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Io Robot, un film con tutti gli
ingredienti sapientemente dosati per renderlo un prodotto degno di entrare
a far parte della nostra memoria collettiva. Un Will Smith in perfetta
forma, un lavoro di mecha-design molto post-human ed essenziale, pubblicità
a manetta su quelli che saranno le aziende più cool che ci accompagneranno
con i loro prodotti nel futuro delle nostre esistenze quotidiane (JVC,
Audi, Converse), un’impeccabile lavoro di grafica a 3D e 2D , magiche
intersecazione dei due piani iconografici a poligoni cromati rotanti al
secondo, e dulcis in fundo il riferimento “colto” all’opera
Io Robot di Isaac Asimov, grazie al quale lo star system americano e la
sua perfetta macchina del consenso si attiva per sbattere al pubblico
di ogni cinema del mondo quello che sarà il domani (?) dell’umanità.
Per le tre leggi della robotica, enumerate a tutto campo, da subito, a
inizio del film in ritmata sequenza e dissolvenza, il robot, serve all’essere
umano e si rivela indispensabile, gli obbedisce, e nulla ad un uomo può
accadergli con un così fidato angelo custode. Questa la tesi del
film. L’antitesi, scusatemi per il modo d’incedere piuttosto
hegeliano, si concretizza nella domanda se questa prospettiva non risenta
di un certo dogmatismo, ovvero se non ci possa essere quella x non calcolata,
tra le matrici di programmazione a livello di software e hardware, che
mandi a puttane un mondo così perfetto … a beautiful world
! La sintesi rimanda a considerazioni su un piano un po’ più
sotterraneo, e che partono da Io Robot per arrivare a quello che sta accadendo
un po’ in altre dimensioni dell’arte e della realtà.
In strutture ipercomplesse come la società in cui ci troviamo tra Il Mutante dagli artigli in
adamianto per eccellenza e la lacerazione spaziale di un Fontana, di Adrian
Tranquilli nella sua opera Until The End del 2002, che campeggia a tutto
campo sulla copertina di Occidente per Principianti di Nicola Lagioia
per i tipi di Einaudi. Per ultimo ancora nell’ambito cinematografico,
Natural City, la battaglia per la sopravvivenza tra il genere umano e
i cyborgs. Il Post-umano penetra nelle nostre esistenze a partire dai
canali più facili di accesso alla nostra quotidianità :
l’ambito dell’intrattenimento e quello sessuale. Esaminiamo
due ipotesi dalle quali poter trarre ottimi spunti di riflessione. A pag
. 75 della testata Gli Incredibili X-Men, del gennaio 2005, nella sezione
Wiz Digest, Giorgio Lavagna , avvia la rubrica Siti-In con un programma
di discussione che prende il nome di Io Robot, Tu Jane. Partiamo dall’aspetto
ludico : Robosapiens progettato dal tecnico della Nasa Mark Tilden e prodotto
dalla Gig, risulta il primo esperimento di biomorfo elettronico ( sa anche
il kung-fu) per la “famiglia”. La frontiera della protorobotica
si allarga con Gino, il primo robot umanoide che impara dall’ambiente
mondo multinazionale e urbano di transitorietà istituzionalizzata – dove abiti americani confezionati in Corea sono indossati da giovani russi, dove la radici di ciascuno sono state in qualche modo recise – in un simile mondo diventa sempre più difficile vincolare l’identità e il significato dell’uomo a una cultura a un linguaggio>>. Sembra naturale far scivolare le nostre considerazioni sulla necessità di dover asserire che identità, significato dell’uomo, culture e linguaggi coerenti, si trovino a dover fare i conti con una complessità crescente che non può non ritenere come parte integrante di se stessa il mercato. Mercato che con l’utilizzo delle tecnologie elettroniche, ha de-condensato un sistema normativo lineare, formalizzandone un altro a variabilità caoide, dove tutto un esserci della comunicazione digitale con le relative implicazioni di interconnessione di informazioni, stimoli, sollecitazioni nervose, a qualsiasi livello, genera un universo altro del linguaggio da esplorare e forse per chissà quanto altro inesplorabile. Significativi spunti di analisi possono trovarsi in Il sapiente, il mercante, il guerriero di Franco Berardi (Bifo) per i tipi di DeriveApprodi di Roma. Il linguaggio è oramai soggetto ad un continuo cominciamento autopoietico a livello di sintagmaticità nominale, verbale, ad posizionale, giungendo per suo rizomatico aumento di complessità ad un’ipertrofia che elimina il processo di interno/esterno sul piano della comunicazione, rendendo l’esistenza del linguaggio simile ad un latrare cacofonico. La rivoluzione comincerà forse, o è già cominciata, con delle sacche di resistenza semantica!. La società che abbiamo lasciato alle nostre spalle ha parlato più del dovuto, tanto che specifiche aree del nostro encefalo si sono sviluppate e potenziate così fortemente che la nostra capacità linguistica è aumentata tanto da non riuscire a coglierne le molteplici vettorialità di senso. Il soggetto, l’individuo, l’attore, l’operatore, i sistemi sociali sono giunti oramai in un punto zero della loro storia. Categorie come la letteratura, la poesia, e qualsiasi altra branca dello scibile umano, sino ad oggi, hanno sviluppato sistemi clitico-riflessivi dall’incredibile virulenza, tanto da generare processi di auto-immunizazione che hanno spinto la comunicazione a disintegrarsi come in un gigantesco Big.Bang. Ora il piano della riflessione dovrà fare i conti con la nascita di un universo semantico altro, dove non si parlerà né di sintassi, né di grammatiche, né di informazioni. Da poco abbiamo imparato a comunicare attraverso un supporto diverso da quello della carta stampata. Attraversando una seconda età della pietra, ci siamo occupati di web, Ipertesto, software e hardware, e-books, e quant’altro. Di cosa ci occuperemo o meglio come ci esprimeremo nella seconda età del ferro?
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