John Carpenter
di Luigi LEVANTE

È nato a New York nel 1948, ha girato diversi film, e ha sempre avuto qualcosa da dire.
È John Carpenter, cineasta fuoriclasse e poliedrico, detentore dello scettro di innovatore del genere horror, spesso additato come un filone di scarso interesse, adatto forse, solo a ragazzini curiosi o ghiotti di nefandezze ed emozioni forti.
Niente di più superficiale, e comunque non è questo il caso di John Carpenter che si è fatto le ossa, e a volte se le è anche rotte, portando avanti il suo sogno di raccontare storie con la propria singolare e senz’altro apprezzabilissima visione del mondo e delle cose. La stessa, per molti versi, del grande scrittore americano H.P.Lovecraft, che insieme ad Edgar A. Poe fu tra i massimi esponenti del lato oscuro e insondato della mente umana e del flusso etereo della coscienza.
Coscienza e sentimento che si muovono nel giro vizioso dell’esistenza, della società e dei meccanismi dell’individuo in un universo insondabile e spesso incomprensibile. Questa, la genesi dell’orrore. Che sia quotidiano e scaturito da fatti reali, o al contrario, soprannaturale, la sostanza non cambia. Ed è qui, muovendosi in un limbo tra il possibile ed il fantastico, il prosaico e lo spirituale, il visto ed il non visto, che ruota il cinema di John Carpenter. Pellicole dove è necessario aguzzare la vista addentrandosi con nuovi occhi, con una nuova coscienza e un nuovo sentire fatto di teorie e sillogismi della condizione umana, ma senza mai nessuna certezza innegabile. Anche le musiche dei suoi film (delle quali è spesso l’autore) seguono lo stesso rigore logico. Fredde, ripetitive, spesso molto simili, ma mai noiose ed inutili, ricalcano lo stesso incedere meccanico che è alla base della teoria quantistica dell’universo, una costante nelle opere del regista newyorkese, a proprio agio con tale ipotesi scientifica.
D’altronde, lo si può verificare semplicemente visionando un suo film. Come ad esempio, Il Signore del male, dove l’atavico orrore cosmico insieme alla tesi dell’universo meccanicistico creano un’opera attuale ed estremamente interessante. Oppure, nei memorabili The Thing ed Il seme della follia, affettuosi omaggi a H.P.Lovecraft ed al suo pantheon orrorifico.
Ma Carpenter, non analizza solo l’infinito che ci avvolge o “l’osmosi planetaria” nella quale siamo immersi. Con il suo approccio analitico, egli osserva anche la società in cui viviamo, e ne è conferma il bello e riuscito Essi Vivono, denuncia tesa con estremo stile al clima repubblicano e conservatore del periodo reaganiano. O ancora, con Fuga da New York, amara satira del presidenzialismo americano, abilmente mostrata (o forse celata) come un film d’azione.
Ed in tale pellicola si innesca anche un altro pensiero del regista newyorkese, cioè quello di non vedere mai nessuno buono o cattivo, ne creare falsi miti o eroi. Nelle sue opere, infatti non assistiamo mai ad una fine definitiva, nessuna vittoria o fallimento dei personaggi. Ogni situazione, in ciascun film, rimane in sospeso, risultando realista e in equilibrio con l’essenza stessa della vita.
Mai troppo nichilista, mai troppo finta e cinematografica come la dolce fine delle fiabe. Ed è proprio per questo che il grande cineasta non è mai stato apprezzato in patria, dovendosi tenere sempre ai margini del business dei grandi studios, ma riuscendo sempre egregiamente a portare avanti il proprio mestiere con serenità e maturità.
Nonostante uno dei sogni dell’artista fosse quello di girare un western, non vi è mai riuscito, causa l’ostracismo dei produttori, che a torto o a ragione lo preferiscono nel ruolo di “artigiano dell’orrore”. Ma Carpenter, a modo suo, è riuscito a colmare anche questa mancanza, seminando, con piccoli riferimenti del genere U.S.A. per eccellenza, i suoi horror movie. Fra tutti, “l’horror-western” Vampires, del ’97.
Per ora, l’ultima “fatica” portata sul grande schermo è stata Fantasmi da Marte, pellicola nella quale Carpenter analizza in maniera sottile, e come al solito efficace, il rapporto tra civiltà autoctona e civiltà colonizzatrice.
Non ci rimane altro che sperare bene e aspettarci nuove ed intelligenti prove d’autore del formidabile filmmaker, contando che anch’egli non faccia la stessa spietata fine di artisti caduti nel dimenticatoio o riesumati, inutilmente per l’artista, dopo la morte.

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