
Rossano Astremo
"L'anno luce vibra nell'etere"
Giuseppe Genna accantona la scrittura di genere e con essa manda in letargo
l’ispettore Guido Lopez, il personaggio seriale dei suoi thriller,
dopo che lo stesso si è incarnato nella serie tv Suor Jo. L’anno
luce è definito nella seconda di copertina il primo romanzo neoborghese
italiano. Definizioni a parte, L’anno luce è un romanzo di
un iperrealismo talmente smodato da sciogliersi come burro sfrigolante
su padella rovente. Ed ecco il Mente, un manager quaranta-cinquantenne
dalle smodate ambizioni. Il Mente è un dirigente della Komtel Italia,
una società di telecomunicazioni, sotto l’assedio di compratori
inglesi che mirano al controllo delle comunicazioni della nostra nazione.
La moglie Maura non riesce ad avere figli anche se tenta più volte
la fecondazione artificiale. Una sera il Mente trova Maura riversa sul
suo letto. Sembra morta. Ma in realtà è in una sorta di
coma psichico. Le ragioni? L’amante minorenne della moglie, autore
del folgorante Capolavoro Misterioso, si è suicidato nella sua
vasca da bagno. Mentre il protagonista sta preparando materiale per la
riunione più importante della sua vita la moglie verrà inseminata
da un maniaco in ospedale. Per l'ottenimento del possesso della Komtel
si muovono non solo compratori inglesi, i quali conoscono i segreti più
oscuri dei dirigenti della società italiana, grazie al lavoro sporco
del Faccendiere, ma anche il Vaticano, incarnato, nelle pagine del romanzo,
da un Cardinale che conosciamo molto bene. Oggi Papa. Accanto a questi
protagonisti compaiono icone immarcescibili del nostro immaginario contemporaneo,
da Michael Jackson, al playboy Gigi Rizzi, dalla cagnolina spaziale Laika
al Michael Douglas di Wall Street, senza dimenticare lo scrittore Uwe
Johnson e il suo infernale Jahrestage. Genna si muove abilmente nelle
trame dense di questo torbido intreccio, mixando fiction televisiva e
tragedia classica. Pensate al Mente e alla descrizione con la quale è
introdotto nella storia: "Lo sguardo bellissimo, però anche
molto freddo, e anche ironico, per via di pupille profondamente blu che
a volte paiono glaciali e quasi aliene, tradisce un'eccessiva intelligenza:
quest'uomo è furbissimo. Il suo umorismo è un'arma. Ha trasferito
le competenze di sopravvivenza dal corpo, lievemente più disarmonico
della norma, alla mente: rapida, prensile, rettile. I capelli, corvini
e tendenti quasi al blu, ultimamente sono spruzzati di bianco, soltanto
in un'onda sulla destra della fronte, il che gli conferisce un sovrappiù
di marzialità e autorevolezza. In pratica, un biglietto da visita
che enuncia: occhio, io sono il finto dolce, sono l'uomo che morde".
Ritroviamo il Mente alla fine del suo lungo viaggio, quando la tragedia
è oramai montata, nella struggente lettera a Maura, dall'incipit
che strazia: "Maura, amore mio, mio amore, è trascorso un
anno da che te ne sei andata. Un anno luce. Un anno per me di strazio.
Sono straziato, Maura". La tragedia che si compie in L'anno luce
è individuale, certo, riguarda il Mente e il crollo di quella marzialità
che sembra caratterizzarlo nelle prime pagine, ma è anche collettiva,
poiché il Mente è la parte di quel tutto composto da uomini
privi di scrupoli pur di poter raggiungere i loro sporchi obiettivi. Il
Mente ottiene ciò che vuole, prende il posto del Profeta, è
amministratore delegato della Komtel, ma l'assenza di Maura è struggente.
Oltre ogni cosa.
Altre piccole annotazioni. Prendiamo in considerazione questo breve estratto:
"Siamo la rete che sta scoprendo il pianeta. Questo pianeta non morirà
esplodendo. Questo pianeta sarà talmente inquinato da congelarsi.
Si congelerà. Diventerà livido, violaceo. Come Marte: un
pianeta morto, abissi che non recano più traccia di acqua alcuna.
Tracce di una vita che fu, sfumata. Termiti che sopravvivono nel sottosuolo.
Ma noi…noi saremo altrove, nello spazio profondo, germinando, sbocciando!
Stiamo lavorando per una nuova specie!". A parlare è il Profeta,
nella convention aziendale con la quale la storia ha inizio. L'utilizzo
della prima persona plurale e di verbi quali "sbocciare" e "germinare"
richiamano alla mente alcune distorte figure che popolano i Canti del
Caos di Moresco. Gli attanti genniani sembrano muoversi in una sorta di
spazio-tempo allucinato (allucinare è uno dei verbi più
usati), come piccole sagome slothropiane che vibrano sfocandosi progressivamente,
perdendosi in un bianco di pura luce, sino alla fine: "Sorridendo
è solo come nella piazza non fosse alcun umano, fossero migrati,
ominidi confusi, via, verso sconosciuti Bering, allucinando. È
solo e spalanca il suo manto e sotto il manto non vi è il corpo
e si vede l'universo e tutte le stelle. Luce – bianca intensa". |