Rossano
Astremo
Antonio Verri: La trilogia finale, spingere la
prosa liricamente nel magma indistinto del linguaggio, dissolvendo l’intreccio
(anticipazione di Antonio Verri: Postmodern/Postmortem,
in uscita nel prossimo numero della rivista Incroci)
Alla tripartizione classica
dei generi, epos-lirica-dramma, Roman Jakobson attribuisce, all’interno
del suo testo Poetica e poesia. Questioni di teoria e analisi testuali,
delle differenze distintive. Nella poesia domina la prima persona (lo),
nel dramma la seconda persona (Tu), nell’epica e, proiettato nella
contemporaneità, nella narrativa la terza persona (Egli). La scrittura
di Antonio Verri è una corsa progressiva verso l’appropriarsi
del dominio epico/narrativo di matrice sperimentale. Da Il pane sotto
la neve, (dove domina l’io lirico del poeta), passando per Il fabbricante
d’armonia (il tu mimetico teatrale postmoderno la fa da padrone),
sino ad arrivare a I trofei della città di Guisnes, con il quale
Verri dà inizio a quel percorso lirico-prosastico (all’io
della poesia si alterna l’egli oggettuale di fatti narrati racchiusi
in una matrice poematica). Ci sono testi dalla rara bellezza, pagine incantate
e sublimi che il peso insolente del tempo sbiadisce e, senza possibilità
di replica, consuma. Uno di questi è I trofei della città
di Guisnes che, all’interno della produzione dello scrittore di
Caprarica, rappresenta l’opera più complessa e sofferta,
il testo che segna la definitiva maturazione artistica, dopo la già
pregevole prova di La Betissa. Questo testo verrà ripubblicato
nel corso del 2005 dalla casa editrice calabrese Abramo, all’interno
di una collana dedicata ai testi fuori catalogo. Segno aggiuntivo di un
ritorno lento, ma progressivo, verso la scrittura di Verri. I tempi sembrano
essere maturi. Ecco cosa scrive Salvatore Colazzo:
Se fino a qualche tempo prima egli, fragile e grazioso grillo, si trastullava
e fremeva coi concetti slegati, senza nesso e significato, prendeva contatto
con eccentrici autori di opere sul limite difficilmente discernibile che
separa l’arte dalla follia, dopo un lungo pazientare, con i Trofei
Antonio Verri riesce a trasformare in scrittura, tersa e musicalissima,
i suoi giochi, e a mettere opportunamente a frutto le sue insolite frequentazioni.
Il suo grande stupore comincia a dar copro ad una grande utopia. Difficile
e lunga è la via che porta a gemere ogni volta in una nuova fiaba.
Ma lungo essa – mi sembra – a partire da i Trofei s’incamminerà
Antonio Verri. Con questo testo approda ad un raccontare che è
anche ripensare a come un testo nasce e si costituisce – sta l’autore
infatti come guardone che adocchia la scrittura -, in un’epoca in
cui si è perduta la fede nella narratività tradizionale
e l’intellettuale che non voglia accettare la logica dell’industria
culturale è costretto ad una solitudine stringente. Immenso è
il vuoto e noi siamo costretti alla forma colossa. Per un narratore, per
quanto sappia trattenere il respiro, sono troppe le crepe, le ferite:
in lui la parola tende a moltiplicarsi ancora –“echi. Echi,
solo echi”-, diventa concrezione che cresce e si autoalimenta, spurgo
forse… (Salvatore Colazzo, Titivillus, giugno 1993).
Per Antonio Verri scopo fondamentale della sua esistenza e del suo ruolo
di scrittore è quello di creare un libro che in grado di contenere
l’intero Mondo, un libro infinito, fatto di parole meravigliose,
splendenti, in continuo accumulo, in continuo divenire, attraverso un’azione
di lavoro sul linguaggio quasi scientifica, mai sconclusionata, fortemente
sentita. Il culmine della sua operazione sublime sul linguaggio si ottiene
con questo romanzo, i Trofei appunto, l’opera più corposa
di Verri, nella quale l’esplosione irrefrenabile della sua creatività
linguistica si manifesta in tutto il suo potenziale, che può rappresentare
a tutti gli effetti un metaromanzo, un romanzo che interroga le logiche
del farsi e del costruirsi di un mondo possibile, con motivi che si presentano,
scompaiono, si ripresentano, con valenza semantica accentuata. Un tessuto
linguistico caratterizzato dall’iterazione, dai parallelismi, da
regolarità ritmiche e ciclicità di significati. Ma, entrando
nel testo, di cosa parla I trofei della città di Guisnes? Scrive
a proposito Nicola Carducci nell’Annuario Liceo Ginnasio “Giuseppe
Palmieri” del gennaio 1997:
La fabula ne I trofei è quasi inesistente, offre appena qualche
filo che si fatica ad afferrare: è l’avventura di un io,
di uno scrivitore, che, tra mille raggiri e assalti e agguati, e sempre
ritrovandosi al punto di partenza come un cavaliere antico si affanna,
con sovrano distacco, nel tentativo di dare una forma, sia pure cangiante,
all’informe esistenza ( e “la forma costa cara”, soleva
ripetere Valery), di supporre un ordine, anche soltanto verbale, al caos
della città degli uomini, di rinvenire un senso se pur illusorio,
nel garbuglio del sordo e monotono succedersi delle opere e dei giorni.
L’opera è costruita attraverso un succedersi di funambolici
giochi linguistici volti alla determinazione di un ordine logico-testuale
in grado di contrapporsi al disordine irrazionale del reale. L’essenza
concettuale del testo va ritrovata nel continuo scacco al quale è
sottoposto l’ordigno linguistico che, puntualmente, implode all’interno
della struttura romanzesca generando quel senso di fragilità che
sembra aleggiare tra le pagine. Considerate questa parte del testo:
Vogliono maturare. Cercano comprensione. Il liscio involucro non consente
appigli e non è difficile trovare vili fonemi e minutissime frasi
arroganti che navigano come in una nebbia, oppure sbandate parole che
come in un sogno ad altre si aggrappano, suoni affidando al caso e insolenti
significati… E poi parole disperate per aver perso la meta, e parole
incerte, sfinite, a volte piagnucolanti, che il tondo guscio respinge
mentre freneticamente cercano confini: parole che non hanno mai avuto
valore o che hanno perso valore, hanno perso autorità, hanno perso
peso: come si crucciano! A loro è vietata ogni penetrazione, non
hanno più quasi coscienza, anche se a volte godono in piena libertà,
nel sonno e nella nebbia godono, e nel flusso all’insù godono,
spinte chissà da quale vento, boriose, scaltre, giovanili.
Ci troviamo di fronte ad un punto significativo della poetica di Verri,
poiché il franamento della parola nel nulla dei significati è,
basti pensare a Wittgenstein, il fallimento del proprio pensiero e, conseguentemente,
della propria visione del mondo. L’irrazionalità che avvolge
la struttura testuale de I trofei è quello stesso senso di smarrimento
che lo scrittore percepisce osservando e scrutando il mondo nel quale
vive. Le mirabili ed ardue imprese che hanno accompagnato Verri nel corso
della sua esistenza, sino all’impossibile tentativo di mettere le
mani al libro assoluto, il Declaro, il libro fatto di infinito parole,
sono sforzi volti alla strenua ricerca di un senso esistenziale al quale
aggrapparsi, per non nuotare nel mare impetuoso degli interrogativi di
fronte ai quali la vita ti pone. A seguire Verri pubblica nel 1990 Il
naviglio innocente, stampato con la casa editrice Erreci di Maglie. Ne
Il naviglio innocente si abbandonano alcune forzature linguistico-sperimentali
di I trofei, presentando una totalità lirica che rappresenta uno
dei punti più alti della sua scrittura. Scrive Antonio Errico nella
postfazione al testo:
È il naufragio. Ora il narratore è parola, non altro che
parola tra le tante, molte altre parole. Avrebbe voluto parlare di sé
il narratore, raccontarsi, dire del pane sotto la neve ancora, dire di
Sciaffusa ancora, ancora della madre, dei fabbricanti di armonia, di zacchinette,
della morte che somiglia a storie profumate, di ansie, di candori. Con
questo carico era partita la sua nave. Per questo disertava. Ma Stefan
ha un declaro per la testa, libro di libri, di parole e basta, un declaro
che pretende il sacrificio, la scancellazione di qualsiasi cosa. E allora
il corpo viene invaso da parole; più le parole crescono e più
il corpo si ritrae, diventa l’ombra di una mano sopra il foglio.
In principio è il brusìo. Poi il brusìo si fa parola,
le parole si riproducono per partenogenesi, si accumulano, si associano,
cercando cadenze, l’espressione diventa sovrabbondante, straniata,
surreale, artificiosa, tesa verso la variazione rivitalizzante. Il significato
è affidato al caso. Non determinato dal caso ma affidato ad esso,
il che vuol dire che ad una operazione di desemantizzazione della parola
ne segue una di risemantizzazione nell’ambito del costrutto e in
relazione al ritmo che del costrutto costituisce l’elemento regolatore.
Il ritmo è condizione essenziale in questa narrazione: genera immagini,
scandisce sequenze, è portatore di senso, è di per sé
espressione. Il caso è il ritmo, dunque, e il ritmo è un
caso che pretende il controllo anche del respiro.
In questo processo di svelamento di nuovi percorsi di senso che Verri
attribuisce ai suoi costrutti linguistici un ruolo di primo piano assume
il riutilizzo di scritture altrui. Tutta la scrittura di Verri è
disseminata di scritture altre. Infatti, ne Il naviglio si legge:
Bobo un giorno su di un muro di Guisnes, lui che ha sempre amato il lenocinio,
l’ardito artificio, le seduzioni numeriche, allettato dai sempre
più insensati e microscopici chip, un giorno su di un muro di Guisnes
mi fece trovare un messaggio: cerca nel gioco – era questo il messaggio
– ti è necessario un elenco di parole antenne. E ancora:
Evviva il munifico plagio. Oh.
Poi il postumo Bucherer l’orologiaio, uscito grazie alla Banca Popolare
Pugliese nel 1995, curato da Aldo Bello e Antonio Errico, con il quale
si conclude il viaggio esplosivo di Verri attorno le folli potenzialità
del linguaggio. Verri continua lo strenuo, a tratti insostenibile lavoro
di ricerca nel mare magnum della scrittura, iniziato con La Betissa (1987),
I trofei della città di Guisnes (1988), Il naviglio innocente (1990).
In Bucherer l’orologiaio l’immaginazione di Verri è
al culmine esplosivo della sua lirica limpidezza, raggiungendo esiti di
estrema bellezza nella descrizione di Zurigo: “Questa terra da fine
del mondo, di grandi alghe giganti, di grandi passaggi deserti, Zurigo
incontro di correnti…Zurigo mi dà l’idea di questo
corpo enorme e di una valle di ciliegi e di una valle di alberi di carta…Zurigo
è sonora, assurda, verticale. La sommità di lucente, duttile
stagno, la base di molle argilla. È una città policroma,
un mischio di lingue”. Zurigo rappresenta il punto fermo nella circolarità
della narrazione verriana, contesto all’interno del quale si afferma
fiera e rigogliosa l’immaginazione dirompente e la divagazione surreale
del testo. Sembra che Verri non riesca mai a contenersi nel limitato spazio
della pagina, le sua scrittura sembra essere frutto di un sussurro volto
all’oltrepassamento di ogni confine narrativo. A Verri non interessa
l’intreccio, non interessa la costruzione di una storia con tutti
gli orpelli necessari alla sua esistenza, ma adora la sublimazione nata
dall’accumulo di parole, dal ciclico ripetere che genera delizia,
stupore, meraviglia, aperture al cuore di difficile saturazione:
Un corpo. Un corpo magnifico, sontuoso, insistente, indicibile, postuloso,
tondo (anche se senza un netto profilo), mostruoso, inalterabile, incessabile,
un bizzarro mascherone, un nodo, un Grande nodo, un grande corpo traballante,
un accumulo, forse solo metà della voce, forse un rospo immobile,
forse l’Oggetto Poetico, la Grande Smorfia, lo Scafo Regale che
al vasto mare si abbandona… Bucherer che sembra un ombrello. Intrappolato
– per effetto del suo cercare – in una bolla di lava mentre
cerca di bere dal suo specchio di luce che tutto può. La sua isola.
La sua isola immensa. Così sonora. Il suo legno. La sua grana.
Il suo brusio. Il suo acquario…
Leggendo Bucherer l’orologiaio si avverte la maturazione stilistica
che Verri ha raggiunto, eliminando alcune eccedenze cervellotiche presenti
nei Trofei e dando vita ad un meccanismo narrativo che genera sospensione,
ammaliante ed incantevole:
Una spallata all’angelo colossale, al canceroso, che si muove con
ripugnanza, con eleganza, rimescolando, arrischiando, una spallata all’angelo
disarmonico stravaccato sulla intera Niederdorf, all’angelo che
una campana di vetro preserva, stolido, fastidioso, madornale, non attaccato
da feci, urine, da zagaglie, da febbri, da limiti, da occasioni, da virus,
da appetiti, figura che cavalca sui polsini di una camicia, che soffia
in questa gassenzimmer, nei canaloni, sul fiume, nelle pesti, ingombrante,
intatto, estraneo, titanico, diseguale…
Con queste parole si conclude il romanzo e
si conclude anche il percorso creativo di una delle figure più
suggestive del panorama letterario italiano, sicuramente la più
suggestiva del Salento letterario, che ha vissuto la sua esistenza con
l’angelico ed impossibile sogno di chiudere il Mondo dentro un libro.
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