Andrea Aufieri
Heinrich Böll, Croce senza amore

Einrich Böll, Croce senza amore, Mondadori “Scrittori italiani e stranieri” 332p. 2004

Heinrich Böll scrisse, direttamente in bella, questo romanzo nel 1947, quando le macerie tedesche ancora fumavano morte, dolore, voglia di vivere. E si sente tutta la passione per il destino dei ribelli silenziosi e, in generale, per la tragedia avvenuta.
Quando Hitler meditava il putsch della birreria, già le sue foto si diffondevano ed i giovani protagonisti, disgustati ma tragicamente attratti dal suo sguardo, lo definiscono belva divina.
Appena pochi anni dopo l’induraturo trionfo di quella negazione dell’umano che fu il nazismo, questo libro sarebbe stato l’emblema di una nazione che decideva di aprire gli occhi e guardare indietro.
Così non fu, però, perché gli editori, nel guardare indietro, dovevano avere il biblico terrore di restare di sale: essi rifiutarono il dattiloscritto perché troppo duro nei confronti dell’esercito, che tutto sommato aveva così nobili radici nella disciplina prussiana inculcatagli dai tempi di Federico, quelli in cui la Prussia era definita un esercito con uno stato e non uno stato con un esercito.
Böll decise di cercare altre vie, meno aspre, più dirette ai cuori delle genti, ma la risposta della società fu un colpevole oblio borghese. Così è passato poco meno di mezzo secolo prima che questo ennesimo capolavoro abbia potuto vedere la luce.
Dedicato ai morti senza voce ed ai futuri costruttori della nuova Germania, l’opera non perde il suo slancio, rivelandosi anzi quanto mai attuale.
Lo spirito polemico dell’attivista premio Nobel sta tutto in una domanda: dov’erano le radicate coscienze cattoliche e le loro autorità sotto il nazismo?
La risposta se la dà sempre lui: erano conniventi con i carnefici, almeno agli alti livelli. Conniventi, però, perché presi per il bavero (“...non è terribile quanto infinitamente pochi siano stati gli uomini di chiesa in Germania che sono insorti contro la follia? Non siamo terribilmente soli? Non dovrebbe accadere che ogni cristiano che ti incontra con naturale spirito di fratellanza, dal vescovo fino all’ultimo cappellano, condivida la tua stessa idea e ti aiuti con tutti i mezzi illegali- in base al diritto dello stato- e soprattutto sia pronto a dire la verità?”; p.313).
Simboliche in questo senso due immagini: quella iniziale con la croce di ferro che sembra piegarsi e spezzarsi sotto il vento e quella di un protagonista che colpirà per il suo silenzio e la sua assenza, Joseph, costretto a riunirsi in clandestinità per vivere la sua fede. Finirà in un campo di concentramento.
Anche la famiglia Bachem è cattolica, ma di una fede più interiore, sebbene profonda anch’essa. Figure di spicco sono la signora Hanna e il suo figlio minore Christoph, decisi a passare incolumi l’orrenda bufera, travolti dagli eventi, ma sempre vivi. Hanna è uno dei soliti immensi ritratti di donna che Böll sapeva regalarci, dalle infinite risorse, dagli strazianti tormenti. Suo figlio è genuino come lei (lo seguiremo fino in Russia, la “sanguinosa caldaia di pazzia ribollente”). Straniato al limite della follia dal militarismo, egli troverà in Cornelia la salvezza del suo nitore. I suoi atti sembrano parte della biografia dell’autore tedesco, che alla fine decise di disertare e rischiò la fucilazione e, prima ancora, viaggiò per le città in guerra con l’enorme peso di chi viene visto come un vigliacco, pur possedendo la verità.
La faccia oscura, o meglio amletica, della famiglia è il nazista della prima ora Hans, il figlio maggiore, i cui monologhi interiori sembrano intrisi del decisionismo schmittiano. Per lui, in condizioni di eccezionalità tutto si sacrifica e si sopporta per la rinascita della Grande Germania: la democrazia, l’amicizia, l’amore, Hitler e la violenza sanguigna e sanguinolenta dei suoi superiori; tutto ma non il suo stesso sangue. Troverà in Russia la (sua) nemesi.
Consiglio i primi due capitoli, veri e propri saggi sul cattolicesimo e le masse schiacciati o invasati dall’ideologia, posti saggiamente prima di potersi tuffare nella calda lettura di questo romanzo circolare di crescita e iniziazione, con in mezzo l’immane tragedia, ma pervaso dall’universalità del messaggio d’Amore, in qualsiasi forma esso si manifesti.
Buona lettura.

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