Vito
Antonio Conte
su "Mammiferi" di Pierre Mérot
Il
mio tempo si è fermato.
Per un attimo.
Un indefinibile, lunghissimo attimo.
In un attimo ogni cosa, ogni respiro, tutto è sembrato spezzarsi
in uno schianto.
Poi, il mio tempo è ripartito.
L e n t i s s i m a m e n t e . . .
Ho avuto molto tempo (... anche) per leggere.
Mi hanno regalato un libro che, probabilmente, non avrei mai acquistato
e chi mi conosce sa perchè...
Chi, invece, ha la fortuna di non conoscermi, beh... lasciamo stare...
non vi siete persi granchè... diciamo che è reciproco, per
non sapere dove andare a parare...
Il libro è Mammiferi di Pierre Mérot, edito da Feltrinelli
nella collana “I Canguri”. Ringrazio, a proposito, Mariagrazia
e Nunzio per il regalo, ma più ancora per l'affetto, che non perdono
occasione per manifestarmi e che sanno (anche questo) è reciproco.
Dell'Autore so poco o niente, a parte che è nato (riporto testualmente)
una quarantina di anni fa a Parigi.
Il libro è stato etichettato dalla critica (quale?) come una miscela
deflagrante di Bukowski e Houellebecq.
Per me, che non sono un critico (repetita juvant), del buon Charles la
narrazione di Mérot ha ben poco, eccettuata la smaccata simpatia
dell'Autore per soggetti le cui esistenze marginali e del tutto inutili
socialmente mai avrebbero avuto dignità alcuna e, meno che mai,
quella di assurgere ad oggetto di narrazione se l'Autore, appunto, non
lo avesse fatto.
Niente di nuovo, tranne la peculiare valenza che l'assenza di rilevanza
sociale, sopra cennata e sulla quale appresso tornerò, assume per
l'Autore.
Per l'accostamento a Houellebecq mi sto attrezzando.
Allo stato, non avendo letto nulla (o quasi), il silenzio (il mio) è
d'obbligo. Posso solo dire che sia in Pierre Mérot che in Michel
Houellebecq si rinviene un elemento cardine comune: il tentativo (pressochè
vano) di arginare il cancro lento ed inesorabile della disperazione; ma
se nei personaggi di Houellebecq (in Les particules élémentaires)
la lotta è destinata al fallimento, in quelli di Mérot c'è
un capovolgimento delle situazioni fattuali ed il fallimento fa parte
del loro dna e viene dipinto in chiave sociologica come stato necessario
e vissuto quasi con compiacimento, fino a diventare esso stesso strumento
di lotta capace di scardinare i vecchi canoni, sì da acquistare
ineludibile significato positivo nel momento in cui la sua esistenza è
connotata in maniera esiziale per l'affermazione delle istituzioni ufficialmente
ritenute basilari per la società.
Per chiarire il concetto è sufficiente estrapolare l'incipit del
romanzo che inizia così: “Ogni famiglia che si rispetti ha
il dovere di avere un fallito: una famiglia senza fallito non è
veramente una famiglia, perchè le manca un principio che la contesti
e le dia legittimità.” Lo zio, il protagonista del libro
in questione, incarna il fallimento in seno alla sua famiglia, conferendole,
perciò stesso, dignità di microsocietà, apprezzabilità
e rilevanza sociale e ciò è tanto più vero quanto
meno lo zio riesce a convivere all'interno di quella famiglia, quanto
meno riesce a conformarsi alle norme che regolano ogni respiro di quel
nucleo sociale primario. Lo zio, infatti, è la negazione della
famiglia, ma il suo fallimento, inteso come incapacità di dar luogo
-a sua volta- ad una famiglia, è determinante per l'affermazione
di quell'equilibrio familiare altrimenti irrangiungibile.
Lo zio ha coscienza della sua tragedia o meglio di quella sua vita fallimentare
che gli altri percepiscono come una iattura e che, a ben vedere, lui forse
non ama ma vive nell'unico modo che ritiene, a torto o a ragione, giusto.
Scivolando tra improbabili idee frutto di intuito geniale, attività
lavorative naufragate col suo diretto o impalpabile apporto, rapporti
amorosi e/o sessuali interessanti (comunque...) sino a quando il suicidio
affettivo non prevale, rendendo nuovamente capace lo zio di combinare
qualcosa.
Di positivo (raramente).
O negativo (più spesso).
Ma qualcosa!
Già, perchè i legami duraturi, quelli di coppia, portatori
sani di apparente serenità, deprimono (insieme alle sue comparse)
ogni possibile iniziativa.
Meglio, allora, coltivare le proprie ansie e, se proprio diventano critiche,
cercare un bar notturno illudendosi di farle annegare nell'alcool e in
un amore reale, costi quel che costi.
Come consiglia (questa volta) l'explicit: “Andrete duri, come i
tempi, con un cuore amnesico e sciolto, libero da ogni scrupolo morale,
tra i corpi masturbati di luce che si urtano e si divertono. I convitati
ridono. I telefoni suonano. Dietro le risate, i giochi sono fatti. L'amore
si fa e si disfa, come in Borsa. I tempi sono mediocri. Più i tempi
sono mediocri, più l'insoddisfazione è immensa. Cuori solitari
battono in silenzio fianco a fianco, in un'ira contenuta o ancora inconsapevole.
Lo scoppio è imminente.”
E, prima che sia, preparatevi... leggendo Mammiferi.
Potrebbe servirvi.
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