Vito
Antonio Conte
su "Il male è nelle cose" di
Maurizio Cucchi
Il
male è nelle cose è il primo romanzo di Maurizio Cucchi,
edito da Mondadori. Nella nota dell'Autore (a pag. 147) si legge che l'idea
e il progetto del romanzo sono del 1965, nel mentre la prima stesura completa
è del 1965-66 ad eccezione del finale, nato come racconto autonomo
nel 1963. Sempre l'Autore ci dice che la stesura definitiva è dei
primi mesi del 2004. L'Editore ci informa anche che la scrittura finale,
consuntata in un'ampia revisione, ha avuto il pregio di adeguare la narrazione
allo spirito del nostro tempo.
Mi sono chiesto perchè l'Autore e l'Editore hanno sentito il bisogno
di dare ai lettori tali dettagliate notizie sulla genesi de Il male è
nelle cose.
Al di là delle possibili risposte, sono giunto alla conclusione
che entrambi avrebbero fatto meglio a dire d'altro.
Ovvero, in proposito, a non dire alcunchè.
In ogni caso, il romanzo, scevro dal tentativo di adeguare l'impianto
narrativo ai nostri giorni, sarebbe risultato più convincente e,
comunque, l'attualità delle tematiche svolte quarantanni addietro
non aveva alcuna necessità di intervento modernizzante che, invero,
a parere di chi scrive, risulta ultroneo.
Mal riuscita è l'introduzione, in una storia degli anni sessanta,
del cellulare e di altre diavolerie dei nostri giorni.
Ma se opera di aggiornamento doveva essere, si doveva andare sino in fondo:
Giacomazzi non può essere un terzino dell'Inter degli anni cinquanta,
nel nuovo contesto Giacomazzi è (e non poteva non essere che) la
mezz'ala destra del Lecce di Zeman!
Ma, forse, quando ha smesso di giocare, quel Giacomazzi è emigrato
in Uruguay e chissà che l'odierno Guillermo non sia suo discendente.
L'ironia tesa all'ilarità è d'obbligo quando uno sconosciuto
come me parla di un grande poeta come Cucchi.
Non vorrei mai che mi prendeste troppo sul serio...
Comunque trovo quella di Cucchi una precisazione inutile.
Perchè finisce, paradossalmente, per datare il racconto.
Il risultato è una storia impoverita nei contenuti.
Contenuti che, quelli originali e non contaminati dalle citate trovate,
hanno ottimo spessore e, nonostante tutto, se ne rinviene traccia nello
spaccato di vita di Pietro, il protagonista del romanzo, che va dal 28
maggio al 5 luglio (di un anno che, senza ironia, ognuno può scegliersi
come meglio gli aggrada lungi dalle superflue indicazioni di cui sopra).
Pietro, nullafacente e mantenuto dai genitori, invece di godere di questo
stato di privilegio, oziando da dio, è continuamente alle prese
con ambigue masturbazioni intelletuali, crede di essere al centro dell'universo,
con tutte le sfumature del dover confrontarsi ogni giorno con le ovvietà,
i segreti, i misteri, le angosce, le paure e gli interrogativi della vita...
un individuo malato, incapace di vivere il momento senza complicazioni.
Incapace di sentirsi parte della vita d'intorno.
Tutto preso com'è nel tentativo di penetrare la propria sensibilità,
di capire e di carpire il senso dell'esistenza. Ch'è nelle cose,
pensa, nel suo distorto modo di appropriarsi degli elementi di confronto
con gli altri. Proprio per questo finisce per visitare i meandri più
patologici del suo stesso Io, che lo portano sempre a voler dire, mai
ad ascoltare. Quindi, a non confrontarsi con gli altri, ma ad esplorarli
per poi abbandonarne le carogne in un lago di non senso.
Perché nessun senso è nel male, ovunque esso sia, senza
il suo opposto. Pietro si perde nel suo stesso pseudo esistere e quella
esistenza ambigua diventa il suo male.
Perché la distanza tra la superficiale normalità degli altri
e la profonda ricerca di sé è abissale e quando si è
visitato il fondo di se stessi risalire in superficie, dove si crede dimorino
gli altri, diventa difficile.
A volte è un viaggio senza ritorno.
Come per Pietro.
A lungo in bilico, nel percorso archeologico alla ricerca di una dimensione
a misura del suo essere, tra varia insignificante umanità e una
strisciante follia, finisce per compiere un gesto insignificante e folle,
comunque non risolutivo.
Che lascia più di un interrogativo.
E non è poco.
|