Gioia
Perrone
ALCUNE RIFLESSIONI SU
“L’ANNO DELLA MORTE DI RICARDO REIS” di
JOSé SARAMAGO

“Un uomo non è meno smarrito
solo perché va dritto”
(J. Saramago)
Lisbona, anno 1935.
Un uomo misterioso sbarca dal Brasile e quello che trova dopo ben sedici
anni di assenza dalla sua terra è una pioggia incessante, martellante,
cronica, che tira avanti da mesi, che fa straripare il Tago grande, che
buca le fronti pazienti e imperturbabili della popolazione portoghese
tutta, tutta in mano a Dio, mani tese e piedi scalzi.
Ricardo Reis. Un nome vibrante e qualunque, che rimanda alle “cose”
o alla moneta portoghese, questo comunque il suo nome e nient’altro,
fino a che la penna di Josè lo vuole.. Chi sia e soprattutto Perché
sia rientrato a Lisbona sono domande che egli stesso non vorrebbe porsi,
ma delle quali presto sarà costretto a far riemergere il senso.
Il Portogallo stava conoscendo il potere carismatico di Salazar, l’Italia
le imprese militari di Mussolini, la Spagna era sotto il nome di Franco
e moriva in quell’anno, in quella Lisbona, “l’innumerevole”
poeta Fernando Pessoa.
Alla “partenza” di questo, Saramago immagina l’arrivo
dell’altro, Ricardo, per la letteratura eteronimo di Pessoa, figlio
mentale, creatura altra identica a se stessa, un uomo in mezzo agli altri,
reale o non reale non importa. Lo stesso Pessoa scrive: “ se mi
dicessero che è assurdo parlare così di chi non è
mai esistito, risponderei che non ho prove che anche Lisbona sia un tempo
esistita, o io che scrivo, o qualsiasi altra cosa dovunque essa sia.”
Dal principio Ricardo troverà sistemazione nel microsistema dell’Hotel
Bragança, dove sarà di volta in volta rivelato a noi lettori
ora dagli occhi del facchino Pimenta, ora da quelli del direttore d’albergo
vigile e sempre presente, probabile e grottesco paradigma del potere,
ora dalla semplice cameriera Lidia, versione carnale e popolana dell’eterea
ononima delle odi

del nostro dottore-poeta Ricardo, lei buon cuore e mani screpolate (“amazzone
con arco” dice Saramago), che arriverà una notte nel letto
dell’ospite diventandone la segreta amante. E ancora l’altera
Marcenda, ragazzina di Coimbra di buona famiglia, ospite ogni mese dell’albergo
per via delle cure al suo braccio inerte. Entrambe Ricardo le amerà
ma in modo diverso, per via di suoi pregiudizi riguardanti la diversa
estrazione sociale delle due.
Storia raccontata dai tanti occhi di una Lisbona povera, analfabeta, orgogliosa,
elemosinante, sonora, battuta da un vento che non è solo quello
che fa oscillare le navi attraccate nel porto, o che fa volare via il
cappello del dottor Reis, ma anche quello di un tempo che si stava avvicinando,
terrifico, della Grande Guerra, di cui lo stesso Ricardo non vedrà
l’alba.
Grande presenza-assenza nello scorrere dell’imperturbabile Storia,
l’anima di Fernando Pessoa, morto in carne ed ossa, che non vuole
saperne di andare via per sempre e torna a trovare almeno per un po’
Ricardo, che mira, fermo, “lo spettacolo del mondo”. Ed è
il mondo stesso che spia e fruscia senza tregua
In faccia a Ricardo dalle finestre senza tende della sua casa in affitto,
dopo aver lasciato la vita d’ospite dell’Hotel Bragança.
Una narrazione quella di Saramago “di solitudine”, proprio
nella stessa struttura, che lascia sentire nitido il vuoto dello spazio
in cui rintoccano piccoli suoni di passi, minimi segni di vita, pennini
sonanti sulla carta e carta croccante di giornale fra le mani, quello
che giornalmente Ricardo legge, con notizie a raffica di un fermentare
di eventi, grandi discorsi politici e pubblicità di saponi.
Il Ricardo Reis di Saramago sembra essere la finestra inerte ed emblematica
dove scorrono i rivoli di pioggia di una storia atroce e stupida. Un romanzo
di silenzio chiassone, di denuncia e rivendicazione di un senso d’essere,
paradigma dell’uomo senza più punti di riferimento, storia
di un’attesa sospesa dove i morti e i vivi si toccano. Solitudine
lunga un attimo, ma eterno, un abito blu su misura per Ricardo, preso
in prestito dal baule affollato di un poeta e delicatamente posto nell’avanspettacolo
storico, ma ad angolazione nettamente parallela, straniata.
La vita passa nel valzer dell’agognato ri-conoscimento (neanche
uno specchio basta a Reis per convincersi di sé..), e dei sentimenti-saponetta
nelle mani della razionalità, vuoti da colmare e identità
da stabilire.

Fernando è presente a tratti, come un padre un po’ gradito,
un po’ scocciante, ma sempre necessario, come eccellente testimone
sui generis della continuazione di se stesso. E tuttavia sempre più
intermittente col procedere della narrazione, sempre più ectoplasma
che altro, proprio come la grande civiltà europea, nel suo oblio,
alle soglie del disastro.
· “…solitudine non è vivere da soli, la solitudine
è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa
che sta dentro di noi, non è un albero in mezzo a una pianura dove
ci sia solo lui, è la distanza tra la linfa profonda e la corteccia.”
· “..solo la notte
è lucida, ma il sonno la vince, forse per darci tranquillità
e riposo, pace all’anima dei vivi” |