
3
Segnalazioni a cura di Rossano Astremo
“Zio Demostene”,
tra le nervature familiari nella ricerca di un tempo esploso
Lo zio Demostene, ritratto in copertina,
disertore, comunista ed esule, con il suo volto scarnificato e tipizzato
da un paio di baffi lucidi e ben leccati lungo l’estremità,
assomiglia tremendamente al nipote scrittore, a quell’Antonio Moresco
che ha violentato a tal punto la nostra immacolata prosa, che essa non
potrà più rifarsi una verginità. Della somiglianza
non solo fisica ma anche caratteriale tra zio e nipote se ne accorse ben
presto la famiglia Moresco: “Però in casa ho sempre sentito
parlare e raccontare dello zio Demostene, fin da quando ero piccolo. Era
la pecora nera della famiglia e quando anch’io ho cominciato a dare
i primi segni di deviazione, tutti mi dicevano per spaventarmi: “Sta’
attento! Farai la fine dello zio Demostene!” Oppure: “Vagabondo
come tuo zio Demostene!” quando me ne sono andato via da Mantova
e ho cominciato anch’io a fare il vagabondo da una città
all’altra e a “rovinarmi con la politica”, e sono cominciati
ad arrivare i processi, le denunce, l’arresto, e le notizie finivano
anche sul giornale della mia città natale, dove vivevano ancora
i miei genitori, e così lo sapevano tutti…”. In quest’ultima
fatica letteraria di Antonio Moresco, Zio Demostene. Vita di randagi,
edita da Effigie, si passano in rassegna le esistenze ai margini dei familiari
più vicini allo scrittore mantovano. Non si rievoca e ricostruisce,
quindi, solamente la vita dello zio Demostene, ma anche quella del nonno
Antonio, autodidatta esaltato, del padre militare, reduce dalla guerra
d’Africa e da un campo di prigionia in India, della madre, ragazza
affamata in cerca di un posto da servetta, che bussa alla porta di una
villa di nobili presso i quali resterà per tutta la vita, del cugino
Ferdinando, abbandonato dalla madre naturale di fronte alla porta dei
nonni ed emigrato in Brasile, e di altre vicende familiari accomunate
da un destino di randagismo e di diaspora. Con questa rievocazione di
un’epoca che non è più, Moresco aggiunge un ulteriore
tassello alla costruzione della sua personale ricerca sul tempo narrato,
che, a differenza della “Ricerca”di Proust, non si focalizza
nel riavvolgere spasmodicamente le fila di un passato (anche se in “Zio
Demostene” è il ricordo del passato ha strutturare il tutto)
che percuote con ossessione le cervella, ma prende quello stesso tempo
e lo fa esplodere, dilatandolo lungo la triade passato-presente-futuro.
Essendo una narrazione intima di vicende personali, in lo “Zio Demostene”
la scrittura espressionista moreschiana è messa da parte, con la
prevalenza di un andamento stilistico più sincopato e meno debordante:
“Finisce così questa piccola vicenda dello zio Demostene
e di tutti gli altri. Anche loro, come mio padre, come i miei parenti,
come me, randagi e reduci di guerre perse e di illusioni tradite. Come
anche i nobili, in fondo. Altre cose non le so. Non ho fatto altre indagini
per saperle, prima di mettermi a scrivere. Mi sono basato solo su testimonianze
sentite direttamente o scritte, o frutto del passaparola tra le generazioni,
che si sono fatte così ricordare, nello stesso modo in cui la memoria
ha trovato la forma per ricordare e per ricordarsi e per testimoniare
e per tramandare”. Un testo insolito questo di Moresco. Una sorta
di raccolta di b-side, dove molto spesso riesci a catturare interpretazioni
insolite della band che veneri, nell’attesa dell’album che
spiazzi veramente. Fuor di metafora, nell’attesa della terza parte
dei “Canti del caos”.
Esordio narrativo di Pierfrancesco
Majorino
Dopo i lampi vengono gli abeti: confessioni oniriche di un recluso
Partiamo dal risvolto di copertina
firmato da Giuseppe Genna: “Questo non è un romanzo, ma un
magnete che attrae con potenza linguistica e immaginifica: e noi, italiani
che vivono questo presente lacerocontuso, siamo i frammenti metallici
che vengono risucchiati dal vortice di questa storia di storie, dove carcere
famiglia lavoro amore sesso morte (cioè: lo sfondo di ogni letteratura
autentica) lottano per appropriarsi dei nostri riconoscimenti”.
Al di là della scrittura critica genniana, fatta di pulsioni visionarie
volte ad introiettare il tutto dentro dell’esistenza, in una sorta
di osmosi carnale tra letteratura e vita, ciò che è certo
è che “Dopo i lampi vengono gli abeti”, l’esordio
narrativo di Pierfrancesco Majorino, più noto al pubblico come
segretario cittadino dei Democratici di Sinistra di Milano, è un
testo spiazzante se inserito nella massiccia produzione narrativa italiana.
È un romanzo che nega se stesso, che possiede le caratteristiche
basilari del genere, ossia coerenza e coesione, ma tagliate e incollate
in una sorta di patchwork sensoriale nel quale il protagonista Riccardo
Filippucci, detto Jason, si perde, dando vita ai 130 frammenti (pagine
di diario ritrovate dopo la sua “morte necessaria”) che strutturano
la storia. Il nucleo centrale della narrazione, quindi, è determinato
dalla confessione che il detenuto Jason fa alla psicologa Pinardi prima
del suo ennesimo processo d'accusa per l’omicidio di Toni, dal quale
emerge la mente di un uomo costretto a scavare nei meandri della propria
memoria in un estenuante corpo a corpo tra i ricordi immersi nella coscienza.
Nel silenzio della cella ripensa al passato, all'infanzia, all'adolescenza,
a emozioni, scelte, amori e rimpianti di tutta una vita: “Riaffiora,
a volte il volto di Toni nelle mie giornate. Succede specialmente quando
tiro fuori la sua fotografia, quella che tengo in fondo alle scarpe, appiccicata
tra la colla e nelle pieghe della tomaia. Così il suo sorriso banale
me lo trovo davanti, sul viso, in mezzo alle dite e lo tengo guardando
in rigoroso silenzio, arrivando a sperare di liberarmi l’orizzonte
dal suo corpo per terra, dalle pitre nere, tonde, perfette, di cui in
tanti facevamo collezione e dai giorni venuti dopo, dalle parole del padre
e dal corteo sincero di sguardi vuoti che lo hanno accompagnato lungo
i viali che dal campo portano alla chiesa”. La morte di Toni, la
causa della reclusione forzata di Jason, è l’elemento generatore
delle oniriche riflessioni dell’io narrante. Attraverso l´esperienza
individuale, però, il narratore, e con esso l’autore, s´interroga
sui cambiamenti sociali degli ultimi decenni, sulla memoria partecipata
e comune dei trentenni e sulle proprie influenze culturali.
Esordio narrativo del
tarantino Maurizio Cotrona
Vite di trentenni piene di dolore
“Ho sognato che qualcuno
mi amava”, titolo suggestivo del romanzo di esordio del tarantino
Maurizio Cotrona, edito nella collana Cromosoma Y della Palomar di Bari,
altro non è che la traduzione di un verso di un testo degli Smiths,
gruppo culto della “nuova ondata musicale” degli anni Ottanta.
Della musica degli Smiths, infatti, il romanzo di Cotrona conserva la
stessa pulsione decadente che contraddistingue i tre esili protagonisti
della storia, Gabriele, Lisa e Roberto, trentenni disperati che si muovono
in una Taranto mai descritta con dovizia di particolari, ma della quale
si respira a pieni polmoni l’aria fetida del Moloch industriale
dell’Ilva che tutto macina, inevitabilmente. Il romanzo si apre
e si chiude con la descrizione del gioco del nascondino che vede protagonisti
Gabriele, Lisa e Roberto. Poi un salto temporale notevole. Il tutto si
svolge nel presente. Gabriele incontra in un pub Lisa. I due si scambiano
i numeri di telefono. L’apatia della quotidianità di Gabriele
viene sconvolta dalla comparsa improvvisa di Lisa. Gabriele la tormenta,
s’innamora follemente. Lisa progressivamente scompare. È
sconvolta dall’ossessione con la quale Gabriele la cerca. Il finale
di questa storia non vissuta è tragico. Gabriele si lancia nel
vuoto. Vuole farla finita, senza riuscirci. Mentre Gabriele è in
coma, Lisa s’innamora di Luca e quando crede di aver raggiunto la
felicità si ammala terribilmente. Roberto vive a Roma. La madre
di Gabriele lo chiama perché è l’unico amico che potrebbe
parlargli e magari destarlo dallo stato comatoso. L’incontro con
il corpo immobile di Gabriele per Roberto sarà l’inizio di
una sorta di meditazione sul senso della morte. Al di là del groviglio
sincopato dell’intreccio, ciò che emerge con forza dalle
pagine di Cotrona è il dolore che accompagna le vite di questa
generazione di trentenni. Un precariato che non è solo lavorativo,
ma anche sentimentale e spirituale. La lettura del romanzo è scorrevole.
Ottima la capacità di Cotrona di rendere in prosa le pieghe minime
dei pensieri che ossessionano i protagonisti. Punti di debolezza quando
Cotrona si perde in disquisizioni filosofiche che snaturano la coesione
del testo. Un altro tassello dell’ottimo lavoro che Michele Trecca,
curatore della collana, sta facendo per la letteratura meridionale. |