per l’Armenia, riconsegnato nelle sue mani da una lettera paterna con la quale ricordo e identità, odio e ricomposizione trovano la forma pacata e umanissima della ricerca dell’altro.

Siran si congeda da noi camminando sulla sabbia e rivolgendo ad un osservatore sconosciuto un sorriso leggero, che ci piace immaginare diretto a tutti i lettori che l’hanno accompagnata nel difficile impegno della costruzione di sé, del radicamento, dell’accoglimento in un diverso e più consapevole equilibrio, alimentato dall’incontro e dallo scambio tra Occidente e Oriente, tra i due poli della sua formazione, oggi strumentalmente considerati irriducibili l’uno all’altro nelle basi di cultura e civiltà, oggi messi “l’un contro l’altro armato” da parte di chi fomenta disuguaglianze in nome della fede religiosa, di chi predice un mondo murato, dove grandi muraglie debbano lacerare le bellissime risorse di lingua, abitudini, giochi, pietanze, poesia, governo delle cose del mondo che ogni popolo tiene in sé ma che solo nel confronto e nel raccordo con quelle degli altri sanno trasformarsi in emozioni che modificano e arricchiscono patrimoni.
Lasciamo Siran mentre nell’ultima pagina del romanzo, ricordandoci dei versi iniziali del poeta bosniaco, dà il suo nome alla strada che ha cercato: “Con movimenti decisi si chinò, alzò l’estremità del pantalone che indossava appena fin sotto le ginocchia, si tolse le scarpe, i calzini e posò i piedi sulla sabbia asciutta e tiepida. Poi cominciò a guardarsi intorno come se si trovasse in quel luogo per la prima volta: si sentiva un naufrago sbarcato per caso su un’isola deserta paradisiaca.
Si sciolse i capelli e con un gesto continuo si sfiorò la fronte, gli zigomi, il collo, fino a scendere sul petto. Il suo cuore batteva, lo sentiva chiaramente, sentiva tutta se stessa”.

Personaggio commovente e di grande rigore emotivo e etico, Siran è frutto della creatività personale e della oralità narrativa familiare di Manuela Avakian, giovane autrice che stupisce per la semplice e convincente abilità affabulatoria e la sicurezza nella caratterizzazione di personaggi e scenari quotidiani con cui ha saputo affrontare una materia così complessa e impegnativa, nella quale eventi storici di portata secolare, oggi quanto mai attuali, tematiche delicate e controverse quali l’integrazione, l’intercultura, il ruolo e le responsabilità dell’Occidente nell’accettazione entro le sue frontiere dei migranti, rievocazioni personali e vissuti familiari si compongono in un romanzo originale nella struttura e nitido e corposo nello stile.
Stupisce intanto perché prima prova narrativa che precede di un anno, un anno e mezzo altre rivisitazioni analoghe di grande pregio letterario - penso alla Arslan della “Masseria delle allodole”- e dunque Avakian può senz’altro essere ritenuta l’iniziatrice di un filone a metà tra biografica retrospezione e narrazione storica che avrà eco inevitabile e lascerà tracce significative in un contesto come il nostro, nel quale gli spostamenti tra i Paesi, gli approdi in terre promesse, i divari sempre più marcati tra indigenti e benestanti, il livellamento nelle categorie di nuovi poveri dei ceti medi, la legislazione e il controllo politico del ‘meticciato’ scuotono dinamiche esistenziali di problematico spessore.
In quale altro modo, se non dando voce a una straniera, dando soffio vitale alle sue disintegrazioni quotidiane, alle sue battaglie dolorose, facendoci assaporare le lacrime della sua dispersione vagante è possibile arrivare a toccare il nucleo più intimo di un altro che potrebbe apparirci, se osservato distrattamente, irrecuperabilmente diverso, alieno da noi? In quale altro modo le giovani generazioni possono restare immuni dal virus della intolloranza, del fanatismo, della chiusura arroccata in sé?
Avakian sa come trasformare i suoi lontani antenati vittime di un olocausto ancora troppo poco noto nei nonni che abitano la nostra casa e che assistiamo in prima persona, se siamo ancora contagiati dall’influenza dell’amore familiare, oppure da badanti surrogato, negli zii sofferenti, invalidi, o semplicemente vecchi e deboli che andiamo a visitare per lenire di tanto in tanto la loro solitudine, nei vicini di pianerottolo che faticano per chiudere la giornata e la porta di casa senza saldi da estinguere. Sa avvicinarci i Boghos e le Heripsime in facce conosciute, lingue comprensibili, usanze di casa.
E’ l’effetto di una prosa cristallina, aderente alle cose di tutti i giorni, sempre sorvegliata, mai banale o meramente sentimentale, capace di abbandoni lirici coinvolgenti come di descrizioni quasi in presa diretta, in un raccordo continuo saldamente governato dalla voce narrante tra passato remoto, l’armenità, passato prossimo, l’africanità, e un presente imperfetto, non concluso, maturo e complice di serena integrazione.
La dimensione onirica su cui sono sospese le vicende assicura leggerezza al narrato, anche quando la violenza scarnifica gli esseri umani e si abbatte su ogni forma di vita, animale e vegetale insieme.
Drammatica ma insieme clemente, la voce di Avakian non esacerba le situazioni alla ricerca di un colpo ad effetto, non strumentalizza le corde del patetico in una esplosione di effetti speciali, ma plana nelle scissioni dell’intimità dei suoi personaggi tentando, e riuscendovi con ammirevole maturità espressiva e umana, di ricomporle.
Sceglie la cronaca asciutta quando l’umiliazione avvilisce ogni simulacro di dignità nei carnefici, sceglie l’epistolario quando le vittime schiudono una luce di verità e di senso nel cammino che hanno intrapreso.
Un tributo alla valenza etica della memoria, alla sua azione aggregante, alla sua ala conoscitiva questo romanzo, al quale riconosciamo la autenticità delle radici e la freschezza della linfa della famiglia come vettori di una conversione spirituale e laica insieme, un romanzo al quale affianchiamo la testimonianza di Alketa Kosova, 32enne autrice albanese, che ha scritto: “Il passato è come un fiasco di vino nascosto in cantina, diceva mia nonna, ma prima o poi lo troverai sopra il tavolo, specialmente nei giorni brutti. Ti aggrapperai e sorseggerai finché non avrai riempito tutto lo spazio vuoto dello stomaco pieno di ricordi, e poi comincerai a ridere, ubriaca di momenti che non tornano più. Non dimenticare nulla! La tua memoria deve essere potente come fuoco d’inverno. Le cose scordate sono come quelle che non sono mai esistite.(…) Ho attraversato nove montagne nove pianure e forse qualche mare e mi ritrovo lo stesso la notte, nel buio, a sentire il rumore di un liquido denso che scivola tra le pareti di un vetro, che penetra nella bocca, riscaldando il palato, facendo formicolare la lingua, dicendomi: “Digeriscimi se puoi”. Ma tutto ciò non mi appesantisce, anzi mi riscalda, perché la lontananza è gelida come la prima nevicata, che arriva quando meno te lo aspetti, mi dicevi. E mentre il vino bolle nello stomaco e fuori nevica, dagli occhi si condensano due gocce di grappa. Alla salute”.

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